di MARCO ROSSI-
Nel 1974 Pier Paolo Pasolini scriveva Cara Tuscia, un testo che non è soltanto un atto d’amore, ma un esercizio di svelamento. In quelle pagine il poeta e cineasta tratteggiava la Tuscia come un luogo fisico e, allo stesso tempo, come una metafora: una terra ferita e splendida, intatta e minacciata, sospesa tra la tradizione rurale e l’avanzare di un progresso che egli definiva “irrazionale, violento, imposto dall’alto”.
La Tuscia, per Pasolini, non era solo sfondo dei suoi film o rifugio creativo a Chia. Era un laboratorio di futuro, un territorio che costringeva a interrogare il presente. Qui vedeva l’Italia vera – quella che stava per essere cancellata – e allo stesso tempo una possibilità di rinascita civile.
Nelle sue riflessioni emerge l’idea di un equilibrio fragile: il paesaggio come bene comune, la comunità come argine alle derive consumistiche, la cultura come unica forma di resistenza. È in questo quadro che Pasolini immaginò anche un progetto visionario: la nascita a Viterbo di una grande università statale, radicata nella storia e orientata al rinnovamento del pensiero. Un ateneo che potesse connettere saperi umanistici e scienze agrarie, archeologia e tutela del paesaggio, in una terra che egli considerava un archivio vivente della civiltà italiana.
Un progetto rimasto in parte incompiuto, ma che anticipò la vocazione accademica che Viterbo avrebbe consolidato negli anni successivi.
L’esegesi del suo articolo rivela una coerenza profonda: Pasolini non difendeva la Tuscia come un museo del passato, ma come un territorio dove il cambiamento potesse avvenire con consapevolezza, senza distruggere ciò che rende una comunità riconoscibile. Il suo sguardo – politico, morale, estetico – è ancora oggi un monito su come abitiamo i luoghi, su quanto siamo disposti a custodire e su ciò che preferiamo sacrificare sull’altare della modernità.
E nel ripercorrere il suo legame con questa terra, resta un’immagine: Pasolini che attraversa i calanchi, che osserva il vento piegare i canneti, che cerca nella Tuscia la verità cruda dell’Italia. Una verità che – come scriveva – “si rivela solo a chi sa ascoltare”.
E così la Tuscia rimane, come lui l’aveva vista: una promessa sospesa tra luce e terra, un luogo che chiede rispetto prima ancora che parole.
E sembra che Pasolini ci parli ancora, mormorando che ogni paesaggio è un corpo, ogni borgo una memoria, ogni calanco un grido antico.
“Proteggeteli”, direbbe. Perché ciò che si salva qui, in questa frontiera di silenzi e orizzonti, non è solo la bellezza: è la possibilità di restare umani.









