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Quando il riso diventa accusa: dalla satira antica a Scipione messo sotto processo (VIDEO)

di MARCO ROSSI-

La satira nasce come gesto politico prima ancora che letterario. Da Aristofane a Giovenale, dalla parodia medievale fino alla modernità, ridere del potere è sempre stato un modo per incrinarne l’autorità. La parodia ne è il rovescio: prende il linguaggio ufficiale, lo imita e lo deforma, rivelandone le crepe. Storia e satira camminano insieme ogni volta che la verità non può essere detta frontalmente.
Il cinema, erede diretto di questa tradizione, ha trovato nella commedia storica uno strumento privilegiato di critica. In Italia Luigi Magni è stato tra i pochi a usare il passato come specchio impietoso del presente. “Scipione detto anche l’Africano” (1971) non è un film celebrativo, ma un processo morale travestito da affresco storico.
Il riferimento è al celebre processo agli Scipioni (190-186 a.C.) nella Roma repubblicana del II secolo a.C.: Publio Cornelio Scipione, vincitore di Annibale, nella Seconda guerra punica, con la battaglia di Zama (202 a.C.), viene accusato di corruzione e mala gestione del bottino di guerra, mentre il fratello Lucio Cornelio Scipione detto l’Asiatico, dopo aver trionfato in Siria, sul re Antioco III, nella celebre battaglia di Magnesia sul Sipilo (190 a.C.), viene accusato di peculato e di essersi impossessato dei denari pubblici, del Senato di Roma, destinati alle derrate alimentari dell’esercito romano. Il regista Magni, abile commediografo, parodico, ribalta il mito fondativo di Roma virtuosa e mostra una Repubblica già divorata da invidie, lotte di fazione e ipocrisie morali. Il tribunale diventa teatro della decadenza, più che luogo di giustizia. Storicamente Catone il Censore, l’accusatore per antonomasia, voleva demolire la gens Scipia, soprattutto la celebre figura di Scipione l’Africano, che a tutt’oggi, effettivamente, ci si ricorda di lui più che del fratello, poiché si aveva paura che la sua gloria, potesse offuscare quella di Roma, del Senato, portando ad un impoverimento dei vecchi valori, della tradizione, minando il mos maiorum, e il consiglio degli anziani senatori, intimoriti di essere surclassati da l’ascesa di un nuovo potere politico in mano agli eserciti e ai generali. Si intravede il divario e imminente crisi della Repubblica di Roma, che porterà alla nascita dell’Impero romano, con il Principato di Ottaviano Cesare Augusto (27 a.C.-14 d.C.).
In questo quadro, nel film, spicca Vittorio Gassman nei panni di Catone il Censore, figura rigida, moralista, ossessionata dal controllo dei costumi. Gassman costruisce un personaggio ambiguo: paladino della virtù pubblica, ma anche incarnazione di un potere che usa la morale come clava politica. La sua denuncia dei vizi romani – lusso, avidità, tradimento degli ideali repubblicani – risuona potente, ma non innocente: Catone combatte la corruzione senza interrogarsi sulle sue stesse rigidità.
La forza del film sta proprio qui: nessun eroe, nessuna assoluzione. La satira non salva, espone. E nel riso amaro dello spettatore emerge una verità senza tempo: ogni civiltà inizia a crollare quando smette di ridere di sé.
Perché il passato ritorna, se non lo si guarda,
e il potere teme solo una cosa:
la memoria che ride, e non applaude.

 

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