di VERONICA GEZZI-
Nella cosmetica contemporanea l’“olio di fegato di squalo” è un ingrediente che fa discutere tanto quanto affascina: da un lato è una materia prima storicamente impiegata per l’elevata ricchezza in lipidi bioattivi; dall’altro, oggi viene analizzata con attenzione per le implicazioni etiche e ambientali legate alla pesca di alcune specie, soprattutto di profondità. Per comprenderne davvero il ruolo in cosmetologia, però, bisogna partire da tre domande chiave: da dove proviene, come si ottiene (e si purifica) in laboratorio, e che cosa “fa” sulla pelle quando viene inserito in una formula ben progettata.
L’olio di fegato di squalo (spesso indicato in letteratura come shark liver oil, SLO) deriva, come suggerisce il nome, dai tessuti epatici di diverse specie di squali. Il fegato di questi animali può essere particolarmente voluminoso e ricco di sostanze lipidiche perché svolge, tra le altre funzioni, un ruolo fondamentale nella galleggiabilità: gli oli a bassa densità contribuiscono a compensare l’assenza della vescica natatoria tipica dei pesci ossei.
Storicamente, l’interesse cosmetico e farmaceutico si è concentrato soprattutto su alcune specie note per l’altissimo contenuto di squalene nel fegato: in particolare squali di profondità e specie come Centrophorus (ad esempio Centrophorus squamosus), il Squalus acanthias (spinarolo/dogfish) e lo squalo elefante Cetorhinus maximus sono frequentemente citati nelle rassegne divulgative e nei database chimico-biologici dedicati all’ingrediente. In ambito scientifico, vari studi sul profilo lipidico del fegato di squali di profondità riportano percentuali di squalene nel loro olio che possono essere molto elevate, con valori spesso compresi (a seconda delle specie) tra ~50% e oltre 80% dell’olio totale, motivo per cui queste risorse sono state oggetto di interesse industriale.
Chiarito “da chi” proviene, è essenziale capire “che cosa” si cerca dentro quell’olio. L’olio di fegato di squalo è un mix complesso: trigliceridi, frazione insaponificabile, idrocarburi (tra cui lo squalene), eterlipidi (alchilgliceroli) e componenti minori. La composizione varia molto da specie a specie: in alcune predomina lo squalene, in altre risultano più rappresentati gli eterlipidi, in altre ancora prevalgono trigliceridi. Questa variabilità è la ragione per cui, in cosmetica moderna, raramente si utilizza un “olio grezzo” tal quale: l’industria preferisce isolare, standardizzare e purificare le frazioni funzionali più interessanti.
Il percorso industriale può essere semplificato in tre grandi fasi: estrazione, raffinazione/purificazione, eventuale trasformazione chimica (quando si punta, ad esempio, a ottenere squalano).
L’estrazione, in termini generali, consiste nel recupero della componente lipidica dal fegato. I metodi possono includere processi fisici (riscaldamento controllato e separazione) e tecniche più spinte per separare selettivamente le frazioni di interesse. In letteratura, per aumentare purezza e resa di squalene e di altri composti della frazione insaponificabile, vengono citate tecnologie come la distillazione sotto vuoto e, in particolare, la distillazione “molecolare” o a percorso breve (short-path), utili perché consentono di lavorare ad alte temperature riducendo i tempi di permanenza e quindi limitando degradazioni termiche e ossidative.
Il punto cruciale è la purificazione: il materiale estratto contiene impurità e molecole diverse (acidi grassi liberi, altre frazioni lipidiche, tracce di composti odorigeni, pigmenti, ecc.). Nei processi descritti in ambito tecnico-brevettuale e industriale, la purificazione tramite distillazione mira a separare lo squalene e/o a “ripulire” la miscela da componenti non desiderati per l’uso cosmetico, ottenendo un profilo più stabile e riproducibile.
A questo punto si apre una distinzione fondamentale, spesso confusa nel marketing: squalene vs squalano. Lo squalene è una molecola insatura (più reattiva), mentre lo squalano è la forma idrogenata (satura), generalmente considerata più stabile all’ossidazione e più “facile” da gestire in formula. In pratica, molte aziende cosmetiche preferiscono impiegare squalano proprio per motivi di stabilità, sensorialità e durata del prodotto. La conversione può avvenire tramite idrogenazione catalitica, un passaggio ben noto nei processi industriali.
