di TOMMASO SASO-
Eh sì, anche l’intelligenza artificiale soffre di un problema di immagine! Da un lato abbiamo i film di Terminator che vuole sterminare l’umanità e del famoso HAL 9000, di 2001 Odissea nello Spazio, che uccide gli astronauti, e ancora Matrix che trasforma gli umani in batterie! Insomma Hollywood ha fatto un ottimo lavoro nel terrorizzarci sull’AI, ma fatto un pessimo lavoro nel spiegarci cosa sia davvero. È tempo di separare la fantascienza dalla scienza e i miti dalla realtà.
Mito numero uno: “L’AI diventerà cosciente e si rivolterà contro di noi”, grande classico, da Frankenstein ai robot senzienti che decidono che gli umani sono il problema. Qual è la realtà? Che nessuna AI attuale è nemmeno lontanamente cosciente. ChatGPT può sembrare intelligente, addirittura umana, nelle conversazioni, ma non ha più coscienza di sé di un frigorifero, non prova emozioni, non ha desideri, e non fa piani per il dominio mondiale, tranquilli. È un sistema statistico incredibilmente sofisticato che predice la parola successiva in una frase.
Questa confusione nasce dal nostro antropomorfismo, la nostra tendenza ad attribuire qualità umane a tutto ciò che sembra comportarsi intelligentemente. Quando il GPS ci dice “gira a destra”, non sta pensando al nostro benessere, sta semplicemente eseguendo calcoli. Quando Alexa risponde alle nostre domande, non ci sta ascoltando nel senso umano, sta processando onde sonore.
Mito numero due: “L’AI sostituirà tutti i lavori immediatamente”. Questo mito è particolarmente pernicioso perché contiene un granello di verità, ma lo amplifica fino al panico. Sì, l’AI automatizzerà molti lavori, ma no, non succederà dall’oggi al domani, e no, non riguarderà tutti i lavori allo stesso modo.
La storia ci insegna che ogni rivoluzione tecnologica distrugge alcuni lavori ma ne crea altri. I telai meccanici eliminarono i tessitori a mano, ma crearono operai di fabbrica. I computer eliminarono i calcolatori umani, ma crearono programmatori. L’AI eliminerà alcuni lavori di routine, ma creerà nuove professioni che oggi non esistono. Il problema non è se ci saranno lavori, ma se saremo preparati per quelli nuovi. E questa è una sfida ed una responsabilità che noi professori dobbiamo perseguire con il maggior impegno possibile per far crescere una generazione capace di vivere con consapevolezza il futuro.
Mito numero tre: “L’AI è infallibile e sempre obiettiva”. Questo è forse il mito più pericoloso, perché porta a fidarsi ciecamente delle decisioni algoritmiche. In realtà, l’AI è tanto oggettiva quanto i dati su cui è addestrata e le persone che la progettano. Se un algoritmo di assunzione viene addestrato su dati storici che riflettono discriminazioni di genere, continuerà a discriminare. Se un sistema di riconoscimento facciale viene sviluppato principalmente su volti di persone bianche, funzionerà male con persone di altre etnie.
L’AI non elimina i bias umani, ma li amplifica e li nasconde dietro una patina di scientificità. È come mettere uno specchio deformante davanti alla società, riflette le nostre ingiustizie ma le fa sembrare oggettive e neutrali.
Ad esempio, nel 2018, Amazon ha dovuto abbandonare un sistema AI per le assunzioni perché discriminava sistematicamente le donne. Il sistema aveva “imparato” dai CV degli ingegneri assunti nei 10 anni precedenti, concludendo che essere uomo era un vantaggio per il lavoro.
Mito numero quattro: “L’AI può fare tutto meglio degli umani”. Sembra contraddittorio dopo aver detto che l’AI sostituirà i lavori, ma la realtà è più sfumata. L’AI è straordinaria in compiti specifici che richiedono pattern recognition, analisi di grandi quantità di dati, calcoli complessi. Ma è pessima in tutto ciò che richiede creatività, empatia, comprensione del contesto, senso comune.
