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Riflessione post feste

di FRANCESCO MATTIOLI-

Il Natale può servire per riflettere su di noi, sulla nostra fede e sulla solidarietà verso chi soffre. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase, magari esposta in termini diversi, ma con il medesimo significato? Lo abbiamo ascoltato nel periodo delle feste, tra un Panettone, un Albero Natale luccicante e un Babbo Natale che ci sorride volando con le sue renne, tra un Presepe barocco e nel corso dell’affannosa ricerca di regali da dispensare alla famiglia, anche allargata. Certo, la figura dolcissima del Bambinello con le braccia aperte ad accoglierti dalla mangiatoia, il volto sfiorato da un malinconico sorriso materno di Maria Vergine e lo sguardo compunto ma profondo di Giuseppe invitano il cristiano a pensare, ad ascoltare e ad ascoltarsi; ma è solo un momento, poi è la festa a prendere il sopravvento e con la festa i suoi luoghi comuni, che tuttavia danno conforto perché si sa, dopo le feste ricominceranno gli impegni, se non i dolori, della vita quotidiana. Inframezzati da un festino prettamente mondano come il Capodanno, Il Natele e l’Epifania dovrebbero segnare due appuntamenti cristiani, in realtà si esauriscono quasi totalmente nel culto dell’Albero e in una festa che, a guardare l’iconografia dedicata alla Befana, ricorda da vicino Halloween piuttosto che i Re Magi. Insomma, Il Cristianesimo, che aveva assorbito totalmente la festa greco-romana del Sole Invitto, non ce la fa oggi di fronte ad un consumismo ispirato alla cultura anglosassone…
Ricordiamo che nelle famiglie italiane in più del 90% dei casi si fa l’Albero di Natale e in circa il 40% il presepe (e non più del 55% nelle famiglie espressamente cattoliche); il presepe peraltro è tradizione prettamente italiana (grazie a S. Francesco), mentre all’estero è una pratica ampiamente minoritaria, specie nei paesi di cultura nordica e anglosassone.
Insomma, viene da dire che non dovremmo fare gli esami di coscienza solo a Natale, o proprio a Natale, magari per ricordarci tra un torrone e l’altro l’ origine religiosa della festa, perché i “poveri”, gli “sfruttati”, gli “esclusi” e comunque gli “altri”, ci sono sempre e ricordarsene compuntamente a Natale rischia di diventare soltanto un ipocrita e ritualistico autolavaggio della coscienza.
E poi, il Natale… mi viene in mente un viaggio condiviso con un sacerdote – tornavo in treno da Lecce dopo un convegno scientifico presso quell’Università – almeno trent’anni fa. Lui si definiva un “prete di campagna”, ma a sentire le sue argomentazioni ci credevo poco. Dunque, intanto sosteneva che Gesù non era nato a dicembre, perché nell’Impero romano i censimenti si facevano a primavera. Gli feci notare che questo magari si sapeva, che il Cristianesimo per aver credito nel mondo greco-romano aveva dovuto assorbire gli usi e i costumi consolidati di quella cultura, e questo valeva pure per altre date, come le Pentecoste, la Festa dell’Immacolata e quella dell’Assunzione a Ferragosto. Ma lui insistette. Disse che la vera festa cristiana doveva essere considerata la Pasqua di Resurrezione, perché è con la Resurrezione che Gesù e diventato definitivamente il Cristo, cioè il “Consacrato” per eccellenza, e il Salvatore. Gli feci notare che pure questo si sapeva, e ciò nonostante anche lì il rischio di ridurla a Uova di Pasqua, paperelle, costolette d’agnello e gite fuori porta per Pasquetta era alto…
Ma non si fece sviare dalla mia obiezione.
Insistette: è proprio a Pasqua che dovrebbe scattare più che a Natale la riflessione etica, il richiamo della coscienza, la sensibilità cristiana verso il prossimo, perché sono lì davanti a noi il Sacrificio del Venerdi Santo e l’esito glorioso del Resurrezione, che sono alla base della fede e della coscienza morale del cristiano. D’altronde, la Pasqua esplode dopo quaranta giorni di Quaresima, di “penitenza”, almeno a parole; mentre Natale è preceduto dall’attesa gioiosa dell’Avvento. Ce ne è dunque ancor più per gioire e per festeggiare, magari aiutati dai profumi e dai colori della Primavera, cioè dai segni tangibili della Rinascita della Natura.
Questo sentenziava il prete di campagna. E stentai a capire il senso più profondo del suo pensiero, finché non concluse osservando: il cristianesimo deve essere la religione della gioia, oltre che della fede: gli esami di coscienza vanno trasformati in bisogni di stare assieme, di aiutare e di aiutarsi, di dare e avere rispetto. E di ricordarselo tutti i giorni, non solo per tacitare la coscienza davanti a un panettone o ad un uovo di cioccolata, come invitano a fare certi miei colleghi dal pulpito delle messe natalizie.
Scese a Napoli; era dicembre e mi salutò dicendo: ora vada ad ammirare i presepi di via San Gregorio Armeno…

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