Marcella Crudeli, celebre pianista e didatta, suonerà sabato 21 gennaio a Viterbo per i Concerti dell’Unitus

di CINZIA DICHIARA-

VITERBO- Davvero motivo di viva soddisfazione intervistare Marcella Crudeli, musicista che ha segnato il cammino del pianismo d’arte. La sua sempre rinnovata efficienza è evidente nel colloquiare serrato e vigoroso; la sua verve comunicativa emana una straordinaria determinazione che è alla base del carattere volitivo e tenace; la voce, chiara e cordiale, sembra quella di una giovane in carriera che tuttavia conosca bene il successo ma abbia ancora molti programmi da realizzare. Con un eloquio che evoca lo slancio e la foga di una cascata, nel rispondere su tutto ciò che riguarda la musica e dunque la propria esistenza, la pianista rivela un’inesauribile vitalità, propagando energia a profusione, unitamente a un evidente senso pragmatico delle cose e a una consolidata supervisione esperienziale.

Piu di tremila concerti nel mondo, un’attività didattica svolta tra il conservatorio romano Santa Cecilia e l’École Normale de Musique Alfred Cortot di Parigi, direttrice del Conservatorio di Pescara e professoressa emerita in Giappone, al Sakuyo College di Tsuyama, fondatrice dell’ormai più che trentennale Concorso Pianistico Internazionale Roma, direttrice di vari festival musicali italiani, da Formia a Udine, da Morcone a Vasto, Marcella Crudeli è Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana, e dal 2003 assegnataria di Medaglia d’oro e Diploma di Prima classe per i Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte.

Tutto questo e altro ancora, a dimostrazione che, nonostante la primissima infanzia difficile, addirittura nei campi di concentramento dell’Eritrea occupata dall’Italia, il padre magistrato prigioniero degli inglesi, e un avventuroso ritorno in patria, il suo talento artistico si è rivelato anche piuttosto presto. E, coltivato attraverso studi molto seri con maestri dai nomi altisonanti, basti pensare ad Alfred Cortot e Carlo Zecchi, esso le ha consentito di trovare la strada per l’affermazione e la realizzazione di una vita brillantemente condotta nel solco della grande musica. I diplomi al Conservatorio Verdi di Milano, al Mozarteum di Salisburgo e all’Università di Vienna (Universität für Musik und darstellende Kunst Wien) sancirono per lei l’inizio di una carriera inossidabile.

Signora Crudeli, iniziamo direttamente dalla carriera. Come è andata costruendo l’itinerario del suo successo, man mano che si affermava in qualità di interprete del pianoforte? Quali criteri hanno guidato le sue scelte?

«Ho iniziato casualmente, da piccola, con un pianoforte antico di casa, pur non appartenendo a una famiglia di musicisti e dunque non respirando in ambiente musicale. Tralasciavo i giochi poiché ero attratta dalla tastiera e dalla musica; desideravo imparare la scale e avevo anche dedicato alla mia mamma una piccola composizione, come può farlo una bimba di cinque anni. I miei, persone con i piedi per terra, vollero assecondare questa mia passione e mi affidarono a personalità del mondo artistico: sia il maestro Ferrara che il maestro Zecchi confermarono le mie qualità e incoraggiarono gli studi. Ho frequentato il conservatorio, poi l’Accademia d’inverno al Mozarteum di Salisburgo, quindi l’Accademia di Vienna.

La carriera si è svolta lavorando davvero sodo, senza che mi sia montata la testa ai primi successi, ma preparandomi in maniera molto professionale per affrontare le audizioni e ogni prova dovessi superare. A 11 anni avevo le treccine e suonavo a due pianoforti con Bruno Aprea una sua trascrizione della Danza del Fuoco di Manuel De Falla, reperibile su Youtube. Ho sempre avuto l’idea che l’approccio allo studio dello strumento debba essere serissimo. Anche se non se ne conoscono gli sviluppi, infatti, lo studio andrebbe sempre svolto in modo canonico così da schiudere tutte le strade. Solo una formazione professionale può mettere in luce e sostenere un talento, non un approccio alla sans façon come, purtroppo, spesso avviene oggi. Questo è il mio intendimento e dunque, andando avanti nel percorso, questa è stata sempre la mia concezione. Tenevo i miei recital a 15 anni e già a 17 anni, superata un’audizione in Rai, eseguii il concerto di Schumann al Foro Italico, trasmesso in televisione.»

