QdA 2013, al Tordinona ‘I coccodrilli’ di Giulio Rizzo e Pietro Seghetti

Arriva a Roma “I coccodrilli”, la trasposizione di Giulio Rizzo e Pietro Seghetti sulla traduzione di Elena Chiti dell’opera dello scrittore e giornalista egiziano Youssef Rakha, dal 10 al 15 dicembre al Teatro Tordinona in collaborazione con l’associazione La Dramaturgie per il Festival Quartieri dell’Arte. Prendendo a oggetto di studio la società di El Cairo, Rakha intraprende una personale archeologia dell’intelletto, identificando tre strati principali, spiegando la rivoluzione dell’Egitto contemporaneo guidata dalla generazione del 2010

attraverso i legami con la sua generazione, quella degli anni novanta, e con quella precedente degli anni settanta. Tre generazioni con ideologie diverse che trovano la loro comune motivazione in una singolare ricerca di significato. Quest’opera moderna, unica nel suo genere e di grande efficacia si esprime sia con voce poetica (a volte letteraria, a volte slang) sia con precisione concettuale. Corrispondendo a questa duplicità del linguaggio, la storia oscilla tra le avvincenti trasformazioni di tre amici poco più che ventenni e l’analisi della società egiziana. Per affrontare la complessità dell’opera due giovani drammaturghi-sceneggiatori, Giulio Rizzo e Pietro Seghetti, entrambi portatori di una scrittura politica, ma con tratti molto diversi tra loro (più orientato verso un approccio fantastico Rizzo, decisamente incline a una scrittura realistica Seghetti), uniscono le forze nella realizzazione di una trasposizione per il palcoscenico diretta in prima assoluta da Ferdinando Vaselli, autore di molti spettacoli di teatro di narrazione. Il 20 giugno 1997, l’attivista e militante comunista degli anni settanta Radwa Aadel muore suicida. Quel giorno, Nayf, un giovane poeta, festeggia il suo ventunesimo compleanno, e apre “I coccodrilli”, una società segreta di poeti. Questi due eventi slegati costituiscono pietre miliari sulla strada della rivoluzione egiziana. Il suicidio di Radwa, afferma il narratore Youssef, diede significato a parole come Nazione, Popolo, Rivoluzione, cantate e gridate dalla gioventù che si riversò nelle strade 15 anni dopo, nel 2011. Nel 2011 quelle parole tornarono ad avere significato anche se per un momento molto breve. La pazzia e l’impeto che spinse la generazione del 2010 a rovesciare il regime di Mubarak, è la stessa identica di Radwa e di Nayf negli anni novanta. Nayf crea “I coccodrilli” assieme al narratore Youssef e un terzo amico che si chiama Paolo. Oltre al comune amore per la poesia e l’ammirazione per la Beat generation, “I coccodrilli” condividono il fatto di essere poco più che ventenni che vanno alla ricerca dell’autenticità e il fatto di disprezzare i criteri mercantilistici della società in cui vivono. Gli anni novanta sono anni di eccessi nel sesso, nelle droghe e nell’alcool. Ma sono anni che portano una ventata di aria nuova a cui il narratore guarda in un misto di ironia e nostalgia. Youssef ripensa alla sua storia di amicizia con Nayf e Paolo, un legame formatosi naturalmente, come se il mondo li avesse messi insieme. Ma che non sopravvisse alla loro età adulta. Così come non sopravvissero i sogni di un mondo diverso. E la sollevazione popolare, ansiosamente desiderata dai coccodrilli negli anni novanta, passa vicino a loro nell’indifferenza. L’opera è un patchwork di riflessioni e ricordi, connessi tra loro più in modo logico che cronologico. La narrazione tuttavia una cronologia la segue ed è quella che culmina con la tragica morte di Nayf. Sebbene frutto di un incidente, la morte di Nayf ha il sapore di un suicidio. Come se i sognatori non potessero non morire, bruciati dalle loro visioni, così come lo fu Radwa Aadel. E’ davvero difficile dire cosa abbia ucciso Nayf nel 2001. Sul piano oggettivo fu un incidente d’auto. Ma la follia di Nayf era diventata sempre più difficile da controllare nei mesi che avevano preceduto la sua morte. Ossessivamente innamorato di una donna soprannominata Moon, stava andando da lei a litigare, sospettando che lei stesse con un altro uomo. Grande ammiratore del poeta americano Allen Ginsberg, Nayf passa interi anni a tradurre la poesia “The Lion for Real” in arabo. Finché la poesia lentamente diventa realtà e Nayf ha l’allucinazione della presenza di un leone nel salotto di casa sua, come Ginsberg prima di lui. Nayf è spaventato di quanto sembri reale l’allucinazione e di quanto psicotico cominci a sembrare lui stesso. E’ anche spaventato dalla presenza crescentemente minacciosa del leone, in macchina con lui nel giorno in cui muore. Metafora di questa mistura di energia, sregolatezza e follia che dà alla gente il potere di cambiare il mondo, il leone è tanto indispensabile quanto pericoloso.

   

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