Abbiamo e viviamo nel nostro habitat culturale tanti di quei gioielli nascosti nel silenzio, che ci perdiamo assordati per il troppo rumore del chiacchiericcio mediatico, dimenticando che dai “… diamanti non nasce niente, e dal letame nascono i fiori” (De André). Da tempo seguo Bastianini e le sue dita che scorrono sulle tastiere aiutandoci a rivivere quei suoni ancora vivi e veri degli strumenti dove l’aria vibra nelle canne artigianali e viene amplificata dalla acustica della abbazia di San Martino al Cimino (Vt). Gli strumenti: nel transetto destro, un ottocentesco “Priori” del 1846 fatto restaurare da Don Pulcini, eccellente esempio della organaria ottocentesca italiana. L’altro, nel transetto sulla sinistra è un pregevole strumento di “Harrison and Harrison” del 1913 inglese, strumento che si trova anche a Londra nell’Abbazia di Westminster. Fu installato nella Abbazia di San Martino nel 1995, perché la bellezza e la musica non viaggiano con i permessi burocratici. Bastianini riesce a far nascere dalle tastiere musiche diverse, con stili diversi, di celebri compositori di musica classica occidentale: Donizetti, grande offertorio; Mascagni, intermezzo cavalleria rusticana; Zipoli, Folies; Purcell, ground and trumpet tune; Haendel, chorus from Judas Maccabeus; J.S. Bach, Fantasia e fuga in La minore; J. Stanley, fuga from voluntary improvvisazioni. Ciò che unisce tante diversità è il legame con la musica d’organo e sacra. La maggior parte di questi autori erano organisti leggendari: Bach, Handel, Purcell, Zipoli, Stanley. Anche Donizetti e Mascagni che potrebbero non appartenere allo stile degli altri hanno però composto pagine di musica sacra corale o strumentale. Come dimenticare l’Ave Maria della Cavalleria rusticana di Mascagni? Le mani leggere e poetiche di Bastianini riescono a dipingere i sospiri dell’anima come se scolpiti nelle note che escono dalle canne artigianali degli strumenti. Chi ascolta all’improvviso si sente avvolto dallo spirito musicale e per un attimo riesce a lasciare nell’ombra le troppe ombre che ci assalgono ferendo la nostra pace e insanguinando la nostra storia. Questi momenti di pace non riescono a viaggiare verso i luoghi della sofferenza umana, ma illuminano la nostra coscienza e ci invitano a diventare musica per un mondo stonato. E che sacerdoti, oggi don Pacelli Fabrizio, riescano a comprendere che la fede nasce più facilmente tra la bellezza, la musica e la poesia che non tra le righe fredde dei catechismi mi sembra segno di un futuro in arrivo. Perché “Dio” mi appare più come un compositore e tessitore di bellezza che non come un burocrate rigido, estensore di regolette da seguire.
Don Gianni Carparelli