  • Il suo vasto repertorio abbraccia la letteratura pianistica dall’età barocca, con autori preziosi come Scarlatti e Zipoli, alla contemporanea, che lei ha preso a cuore nel diffondere composizioni di Calligaris, Ghedini e altri, passando per i grandi autori del classicismo e del romanticismo, Mozart,  Beethoven, Schubert, Chopin, Mendelssohn, Schumann, Brahms, a lei molto cari. A quale punto pensa possa essere giunto oggi il suo excursus nella letteratura pianistica?

«Ho iniziato con Galuppi, Scarlatti e Cimarosa, autori che mi hanno affascinato molto, la cui letteratura è scritta per clavicembalo e fortepiano. Tuttavia ho sempre sostenuto, anche attraverso le mie revisioni e i miei dischi, che non possiamo imitare questi strumenti sul pianoforte. Anziché insistere nel voler ricreare nel pianoforte il clavicembalo, possiamo invece conferire a queste pagine un’impronta diversa, quel particolare tratto coloristico che il pianoforte consente disponendo di una meccanica differente. La sua rispondenza è del tutto diversa, quindi sta a noi sfruttare le nouance, la timbrica e tutte le possibilità che il nostro strumento ci offre.

Nello sviluppare il repertorio mi ha interessato molto la musica moderna, contemporanea e d’avanguardia con tutte le differenze. Un artista deve conoscere il proprio repertorio completamente. Vi sono opere interessantissime tra la fine dell’ ‘800 e i primi del ‘900, mi riferisco a Martucci, Sgambati, Casella, Petrassi, con le sue Invenzioni, e Ghedini, fino ad arrivare all’avanguardia, quindi ad Ada Gentile, Armando Renzi, Gilberto Bosco.  Sono autori che in parte continuo ad eseguire, in parte ho sostituito con altri, tutti in vario modo interessanti, che di certo costituiscono parte importante della formazione di un musicista. Ritengo che il repertorio, dal ‘700 passando per gli autori classico- romantici fino ai giorni nostri, costituisca un bagaglio che bisogna avere al proprio attivo.»

  • Quale esperienza ha maturato con i direttori d’orchestra e con i colleghi musicisti incontrati nel corso della carriera?

«Ho incontrato molti colleghi, ho fatto molta musica da camera, esperienza che ritengo considerevole, e ho lavorato con diversi musicisti. Ho suonato diretta da Chailly all’auditorium (Auditorio Pio di Roma), da Dutoit a Palermo e da altri famosi direttori. Nella mia attività con le orchestre ho constatato che il bravo direttore cerca sempre di seguire il solista e di coadiuvarlo; anziché pensare a imporsi, egli desidera capire e sintonizzarsi con il piglio interpretativo del pianista. Talora, se questi ha molto successo può anche capitare che il direttore riveli una piccola punta di invidia, diciamolo pure!»

  • Incluso nel curriculum lei ha anche un diploma in qualità di cantante lirica. Che cosa pensa possa aver apportato tale preparazione alla sua capacità interpretativa al pianoforte?

«È nato per caso con il maestro Guarino: sentendomi accennare una melodia mentre suonavo, mi ha invitato a studiare canto. E io lo raccomando a tutti, poiché il canto procura una visione musicale molto attenta al respiro, più incline alla poesia, e generalmente induce a un’elasticità espressiva e a una fisiologica serenità nell’articolazione della frase. Infatti, non avendo bisogno di respirare per emettere suoni, il pianista è quasi portato dallo strumento a spingersi avanti, ma se la sua è una visione veramente artistica, mediante il canto impara a respirare e a fraseggiare, maturando una capacità di lettura dello spartito più profonda.»

