Motocross, parla Lupino: “Sono pronto per essere protagonista”

Alessandro Lupino 2Per gli sportivi del motore, gli ultimi mesi dell’anno sono gli unici momenti in cui potersi rilassare. Le stagioni agonistiche, infatti, sono diventate sempre più lunghe e stressanti: le gare cominciano a febbraio e vanno avanti, praticamente senza sosta, fino ad autunno inoltrato; il pilota è continuamente impegnato in allenamenti, trasferte, competizioni, eventi promozionali… e qualche volta deve anche lavorare da infortunato, portandosi appresso i postumi di qualche incidente. Così, quando si arriva alla fine del campionato, l’unica cosa che si desidera è una bella vacanza corroborante.

 

La passione, però, non va in ferie mai, e così capita che, anche nei periodi di pausa, i piloti non resistano alla tentazione di infilare il casco e andarsi a divertire in qualche occasione particolare. È capitato domenica scorsa a Viterbo, dove si è tenuta una gara di kart di beneficenza in memoria di Andrea Antonelli, il pilota umbro deceduto quest’estate in una gara in Russia. Alla manifestazione hanno preso parte diversi nomi importanti del panorama motociclistico nazionale, tra cui Alessandro Lupino, il giovane viterbese che già da diversi anni partecipa, con buoni risultati, al mondiale motocross. Abbiamo colto l’occasione per conoscerlo un po’ meglio.

Ale, partiamo dal passato più recente. Hai concluso il mondiale 2013 all’ottavo posto: sei soddisfatto?

Abbastanza. Diciamo che è stata una stagione positiva al 70%: ho corso diverse buone gare e sono anche riuscito a conquistare i primi due podi della mia carriera, in Bulgaria e in Italia; purtroppo ho anche collezionato dei risultati negativi, un po’ a causa di errori miei e un po’ per colpa di problemi alla moto, che mi hanno penalizzato in classifica finale. A conti fatti, se fossi riuscito ad essere più costante, avrei potuto fare anche di più dell’ottavo posto, ma comunque posso dirmi soddisfatto di com’è andata: ho dimostrato di avere il passo dei migliori e adesso devo lavorare per concretizzare di più questo potenziale.”

Tra le belle prove, possiamo sicuramente annoverare il podio al Motocross delle Nazioni.

Che soddisfazione! Il Nazioni è la gara più importante dell’anno, ma per me sembrava davvero stregata: per un motivo o per l’altro ero sempre la pecora nera, quello che pregiudicava il risultato di tutta la squadra, e questa cosa mi faceva soffrire parecchio. Invece quest’anno, finalmente, è andato tutto bene; ho corso due buone manche e ho fatto la mia parte per portare l’Italia sul podio. È stata una grande emozione correre insieme a Tony Cairoli e David Philippaerts: loro per me sono degli idoli, sono quello che sognavo di diventare quando ero bambino; fare squadra e condividere la gioia del podio con loro è stato un sogno che si avverava.”

Per il 2014 è tutto confermato, stessa moto e stesso team?

Sì, correrò ancora il mondiale MX2 con la Kawasaki KXF 250 del team francese CLS. Sono un po’ scaramantico e non mi piace fare proclami, però sicuramente parto con l’obiettivo di migliorare la posizione dell’anno scorso.”

Come ci si trova a lavorare in un team straniero?

Sicuramente è molto diverso rispetto ad una squadra italiana, perché devi confrontarti con una lingua ed una mentalità diverse e questo, soprattutto all’inizio, ti mette un po’ a disagio. Però siamo dei professionisti, tutto ciò che conta è che il pilota vada forte e che la squadra lo assista nel miglior modo possibile: se esistono queste condizioni, il rapporto è buono. Io sono soddisfatto del mio team, ha un’ottima organizzazione e un’ottima logistica; loro, dall’altra parte, sono soddisfatti di me e quindi siamo tutti ben felici di continuare insieme.

Passi molto tempo via dall’Italia?

Sì, la squadra ha una sede in Olanda ed io trascorro molti mesi all’anno lì. È un posto freddo e tristissimo, soprattutto per uno abituato al clima mite di Viterbo, ma per un pilota di motocross è un sacrificio indispensabile. Nella zona del Benelux, infatti, ci sono delle piste con un terreno sabbioso molto impegnativo, che si trova praticamente solo nel Nord Europa e su cui bisogna allenarsi tantissimo, perché richiede un modo di guidare completamente diverso da quello a cui siamo abituati in Italia. Ci sono parecchi Gran Premi all’anno sulla sabbia, per cui, se non impari ad andare forte su quei terreni, rimani per forza di cose tagliato fuori dalla lotta per le prime posizioni.”

Da anni sei considerato la migliore speranza del motocross italiano e c’è sempre tanta attesa dietro ai tuoi risultati. È stato facile per te emergere?

Non esattamente, ho una storia abbastanza particolare alle spalle. Da bambino giocavo a calcio e ho cominciato a fare motocross solo a 10 anni, molto tardi rispetto alla media di quelli che poi sfondano e diventano professionisti; ero partito solo per divertirmi, tanto che per i primi mesi alternavo la pratica del cross a quella del calcio. I risultati, però, sono arrivati subito e così ho iniziato a dedicarmi totalmente alla moto: ho vinto diversi titoli regionali e nazionali e poi, nel 2006, sono riuscito nell’impresa di vincere campionato Italiano, Europeo e Mondiale minicross nella stessa stagione. Avevo un’incredibile fiducia in me e così nel 2007, al primo anno con le moto grandi, ho deciso di provare a fare subito il Campionato del Mondo. Un errore gravissimo, che mi ha pregiudicato almeno 2-3 anni di carriera.”