Arriviamo così alla domanda che interessa di più la cosmetologia applicata: come si usa in cosmetica, e con quali obiettivi reali.
Lo squalene (e soprattutto lo squalano) è apprezzato per l’elevata affinità con il film idrolipidico. La pelle lo “riconosce” come lipide fisiologicamente compatibile: questo si traduce, nella pratica, in un’azione emolliente e restitutiva, utile a migliorare comfort e morbidezza e a sostenere la barriera cutanea riducendo la perdita d’acqua transepidermica. Per questo lo troviamo spesso in sieri e creme per pelle secca, sensibile, matura, oppure in formulazioni “post-procedura” dove serve ridurre la sensazione di secchezza e supportare la funzione barriera senza appesantire.
Nel caso specifico dell’olio di fegato di squalo “intero” o delle sue frazioni non esclusivamente squaleniche, entrano in gioco anche gli alchilgliceroli, eterlipidi che la letteratura scientifica ha esplorato per attività biologiche (in contesti non strettamente cosmetici) legate alla modulazione immunitaria e a effetti su membrane e stress ossidativo. In cosmetologia, questo si traduce in un interesse per l’azione lenitiva e di supporto cutaneo, pur ricordando sempre che la promessa cosmetica deve restare nei confini del “mantenimento in buono stato della pelle” e non sconfinare in claim terapeutici.
Sul fronte della sicurezza cosmetica, i principali enti e panel di valutazione disponibili in letteratura per squalene e squalano li considerano, alle condizioni d’uso tipiche, ingredienti sicuri; una valutazione spesso citata in ambito formulativo è quella del Cosmetic Ingredient Review (CIR), che ha riesaminato nel tempo i dati disponibili concludendo per la sicurezza d’uso nelle pratiche e concentrazioni correnti. Resta comunque buona pratica formulativa proteggere le frazioni più sensibili (soprattutto lo squalene) dall’ossidazione con antiossidanti di formula e packaging adeguato, perché l’ossidazione lipidica non è un dettaglio: può influire su odore, stabilità e tollerabilità.
Nelle formulazioni, lo squalene/squalano viene usato anche come solvente e vettore: migliora la scorrevolezza, la sensorialità e può aiutare la distribuzione uniforme di altri attivi lipofili. Ecco perché è presente non solo nelle creme viso, ma anche in balsami labbra, oli corpo, prodotti per capelli (come condizionanti e lucidanti) e talvolta in solari dalla texture “dry touch”.
Oggi, però, nessun articolo serio può ignorare il tema della sostenibilità. Diversi report e analisi sottolineano che una parte rilevante dello squalene commercializzato storicamente è stata ottenuta da squali di profondità, specie spesso caratterizzate da crescita lenta e bassa resilienza alla pesca intensiva. Anche documenti e organismi internazionali legati alla conservazione (come i dossier discussi in ambito CITES) richiamano l’attenzione sul commercio di prodotti derivati dal fegato di alcune specie e sull’impatto potenziale della domanda. Proprio per questa ragione, in cosmetica moderna è sempre più comune la scelta di alternative non animali: squalene e squalano possono essere ottenuti anche da fonti vegetali (come sottoprodotti di raffinazione di oli) o tramite processi biotecnologici/fermentativi, con l’obiettivo di mantenere le stesse performance cutanee riducendo l’impatto sulla biodiversità.
In conclusione, l’olio di fegato di squalo ha rappresentato una “pagina storica” della cosmetologia lipidica per la sua ricchezza in squalene e composti affini; tuttavia, la cosmetica professionale di oggi ragiona sempre di più in termini di standardizzazione, purezza, stabilità e responsabilità della filiera. Quando si parla di “shark liver oil” non si sta parlando di una singola sostanza, ma di una famiglia di frazioni e processi: dal fegato (e dalla specie di provenienza) alle tecniche di purificazione, fino alla scelta finale tra squalene e squalano e alle alternative vegetali o biotech. È qui che la cosmetologia diventa davvero scienza applicata: non nell’effetto slogan, ma nella qualità della materia prima, nella trasparenza dell’origine e nella capacità del formulatore di trasformare un lipide in un gesto cosmetico efficace, sicuro e moderno.
Dott.ssa Veronica Gezzi
Cosmetologa , estetologa esperta in dermopigmentazione




