Negli ultimi quarant’anni, tre grandi studi americani hanno seguito oltre duecentomila uomini e donne per capire se il consumo di patate fosse legato al rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Il risultato più chiaro è che non tutte le patate sono uguali: il problema, dal punto di vista metabolico, riguarda soprattutto le patatine fritte. Chi ne mangia regolarmente, ad esempio tre porzioni in più alla settimana, ha mostrato un aumento del rischio di diabete di circa il 20%, mentre per le patate al forno, bollite o schiacciate non si è osservato un legame significativo.
Quando i ricercatori hanno simulato cosa accadrebbe sostituendo le patate con altri carboidrati, il quadro è cambiato: se al posto delle patate, e in particolare delle fritte, si mettono cereali integrali, il rischio di diabete si riduce, fino a quasi un quinto nei modelli per le patatine. Al contrario, sostituire le patate con riso bianco sembra peggiorare la situazione.
L’analisi, confermata anche da una grande revisione di studi internazionali, suggerisce che il metodo di cottura e l’alimento con cui si sostituisce la patata contano molto. Le fritture, soprattutto a temperature elevate, aggiungono grassi, sale e sostanze chimiche che possono danneggiare le cellule e favorire infiammazione e resistenza all’insulina. Le patate bollite o al forno, consumate in porzioni moderate e abbinate ad alimenti ricchi di fibra e proteine, non mostrano invece effetti sfavorevoli.
Il messaggio è semplice: non è necessario “demonizzare” la patata, ma limitare le patatine fritte a consumo occasionale e, quando possibile, sostituirle con cereali integrali. Questa scelta non solo migliora il profilo glicemico, ma porta anche più fibre, vitamine e minerali nella dieta. In altre parole, per proteggere la salute metabolica non conta solo cosa si toglie, ma soprattutto cosa si mette al suo posto.
Mousavi SM, Gu X, Imamura F, et al. Total and specific potato intake and risk of type 2 diabetes: results from three US cohort studies and a substitution meta-analysis of prospective cohorts. BMJ. 2025;390:e082121.
Giovanni Ghirga
Pediatra
ISDE ITALIA