Un sistema AI può battere i migliori giocatori di scacchi, ma non sa perché è divertente giocare. Può tradurre lingue con precisione impressionante, ma non coglie l’ironia o il sarcasmo. Può diagnosticare malattie dalle radiografie, ma non sa confortare un paziente spaventato. L’intelligenza umana e quella artificiale sono complementari, non competitive.
Mito numero cinque: “L’AI è una tecnologia del futuro”. Molti pensano ancora all’AI come a qualcosa che arriverà tra vent’anni. La verità è che l’AI è già ovunque intorno a noi. Nelle precedenti puntate abbiamo già imparato che il feed di Facebook è curato da AI, che le raccomandazioni di Netflix sono generate da AI e il riconoscimento vocale di Siri è sempre AI. Ma anche i sistemi antispam delle email sono AI e le auto con frenata automatica usano AI. Insomma facciamocene una ragione, non viviamo in attesa dell’AI, ci viviamo dentro!
Non dobbiamo pre-occuparci di quando l’AI arriverà ma come si evolverà.
Mito numero sei: “L’AI è troppo complicata per essere capita dalle persone normali”. Questo mito è particolarmente dannoso perché scoraggia la partecipazione pubblica nei dibattiti sull’AI. La verità è che non dovete capire come funziona un transistor per avere opinioni sensate sugli smartphone. Non dovete essere esperti di machine learning per capire le implicazioni sociali dell’AI.
Lo scopo di queste mini lezioni è proprio quello di far capire che i principi base dell’AI sono accessibili a tutti. Così anche le implicazioni etiche, sociali, economiche sono alla portata di chiunque e anzi sono troppo importanti per essere lasciate solo agli esperti.
Mito numero sette: “L’AI è neutrale dal punto di vista politico”. Questo mito è particolarmente insidioso perché presenta l’AI come una forza naturale invece che come il prodotto di scelte umane specifiche. Come abbiamo capito ogni sistema AI riflette le priorità, i valori, i pregiudizi di chi lo crea e lo finanzia. Quindi attenzione.
Sappiamo bene che quando Google decide cosa mostrarci nei risultati di ricerca, sta facendo scelte editoriali, come Facebook che decide cosa vedere nel nostro feed, influenzando la nostra visione del mondo. Non esiste AI neutrale, esiste solo AI i cui bias sono nascosti oppure espliciti.
In conclusione abbiamo campito che la realtà dell’AI è meno cinematografica ma più interessante dei miti. Non abbiamo robot senzienti, ma abbiamo sistemi che possono rilevare tumori invisibili ai medici. Non abbiamo intelligenze superintelligenti, ma abbiamo algoritmi che ottimizzano il traffico urbano in tempo reale. Non abbiamo la singolarità tecnologica, ma abbiamo strumenti che amplificano le capacità umane in modi prima impensabili.
Quindi possiamo rilassarci perché l vero pericolo non sono i robot assassini, ma l’ignoranza e quella possiamo gestirla. Quando non capiamo come funziona l’AI, non possiamo controllarla, regolarla, utilizzarla responsabilmente e quando crediamo ai miti invece che alla realtà, prendiamo decisioni sbagliate, sia individuali che collettive.
L’AI non è né la salvezza né la dannazione dell’umanità ma uno strumento potentissimo che può essere usato per il bene o per il male, a seconda di come scegliamo di svilupparlo e utilizzarlo. Ma per fare scelte sagge, dobbiamo prima liberarci dalle fantasie e guardare in faccia la realtà.
Nel prossimo capitolo, inizieremo a esplorare questa realtà in profondità. Scopriremo come funziona davvero il machine learning che il cuore pulsante dell’AI moderna, perché per navigare nell’era dell’intelligenza artificiale, dobbiamo prima capire come le macchine “imparano” a essere intelligenti. Vi aspetto la prossima settimana!
Professor Tommaso Saso. Professore di Marketing e Organizzazione Aziendale e membro dell’Osservatorio di AI generativa presso l’Università degli Studi G. Marconi. Presidente di Manageritalia Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna ed Umbria.








