Carrozzeria Fiorillo

Presentata la Biennale di Viterbo Arte Contemporanea

VITERBO- Riceviamo e pubblichiamo: “Benvenuti a tutti e grazie per essere qui,in questo luogo che per Alberto non era solo un laboratorio, ma un pezzo di anima. Chi ha conosciuto Alberto Morucci sa che la sua arte non è mai stata un semplice esercizio di stile. Alberto non scolpiva per decorare; scolpiva per scuotere, per costringerci a guardare la realtà senza filtri.

Oggi vogliamo ricordarlo attraverso momenti straordinari della sua vita artistica, progetti che ho avuto il privilegio di curare e vivere al suo fianco, e che mostrano la sua incredibile statura intellettuale.

La nascita della 1a Biennale di Viterbo nel 2010 e l’incontro con Peter Boom fu occasione per Morucci di trovare una forte sponda intellettuale nel poliedrico artista e attivista Peter Boom. I due condivisero importanti momenti di riflessione pubblica — come una celebre conferenza a due voci, tenutasi presso la ex Chiesa di San Salvatore, dal titolo “Gli alberi come espressione spirituale e il legno come primo materiale per la creatività umana”, fa riferimento a un intervento e percorso tematico curato da Paolo d’Arpini (co-fondatore della Biennale di Viterbo), saggista, esponente di spicco del bioregionalismo italiano e dell’ecologia profonda, nonché fondatore del Circolo Vegetariano di Calcata. Questo incontro intellettuale testimonia come Morucci trovasse immediata sintonia con chiunque guardasse alla natura non come una risorsa da sfruttare, ma come un’entità dotata di una propria anima e di un proprio vissuto biologico e spirituale.

Nel 2011, nella Sala Alessandro IV del Palazzo dei Papi, per la mostra ‘La Parola Rivelata’, Alberto compì un gesto rivoluzionario: port  in scena un Cenacolo monumentale, dodici uomini in legno a grandezza naturale. Ma non erano gli apostoli classici delle icone. Erano operai, colti di spalle durante una pausa di lavoro. E in mezzo a loro, confuso tra la polvere e la fatica, c’era Gesù stesso. Quell’opera, così potente nella sua provocazione teologica ed estetica, fu rifiutata dalle autorità ecclesiastiche per un’esposizione permanente. Alberto offrì il suo dono sapendo già che quel ‘Gesù uomo’ non sarebbe stato accettato dai palazzi del potere. Con un sorriso dignitoso, finita la mostra, si riprese i suoi operai e li riport  a casa.

Un altro momento più recente, è un retroscena che in pochi conoscono. Riguarda un’opera concettuale, una performance mirata alla pace tra i popoli che Alberto sognava di portare direttamente in Piazza San Pietro, in Vaticano. Mi chiese di aiutarlo a portare delle galline sulla piazza. Dietro questa richiesta apparentemente bizzarra c’era una metafora fulminante: Alberto diceva che le galline sono razziste, perché se metti una gallina nuova nel pollaio, tutte le altre la beccano e la scacciano. Con la genialità della cultura contadina, Alberto voleva mostrare al Papa e al mondo intero lo specchio della nostra società: la paura del diverso, l’istinto violento di escludere chi viene da fuori. Anche lì, la burocrazia e i blocchi del Vaticano ci fermarono.

Ma se le istituzioni hanno rifiutato il suo Gesù operaio e le sue galline, oggi noi siamo qui per dire che il messaggio di Alberto è più vivo che mai. Le sue opere non hanno trovato casa nei palazzi del potere, ma sono entrate per sempre nel cuore di chi ama l’arte vera, libera e coraggiosa.

…E c’è un altro legame che oggi vogliamo celebrare qui dentro. È quello con Vittorio Sgarbi, l’uomo che port  Alberto alla Biennale di Venezia. A lui abbiamo inviato un invito formale per questo evento, sperando che il nostro affetto possa arrivargli. Tra queste mura c’è un’opera del 2018 che custodisce una storia dolcissima: Alberto scolpì una statua dedicata proprio a Sgarbi, inserendolo davanti a un pannello di ‘capre’, con quell’ironia tagliente che li univa. Alberto non ha fatto in tempo a fargliela vedere fisicamente, ma oggi quell’opera è ancora viva, a testimoniare una gratitudine che il tempo non cancella.

I temi del silenzio, delle rughe e della critica alla modernità presenti nelle sue opere si traducono visivamente in tre sue celebri tipologie di sculture in legno:

1. Il tema delle “Rughe” e dei “Solchi”: le Figure Stilizzate e Allungate

Nelle sue opere Morucci incide “solchi” della vita. Nelle sculture, questo concetto prende forma attraverso figure umane filiformi e prive di tratti somatici definiti.