Alessandro LupinoAddirittura?

Sì. Col senno di poi, devo riconoscere che non ero assolutamente pronto per correre a quel livello: non avevo l’esperienza, non avevo il passo, non avevo la forza mentale, non avevo niente. Scendevo in pista con la paura e con la consapevolezza di non essere all’altezza della situazione; e infatti andò malissimo. Quell’esperienza mi ha lasciato il segno per anni.

Come hai fatto a ritrovare te stesso?

Il mio primo team manager, Claudio De Carli, è stato molto paziente e non mi ha fatto mai mancare il suo sostegno. Poi la scelta di passare al team di Ilario Ricci, nel 2010, mi ha un po’ cambiato la vita. Con Ilario ho condiviso tre anni, di cui due da pilota ufficiale Husqvarna; la moto aveva bisogno di sviluppo ed io mi sono ritrovato spesso ad essere l’unico pilota del team, quindi tutti facevano riferimento a me. Sentivo il peso della responsabilità, anche perché non avevo ancora la maturità per dare indicazioni tecniche ad uno staff di ingegneri, ma allo stesso tempo è stata una bella sfida, che mi ha formato molto. Adesso, finalmente, ho tutto quello che mi serve per fare bene: una moto competitiva, l’esperienza e, soprattutto, la fiducia nei miei mezzi.”

Qualche anno fa il fratello della tua ragazza, anch’egli crossista, ha rischiato di rimanere paralizzato in seguito ad una caduta durante una gara. Quanto ti ha condizionato questa vicenda?

Sicuramente l’infortunio di una persona vicina ti fa riflettere molto sui rischi che si corrono facendo questo sport. Però a me la vicenda di Riccardo (il nome del ragazzo, Riccardo Babbini, n.d.r.) ha dato una forza in più; la determinazione con cui l’ho visto affrontare l’infortunio mi ha fatto capire che io sono una persona fortunata, che ha delle doti e la possibilità di sfruttarle, quindi ho avuto un impulso ad impegnarmi ancora di più. Comunque adesso, per fortuna, Riccardo è tornato in perfetta forma, ha ripreso a fare praticamente tutto quello che faceva prima dell’incidente e questo ha portato molta più serenità a me e alle persone a me care.”

Il regolamento del Campionato del Mondo prevede che nella classe MX2 si possa correre solo fino a 23 anni di età. Tu sei del 1991, quindi la prossima sarà per forza di cose la tua ultima stagione in MX2. Stai già pensando al futuro in MX1?

Sì, ogni tanto ci penso. In teoria dovrebbe essere un bene per me, perché peso più di 70 kg e sono un po’ troppo robusto per le moto della MX2; però io, in tutta sincerità, spero che gli organizzatori cambino la regola che ci impone il passaggio di categoria. Innanzitutto perché nel 2015 non solo io, ma anche tanti altri top rider della MX2 dovranno passare in MX1 per raggiunti limiti di età, e quindi la MX2 scenderà tantissimo di livello, diventando un campionato quasi ridicolo. E poi perché i primi della MX1 sono campioni fortissimi e già affermati; sarà molto difficile inserirsi subito nella lotta per il podio, a meno di non rischiare e spingersi oltre il proprio limite. In sostanza, ritengo la MX2 il campionato più idoneo a proseguire il mio percorso di crescita e mi dispiacerebbe dovermene andare.”

A proposito di MX1, tu sei molto amico con Tony Cairoli, il nostro campionissimo. È lui il tuo riferimento?

Tony è il riferimento di tutti, è il pilota più forte del mondo. Ho la fortuna di poter passare molto tempo con lui, sia durante gli allenamenti che fuori dall’ambiente delle gare, e devo dire che il suo segreto è tutto nella sua testa. Non ho mai visto uno sportivo, di qualsiasi sport si parli, con tanta forza mentale: Tony ti distrugge letteralmente con la sua capacità di ragionare, di fare sempre la scelta più intelligente, di controllare tutto quello che gli succede intorno. Da pilota, vi posso garantire che non esiste nessuno che riesca a guidare con la sua freddezza: è un mix perfetto di tattica di gara, tecnica di guida e voglia di vincere.”

Anche se, come hai detto, non sei molto spesso a Viterbo, ti senti un po’ un personaggio in questa città?

Un pochino sì, e ovviamente mi fa piacere. Quest’anno, grazie ai buoni risultati, sono diventato più famoso e ho tanta gente della nostra zona che mi segue, sia alle gare che sui social network. Sono felice che mi vedano come un loro rappresentante: ho fatto tanti sacrifici per arrivare dove sono e spero di poter essere da esempio per qualcuno, perché impegnarsi nello sport consente di tenersi alla larga dai brutti giri. Ci sono tanti ragazzi che si sono appassionati al motocross a Viterbo in questi ultimi anni; ovviamente molto è dovuto ai successi di Tony, che è il personaggio più popolare ed amato, però mi piace pensare che anch’io qui a Viterbo abbia spinto qualche ragazzo a conoscere meglio questo meraviglioso sport.

Ti capita mai di essere fermato per strada?

“Qualche volta. In particolare mi piace quando vengono a parlarmi i bambini: all’inizio sono impauriti, perché ti vedono un po’ come un extraterrestre, e allora a me piace mostrarmi sorridente e disponibile, perché devono capire che un campione è una persona normalissima, che è riuscita ad avere successo grazie alla sua voglia di lavorare e sacrificarsi. Quando ci guardano, i bambini non devono vedere dei miti irraggiungibili: devono capire che anche loro potranno arrivare dove siamo arrivati noi, purché ci mettano impegno e volontà.”

E allora in bocca al… “Lupo”, Alessandro. Viterbo è con te.

   

Leave a Reply