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Montale e il “Diario postumo”: la poesia oltre la moda, tra sospetto e verità (VIDEO)

di MARCO ROSSI-

Quando nel 1996 uscì il Diario postumo di Eugenio Montale, si sollevò un polverone critico che ancora oggi divide studiosi e lettori. Autenticità, apocrifia, manipolazione: tutto fu messo in discussione. Eppure, al di là delle controversie filologiche, ciò che emerge da queste liriche estreme – ultime o presunte tali – è la voce di un poeta che guarda la poesia stessa con un’attenzione tagliente, quasi chirurgica.
Una voce che osserva il presente senza indulgenze, mettendo a nudo la trasformazione del linguaggio poetico nel mondo contemporaneo.
Montale, in queste pagine tarde, sembra interrogarsi sulla sorte della poesia in una società che comincia a trattarla come prodotto, come posa, come moda culturale più che come esigenza interiore. Un sospetto che oggi, nell’era delle poesie in formato social, dei versi costruiti per essere condivisi in un lampo, risuona con sorprendente lucidità.
Il Diario postumo smaschera la tentazione di ridurre la poesia a slogan emotivo, a gesto estetico immediato, a “stato d’animo confezionato”: qualcosa che consola senza ferire, che seduce senza spostare uno sguardo.
Nell’esegesi di queste liriche emergono due Montale: quello disincantato, che vede la poesia rischiare di svuotarsi, e quello ostinato, che ne difende il nucleo irriducibile.
Perché se la poesia diventa moda, perde la sua necessaria scomodità; se diventa oggetto di consumo, smette di interrogare e si limita a confermare ciò che già pensiamo.
Montale, invece, continua a chiedere che il verso apra una crepa nella realtà, che metta il lettore in un punto instabile, che lo costringa a vedere ciò che si preferirebbe ignorare. È questo il senso più alto dell’ultima fase montaliana: una poesia che diffida della poesia stessa, proprio per salvarla da ciò che la banalizza.
La sua è una chiamata all’onestà linguistica e morale, un invito a non accettare il conforto facile, a riscoprire la parola come luogo di verità scomoda e necessaria.
Una lezione che, oggi, riecheggia con urgenza.
E allora, tra i frammenti del Diario postumo, ci arriva un sussurro che sembra scritto per noi:
che la poesia non è un accessorio, né un riflesso di vanità, ma un varco, una fenditura nella superficie del mondo.
Montale ci affida un compito lieve eppure decisivo:
tornare a cercare nei versi non la consolazione, ma il coraggio;
non la posa, ma il dubbio;
non la moda, ma il passo che ci spinge oltre.
Perché il futuro della poesia – e forse il nostro – non sta nell’eco, ma nella voce che osa dire ciò che ancora non sappiamo ascoltare.

  

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