L’importanza delle masse popolari all’inizio del Novecento

di BIAGIO LAURITANO-

L’inizio del Novecento è caratterizzato da una nuova funzione delle masse popolari ovvero non è possibile interpretare fatti e avvenimenti senza considerare allo stesso tempo il ruolo svolto da dette masse. Grazie all’avvento della seconda rivoluzione industriale le masse popolari vivono una fase di profondo benessere caratterizzato dal miglioramento delle loro condizioni di vita e dal sempre più facile accesso a beni e servizi. All’inizio del Novecento le masse popolari vengono considerate un punto di riferimento per la svolta politica dei governi dei vari stati: da un lato è possibile far leva su di esse in funzione di fattori come l’etnia per poter strappar loro un facile consenso, dall’altro esse possono essere facilmente manipolate visto che non possiedono ancora una identitaria cultura democratica che caratterizzerà invece lo sviluppo degli Stati dal secondo dopoguerra in poi. In Italia l’età giolittiana favorisce lo sviluppo industriale del Nord e l’avvenuto di una politica protezionista grazie all’appoggio al governo da parte del Partito socialista che raggruppa un consistente numero di masse popolari, quelle operaie. Il Partito socialista possiede al suo interno due orientamenti, uno riformista, l’altro massimalista. Il primo vuole collaborare con il governo attraverso riforme lente e graduali che solo alla fine avrebbero dovuto permettere al popolo di conquistare il potere inteso, in tal senso, come la conseguenza di dette riforme. Invece l’orientamento massimalista, ritenendo utopica la prospettiva riformista, rifiuta il proprio appoggio al governo arrivando a proclamare uno sciopero generale nel 1904 allo scopo di paralizzare l’economia e sovvertire l’ordine costituito. Ciò accade proprio quando i massimalisti diventano la maggioranza del partito, cosa che costringe Giolitti ad indire nuove elezioni che premiano i liberali i quali appoggiano il nuovo governo al posto dei socialisti. Le masse popolari sono caratterizzate anche dalla presenza di componenti cattoliche identitarie; saranno proprio le masse cattoliche, non organizzate ancora in un vero e proprio partito, ad appoggiare, grazie al Patto Gentiloni, il governo Giolitti del 1913 scongiurando così il pericolo di disordini sociali che il partito socialista avrebbe potuto creare. Più in generale le masse popolari possono essere uno dei fattori coadiuvanti le cause dello scoppio della prima guerra mondiale; infatti esse spesso, con la loro cultura identitaria coincidente con il nazionalismo, finiscono con l’affermare la superiorità di uno stato sull’altro in ossequio a una sorta di lotta per la sopravvivenza del più debole nei confronti del più forte ovvero del darwinismo sociale. Per non parlare della funzione svolta dalle masse popolari in Italia alla vigilia della prima guerra mondiale, mi riferisco alle posizioni assunte dai neutralisti e dagli interventisti riguardo l’entrata in guerra del nostro Paese e del conseguente utilizzo delle loro velleità inconsce da parte dei partiti sia di orientamento liberale che socialista. Nella Russia di questo periodo esiste una sottile analogia tra partito socialista italiano e l’opposizione marxista allo zarismo: come in Italia abbiamo i riformisti e i massimalisti, in Russia abbiamo i menscevichi e i bolscevichi. Infatti i menscevichi vogliono riforme in accordo con la borghesia, invece i bolscevichi l’abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Alla fine grazie a Lenin sarà proprio quest’ultimo schieramento a prevalere; la creazione dei soviet creano le premesse per una “dittatura democratica” a favore delle masse popolari operaie fino a questo momento oppresse dalla borghesia che possiede i mezzi di produzione. L’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale, seppur a condizioni umilianti, con la pace di Brest-Litovsk crea le premesse per la formazione del partito unico, il PCUS, che permette l’uscita dal comunismo di guerra e l’introduzione della NEP favorendo così l’incremento della produzione agricola e industriale. Per la verità il pensiero di Lenin è espressione di uno sterile intellettualismo che, proprio facendo leva sulle velleità inconsce delle masse popolari, finisce per isolare la neonata URSS dal resto dell’Occidente e cercando, con la Terza Internazionale, la totale accettazione delle sue decisioni da parte dei partiti di sinistra dei vari stati europei crea le condizioni per il totalitarismo e il culto del capo che di lì a poco, precisamente con Stalin, avrebbero fatto la loro comparsa. Nel primo dopoguerra in Italia vari sono i problemi per la vittoria mutilata (difficile riconversione industriale, inflazione galoppante, aumento del debito pubblico, eccone alcuni) i quali finiscono col gravare sulle masse popolari. Il biennio rosso non fa che accresce il malcontento viste la mancanza di interessi comuni tra i vari partiti, a cominciare da quello socialista che non vuole alleanze per sostenere governi deboli e di breve durata, la difficoltà del neonato Partito popolare nel rappresentare l’anima del Paese nonostante il suo aconfessionalismo, e soprattutto, la formazione dei Fasci di combattimento ad opera di Benito Mussolini il quale, privo di una ideologia identitaria, nel senso che il suo pensiero risulta sganciato dai reali problemi del Paese, e, quasi osannando un processo di identificazione con Dio, assumerà un atteggiamento aggressivo e minaccioso sia nei confronti dei popolari che dei socialisti che dei liberali preannunciando così l’avvento del fascismo.

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