  • Come ha visto crescere e svilupparsi negli anni l’interpretazione pianistica e che cosa pensa delle nuove leve del concertismo?

«Nelle grandi scuole di un tempo, secondo maestri come Schnabel, Rubinstein , Cortot, Zecchi ecc., la tecnica non era mai fine a sé stessa, bensì un mezzo per fare musica. Col tempo, l’avanzare della tecnologia non ha giovato al modo di suonare, anzi, pare che sia andato a discapito dell’espressività, della calma e della serenità indispensabili. Adesso tutto è orientato al tecnicismo puro: sembra essersi scatenata una gara a suonare più velocemente. Un esempio palese è quello degli studi di Chopin, studi che sono sì, improntati ad aspetti tecnici, ma con tanta musica dentro. Inoltre, considerando la prassi esecutiva, all’epoca, con il pianoforte Pleyel, la corsa sfrenata non era possibile per questioni legate alla meccanica.

In generale nell’interpretare non bisogna certo tornare indietro, per carità, vi è un’evoluzione in tutte le cose, però nemmeno si può suonare tutta tecnica come macchine, producendo esecuzioni matematicamente perfette che tuttavia non commuovono affatto. In questo mondo velocizzato vige una frenesia costante: basta inviare un messaggio che subito si pretende la risposta, si va su whats app e si comunica immediatamente. Una velocità assoluta, che, come concetto, viene traferita anche al mondo dell’interpretazione. Ma la musica è un’altra cosa.

Sono convinta infatti che lo strumento debba colloquiare col pubblico. Ci dev’essere un feeling, una capacità di instaurare un contatto con gli ascoltatori, come un fluido che scorra; l’interprete si siede al pianoforte e attrae. Egli deve saper affascinare, giungere alle persone e comunicare un messaggio. Saper commuovere, toccare l’anima, trasmettere una vibrazione: questo è l’artista. Vede, ci sono due tipi di musicisti: gli strumentisti e gli artisti. Si può dissentire magari da un certo modo di interpretare rispetto ad un altro, vivaddio siamo tutti diversi, ma nell’interpretazione contano la coerenza e la capacità di trasmettere emozioni. Avviene come nel teatro, dove può esservi l’attore che entra in scena e recita bene, e un altro che, letteralmente, cattura.»

  • La sua esperienza di docente di pianoforte, quale è stata e come prosegue oggi?

«Nell’insegnare si impara molto. Infatti ogni allievo ha determinate qualità e una propria personalità, e, quando occorra risolvere qualche problema tecnico si apprende molto. Il buon Dio mi ha dato una mano facile e dunque non ho avuto mai difficoltà oggettive, eppure insegnando ho capito molto le problematicità di chi non sia stato dotato di una mano altrettanto adeguata.

Anche nell’interpretare, ci si può trovare di fronte ad allievi che captano e ad allievi ‘costruiti’; vi è poi l’allievo che procede con la propria individualità, e se dimostra una coerenza e una personalità sta al maestro non imporre e, anzi, lasciarlo libero, altrimenti gli allievi sarebbero computer tutti uguali. Guai a far mancare l’anima, la scioltezza, la naturalezza! »

  • Spesso invitata nelle giurie di concorsi pianistici, nel prossimo mese di marzo sarà Presidente di giuria del 1° Concorso Pianistico Internazionale “Domenico Scarlatti” Città di Trapani. A quali caratteristiche deve rispondere chi, tra i giovani che si lanciano in questo tipo di competizione, ambisca a vincere?

«Soprattutto carisma, personalità, fluidità del discorso, logicità interpretativa. Com’è noto, il grande Benedetti Michelangeli solo nel vedere i giovani dirigersi verso il pianoforte, ancor prima che si sedessero sapeva già come avrebbero suonato, Il temperamento è importante, ovviamente inserito in un contesto generale di persona possibilmente equilibrata. Comunque la teoria è una cosa, la pratica, un’altra.»  – E sorride divertita con l’allure dell’artista di lungo corso che conosce bene i segreti del proprio magistero.

