Carrozzeria Fiorillo

Protezione Civile

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Quando i “privilegi” non sono privilegi: la realtà quotidiana delle persone con disabilità

Riceviamo da Federico Franchetti e pubblichiamo: “Prima di parlare di privilegi, fermatevi un momento e provate a immaginare cosa significhi davvero vivere ogni singolo giorno con una disabilità. Provate a pensare a quante azioni considerate normali — uscire di casa, andare al lavoro, salire una scala, spostarvi liberamente — possano trasformarsi in sfide continue. Ciò che dall’esterno può apparire come un vantaggio è spesso soltanto ciò che rende possibile affrontare ostacoli che la maggior parte delle persone non sarà mai costretta a conoscere.

Essere una persona con disabilità non significa ricevere trattamenti di favore. Significa misurarsi ogni giorno con barriere fisiche, burocratiche e culturali, con limitazioni che incidono sul lavoro, sulle relazioni, sulla libertà personale e persino sulle attività più semplici della quotidianità.

Quello che chiediamo non sono privilegi. Chiediamo di poter vivere, lavorare, costruire progetti e partecipare alla società con la stessa dignità, gli stessi diritti e le stesse opportunità riconosciute a chiunque altro.

Per questo strumenti come lo smart working, la Legge 104, i permessi dedicati, gli ausili e gli adattamenti non rappresentano favori concessi da qualcuno: sono strumenti essenziali che permettono di trasformare diritti teorici in possibilità concrete, garantendo autonomia, inclusione e partecipazione.

Quello che molti definiscono superficialmente “benefici” è spesso soltanto il minimo necessario per compensare una realtà fatta di sacrifici silenziosi, dolore, rinunce, terapie, visite mediche e difficoltà che si ripresentano giorno dopo giorno. Dietro ogni supporto c’è una storia di resilienza, di adattamento continuo e di una forza che spesso rimane invisibile agli occhi degli altri.

E proprio l’invisibilità è uno degli aspetti più difficili da comprendere. Si vede una carrozzina, ma non si vede la fatica che accompagna ogni spostamento. Non si vedono le occasioni perse, la dipendenza dagli altri in determinate situazioni, le preoccupazioni costanti per il futuro, né il peso fisico ed emotivo che può accompagnare ogni giornata.

Da otto anni vivo su una carrozzina. In questi anni ho imparato quanto sia facile giudicare dall’esterno e quanto sia difficile comprendere davvero. Avere un montascale non è un lusso: è ciò che mi permette di varcare la porta di casa e sentirmi parte del mondo. Lavorare da remoto non è una comodità: è la possibilità concreta di continuare a svolgere il mio lavoro e mantenere la mia indipendenza. I permessi non sono giorni di vacanza, ma il tempo necessario per affrontare esigenze che la mia condizione rende inevitabili.

Eppure, ancora oggi, accadono episodi che dimostrano quanto la strada verso una reale inclusione sia lontana dall’essere conclusa.

Sabato scorso, in occasione della presentazione dei preziosi reperti provenienti dalla tomba etrusca recentemente rinvenuta a Barbarano Romano, il Museo Civico ha ospitato un importante evento alla presenza di autorità, studiosi, rappresentanti delle istituzioni e cittadini.

Un momento significativo per la cultura e per il nostro territorio, che avrebbe dovuto essere accessibile a tutti.

Il museo è dotato di un montascale installato proprio per consentire alle persone con disabilità motoria di superare la barriera rappresentata dalla scala che collega i diversi livelli della struttura. Tuttavia, al momento del bisogno, il dispositivo non ha potuto essere utilizzato perché nessuno era in possesso del telecomando necessario per attivarlo.

Dopo tentativi, attese e verifiche, la conclusione è stata tanto semplice quanto dolorosa: una persona in carrozzina è rimasta bloccata davanti a una scala, impossibilitata a raggiungere gli spazi dell’evento e a partecipare come tutti gli altri.

La barriera non era la scala.

La barriera era un sistema che, pur essendo stato installato, non era concretamente utilizzabile.

Va però riconosciuto che, grazie all’intervento e alla disponibilità di alcune persone presenti, è stato possibile trovare una soluzione alternativa. Con il loro aiuto sono riuscito a scendere le scale e ad accedere al museo attraverso una porta secondaria, aperta appositamente per consentire il mio ingresso e rimediare a una situazione che non avrebbe dovuto verificarsi. Un gesto di attenzione e solidarietà che mi ha permesso di partecipare all’evento, ma che non cambia il problema di fondo: l’accessibilità non dovrebbe mai dipendere dalla buona volontà o dall’intervento straordinario di qualcuno.

Questo episodio non rappresenta soltanto un inconveniente tecnico. È il simbolo di un problema più profondo: troppo spesso si pensa che l’accessibilità sia garantita semplicemente perché esiste una struttura o un dispositivo dedicato. In realtà, l’accessibilità esiste solo quando ciò che è stato previsto può essere utilizzato realmente, nel momento in cui serve.

Non si tratta di puntare il dito contro qualcuno. Non si tratta di cercare colpevoli.

Si tratta di comprendere che l’accessibilità non può fermarsi all’installazione di una struttura o di un ausilio. Un montascale inutilizzabile equivale a un montascale inesistente. Una rampa chiusa, un ascensore guasto, un telecomando irreperibile diventano, a tutti gli effetti, nuove barriere architettoniche.

Per questo è necessario che le istituzioni, gli enti pubblici e gli organizzatori di eventi prestino la massima attenzione a questi aspetti. L’inclusione non può essere considerata un dettaglio da verificare all’ultimo momento. Deve essere una responsabilità quotidiana e una priorità concreta.

Perché la cultura appartiene a tutti.

Perché gli spazi pubblici appartengono a tutti.

Perché nessuno dovrebbe sentirsi escluso da un evento della propria comunità a causa di una disattenzione che avrebbe potuto essere evitata.

Per questo, prima di definire privilegi ciò che aiuta una persona con disabilità a vivere con dignità, fermatevi a riflettere. Chiedetevi sinceramente se sareste disposti a rinunciare alla vostra libertà di movimento, alla vostra autonomia, alla spontaneità delle vostre giornate e alla serenità che spesso date per scontata, in cambio di quei presunti vantaggi.

Credo che la risposta sia evidente.

Ed è proprio qui il punto: parlare di privilegi non solo è fuorviante, ma rischia di cancellare la realtà di milioni di persone. Quello che viene percepito come un vantaggio non è altro che il minimo indispensabile per garantire pari opportunità, rispetto e dignità.

Non si tratta di avere più degli altri.

Si tratta, semplicemente, di poter entrare in un museo, partecipare a un evento, lavorare, studiare, viaggiare e vivere la propria vita senza che una scala, una porta chiusa o un telecomando smarrito decidano chi può partecipare e chi deve restare a guardare.

L’accessibilità non è un favore. È un diritto”.