  • Il collegamento visivo: l’artista non levigava il legno. Lasciava esposte le spaccature naturali, i nodi e le venature del ciocco recuperato.
  • Il significato: quelle imperfezioni del legno diventavano le “rughe” dell’anima. La materia grezza rappresentava i segni che il tempo e la sofferenza lasciano sull’uomo, esattamente come descrivono i segni sulla pelle.

2. Il tema del Silenzio e dell’Assenza: l’opera “La Scolaresca”

Nella poetica dell’opera il “distacco” è l’evocazione di ci  che manca. Questa è la chiave di lettura di una delle sue installazioni più famose, dove i banchi di scuola ospitano alunni stilizzati, ma la figura centrale della maestra è invisibile.

  • Il collegamento visivo: l’insegnante è evocata solo da un cappotto appeso e dalle scarpe sulla pedana.
  • Il significato: è la rappresentazione plastica del concetto di “presenza-assenza”. L’opera dimostra visivamente ci che Morucci voleva descrivere: una persona o un ricordo continuano a occupare uno spazio emotivo e a esercitare la loro influenza anche quando non ci sono più fisicamente.

3. La critica al progresso: i Manichini Tecnologici e i “Teatrini”

Morucci attaccava la frenesia moderna che allontana l’uomo dalle radici, nelle sculture creava composizioni geometriche rigide o scatole-teatro.

  • Il collegamento visivo: spesso inseriva elementi geometrici o squadrati che imprigionavano le sue figure di legno biomorfe e naturali.
  • Il significato: il contrasto tra le linee morbide del legno naturale e le strutture geometriche rigide rappresenta la gabbia della tecnologia e della società moderna. La scultura diventa una denuncia visiva dell’uomo contemporaneo “inscatolato” e alienato, che ha perso il contatto con la terra.

L’atelier di Alberto Morucci, situato nel cuore del quartiere medievale di San Pellegrino a Viterbo, è concepito non come una semplice galleria, ma come un’opera d’arte totale. La disposizione delle sculture segue un percorso sensoriale e narrativo preciso, pensato dall’artista stesso per avvolgere il visitatore:

1. La continuità con l’ambiente medievale

L’atelier è ricavato all’interno di antichi locali in pietra vulcanica (peperino), tipici dell’architettura viterbese.

  • L’impatto visivo: le pareti in pietra scura e l’illuminazione soffusa creano un’atmosfera quasi catacombale o sacrale.
  • Il significato: questo contrasto esalta i toni caldi dei legni di recupero. Le sculture sembrano emergere direttamente dalla roccia antica, rafforzando il legame tra l’arte di Morucci e le radici storiche della Tuscia.

2. La disposizione per “Isole Tematiche”

Le opere non sono allineate in modo museale o cronologico, ma sono organizzate in nuclei concettuali che dialogano tra loro:

  • Le installazioni corali al centro: opere monumentali o d’insieme (come i banchi e le strutture dei suoi celebri “teatrini”) occupano lo spazio centrale della stanza. Questo permette al visitatore di girarvi intorno, percependo il “vuoto” e lo spazio negativo che per Morucci era importante tanto quanto la materia.
  • Le figure filiformi lungo le pareti: le sculture umane più alte e sottili sono adagiate o fissate vicino ai muri di pietra. Sembrano ombre o custodi silenziosi che osservano chi entra, amplificando la sensazione di “presenza-assenza” tipica della sua poetica.

3. La conservazione dello “Spazio di Lavoro”

Una parte fondamentale della disposizione riguarda il mantenimento dello spirito originario del laboratorio di Marta:

  • gli attrezzi del mestiere: accanto alle opere finite sono tuttora conservati i vecchi banchi da lavoro, gli scalpelli e i frammenti di legno grezzo non lavorati.
  • il messaggio: questa scelta lascia intatta la sensazione che il processo creativo sia ancora in corso, permettendo al pubblico di percepire l’odore del legno e di comprendere il passaggio dal rifiuto industriale all’opera d’arte metafisica.

Grazie Alberto, questo viaggio continua con te.”

Laura Lucibello

presidente. fondatrice e curatrice di  A.P.A.I. Associazione per la Promozione delle Arti in Italia e Biennale di Viterbo Arte Contemporanea

in stretta collaborazione con i figli Elisa e Massimiliano Morucci ed Eva Tarantello, Vetus

Urbe Dialoghi d’Arte – Piazza San Carluccio, Viterbo.

Per info: info@apaiarte.it, info@biennaleviterbo.it