  • Ora veniamo al Concorso Pianistico Internazionale Roma, aperto a giovani musicisti di tutto il mondo, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica: la sua creatura, una iniziativa che ha tenuto a battesimo con l’Associazione Culturale Fryderyk Chopin e continua a far vivere con successo e abnegazione quale direttore artistico

Quest’anno sarà il trentatreesimo anno. È nato poiché ho pensato che Roma, al pari di altre grandi città nel mondo, basti pensare a Londra, Tel Aviv, Montreal, Tokyo, meritasse di avere anch’essa un importante concorso pianistico. Non lo aveva poiché, dispiace dirlo, è una città talora un po’ provinciale, divisa tra fazioni, quindi io mi sono staccata da tutto questo e ho realizzato l’iniziativa a costo di rilevanti sacrifici personali; però ho avuto grande soddisfazione, coronata dalla medaglia d’oro del Presidente della Repubblica. Il concorso è di altissimo livello e negli anni abbiamo avuto 4000 concorrenti da tutti i continenti. È articolato in diverse sezioni: quella dei solisti, che si svolge in tre prove, con prova finale con l’orchestra, di duo pianistico e, infine, di duo a quattro mani: Abbiamo avuto vincitori validissimi che hanno vinto concorsi internazionali importanti, ad esempio Ilya Maximov, assistente di Pavel Gililov al Mozarteum di Salisburgo, vincitore del Concorso Viotti

      A Varsavia ha sede centrale il comitato che riunisce le più importanti associazioni intitolate a Chopin; la nostra associazione rappresenta l’Italia e da quest’anno io faccio parte anche del board, cosa importante per il prestigio italiano.

 

  • Nella sua infaticabile vita artistica, didattica, dirigenziale ha fondato peraltro anche l’Associazione E.P.T.A. Italy (Associazione Italiana Insegnanti di Pianoforte). Può spiegarne ruolo e finalità al nostro pubblico?

 «Conobbi anni fa la pianista Carola Grindea, fondatrice dell’European Piano Teachers Association, associazione che si prefigge attraverso congressi di promuovere l’incontro tra docenti di pianoforte.

Con cadenza annuale si svolgono incontri di due o tre giorni, durante i quali ogni presidente o membro porta un contributo di una mezz’ora di musica proponendo autori e programmi a scelta e, poi, attraverso tavole rotonde si discute di problematiche didattiche. Io ho inserito soprattutto quelle relative alla valorizzazione di giovani talenti. Siamo molti in Europa; abbiamo degli affiliati negli Stati Uniti e in Giappone. Annualmente si elegge un presidente europeo a turno. Ho rivestito tale carica già due volte, quindi in due congressi, e ora per la terza volta sono stata nominata in Portogallo, dunque preparo il congresso di novembre, al quale parteciperanno presidenti europei e anche qualcuno dall’America. Nel meeting parleremo dell’attività svolta ed eleggeremo il presidente incoming. Un’ottima occasione per incontrarci, che altrimenti non ci sarebbe».

 Tra le numerose iniziative delle quali si è fatta promotrice, vi è anche un salotto musicale, una sorta di schubertiade romana, che poi è un ciclo di incontri di tutte le arti, ospitata nel Chiostro di San Giovanni Battista dei Genovesi, a Trastevere

«È iniziato, mi pare dodici anni fa, con circa quarantacinque persone, in serate organizzate con un programma di sala, in casa mia, dove si trovano la mia storia, la mia famiglia, i ricordi dei viaggi e tutta la mia vita artistica. Desideravo creare un salotto con cadenza mensile nel quale coinvolgere pianisti, cantanti, artisti, conferenzieri di prim’ordine, fra i quali personalità illustri che nel tempo hanno dato un contributo notevole all’ottima riuscita: Poi, dopo il covid, ho chiesto ospitalità alla confraternita di San Giovanni Battista dei Genovesi, nel cui oratorio da due anni si svolgono le selezioni del concorso Roma. Nell’incontro di sabato scorso ho eseguito a 4 mani con un allievo mezz’ora di danze ungheresi di Brahms, programma che presenteremo in integrale all’Università Roma 3.

