Quartieri dell’Arte, ieri altra prima mondiale con “Coffee Shop”

Lo spazio Arci Biancovolta ha ospitato ieri un’altra prima mondiale per Quartieri dell’Arte. In scena stavolta “Coffee Shop” , scritto da Guglielmo Poggi e Antonio Monsellato, per la regia di Pierfrancesco Poggi e interpretato dagli stessi autori (al loro esordio come drammaturghi) e Filippo Tirabassi.

L’azione si sviluppa durante la vigilia del viaggio dei tre protagonisti ad Amsterdam, viaggio che vuole essere una sorta di ultimo addio prima che la chiusura dei Coffe Shop

sbarri la frontiera di libertà rappresentata dalla città olandese. Si apre così una finestra sull’universo giovanile che mostra l’estrema complessità che, specialmente nella difficile congiuntura attuale, caratterizza la vita dei giovani.

Un attore debuttante, un giornalista alle prime armi e un laureato in filosofia disoccupato tracciano, durante gli ultimi preparativi per il viaggio d’addio ai Coffee Shop, una sorta di involontario bilancio di vita che prende corpo a partire da libere associazioni di pensiero e più o meno serie riflessioni dei tre amici.

Nel vedere ormai quasi chiusa l’ideale via di fuga olandese dalle ostilità di una realtà che fiacca le energie fisiche e mentali di una generazione, i giovani protagonisti quasi inconsapevolmente si trovano, tra lo scherzo e la riflessione profonda, a fare i conti con progetti futuri e frammenti di vita vissuta, vita di cui lo spinello rappresenta la spensieratezza e l’angoscia.

“Coffee Shop” convince perché affronta il tema – oggi un po’ inflazionato – del disagio giovanile in maniera non scontata, mostrando in modo divertente ma non leggero le contraddizioni profonde che animano una generazione che seppur vitale si riconosce nelle parole di Chuck Palahniuk: “Siamo i figli di mezzo della storia. Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo né la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale. La nostra grande depressione è la nostra vita.”

Meno convincente forse la risoluzione dei protagonisti che nel finale optano per un viaggio solo andata ad Amsterdam, scelta un po’ in contraddizione con la sofferta presa di coscienza della necessità di un’alternativa costruttiva alla fuga. Si tratta in ogni caso di un finale aperto di cui è possibile discutere fino a un certo punto e che in ogni caso non inficia l’efficacia sottile di “Coffee Shop”.

   

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