Mi dedico molto agli allievi e tra le mie attività ho fatto sempre volontariato, adoperandomi per aiutare i giovani con lezioni a titolo gratuito, come avviene nel progetto a livello nazionale intitolato ‘Magisterium’, grazie al quale ho dato la possibilità ad allievi bravi, da me preparati durante sei mesi con lunghe lezioni bimensili, di poter tenere concerti con l’orchestra, poiché è cosa non facile, anche in conservatorio o nei corsi di perfezionamento, avere un’orchestra a disposizione.»

 

  • Il programma “Dai Lieder di Schubert al contemporaneo Marco Sollini attraverso il romanticismo chopiniano”, che eseguirà a Viterbo per l’Università della Tuscia, comprende in prima assoluta tre brani dai 24 Piano Works di Marco Sollini, Natale Op. 13, Ninna Nanna Nordica Op. 2 e Impromptu Op. 27, per concludersi con le Variazioni Brillanti Op. 12, lo Scherzo in Si Bemolle Minore Op. 31 n. 2 e l’Andante Spianato e Grande Polacca Brillante Op. 22 di Fryderyk Chopin: due pilastri romantici inframmezzati da un autore contemporaneo

«Di seguito ai brani liederistici di Schubert ho voluto inserire Sollini perché è un autore lontano dall’avanguardia che ha un suo particolare classicismo e possiede un ché di romantico. Il suo canto, in Natale op. 13, è molto poetico, basato sul tocco e sull’espressività; così nella Ninna Nanna, mentre a questa segue un improvviso impetuoso, di fuoco; insomma, un autore che si colloca bene accanto a due pietre miliari del primo ‘800. Poi passo alle Variazioni brillanti di Chopin, opera giovanile sul tema “Je vends des scapulaires” (dall’opera comica Ludovic di Louis Joseph Ferdinand Herold, completata da Fromental Halevy), pezzo di bravura scelto con gli altri due brani conclusivi del programma a contrassegnare tre diverse fasi creative della vita di Chopin.»

  • Marcella Crudeli ha percorso molte tappe fino ad essere insignita di altissimi titoli di merito. Le onorificenze giungono a coronare il ritratto di una persona la cui qualità professionale e umana viene riconosciuta in modo prestigioso

«Ho dedicato una vita alla musica: soddisfazioni molte. Naturalmente occorre essere consapevoli, avere un carattere forte, non arrendersi, essere pronti a subire qualche angheria o gelosia. Se alla prima delusione o ingiustizia ci si abbatte non è il caso di intraprendere questa strada. Inoltre Qqla carriera è stata per me molto interessante anche per ciò che concerne l’apertura mentale: la conoscenza di numerose persone, di popoli diversi, amplia l’orizzonte mentale.»

 

  • Marcella Crudeli e il futuro. Qualche programma che possa rivelarci?

«Del futuro non parlo mai. Solo a breve scadenza. Ho numerose idee che spero si possano concretizzare. Tutto è nelle mani di Dio.»

 

  • Si è parlato tempo fa del suo rapporto con la fede cattolica. Come si evolve, con l’evolversi e il cambiare di parametri che sembravano immutabili, il suo senso religioso nel contesto della società attuale?

«La fede è un fatto intimo, soggettivo. Ho una mia fede personale e sono solita tenere una coroncina del rosario avvolta nel fazzoletto bianco che uso nei concerti per asciugarmi le mani o la tastiera. Certamente non sono per il bigottismo, poiché credo nel sentire profondamente dentro di sé il sentimento religioso al di là di rituali imposti e consuetudini apprese. Sono anche consorella, ma laica, della Confraternita della Chiesa dei Genovesi. La mia formazione mi rende favorevole all’incontro fra religioni. Pur rimanendo nel proprio credo, anziché mettersi l’uno contro l’altro bisogna andare d’accordo, trovare un punto d’incontro. L’ecumenismo è un aspetto del mondo globalizzato.»

– Un pensiero rivolto al pubblico viterbese che la attende

«Viterbo: ho già suonato in questa città meravigliosa, piena d’arte e di cultura. Sarà bello farvi ritorno!»

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