Carrozzeria Fiorillo


Riflessioni del prof. Mattioli su Vito Mancuso

Riceviamo e pubblichiamo: “Vito Mancuso, teologo saggista ed ex sacerdote ben noto al pubblico per le sue tesi innovative e alternative a gran parte del pensiero cattolico, ha pubblicato di recente un nuovo libro, nel quale traccia le differenze tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. In sintesi, il Gesù della storia è un riformatore populista nato a Nazareth che propugna idee di fratellanza e di sostanziale insubordinazione etica al potere costituito, soprattutto quello delle autorità ebraiche, incorre di conseguenza in una condanna a morte e sembra destinato all’oblìo, come era accaduto ad altri qualche decennio prima di lui. Il Cristo invece è un’operazione di santificazione del personaggio Gesù, creata ad arte da un gruppo di innovatori di un certo livello sociale e di forte motivazione teologica (Matteo, Pietro, e in particolare sul piano teologico Giovanni e soprattutto Paolo). Per adattarlo alle profezie messianiche del Vecchio Testamento, Gesù viene fatto nascere a Betlemme, da una Vergine, è fatto capace di compiere miracoli, muore in croce e poi risorge per salvare l’Umanità. I suoi apostoli, i narratori evangelisti e soprattutto Paolo si incaricano di estendere a tutto l’allora mondo conosciuto (l’Impero Romano) la “buona novella” di Gesù Figlio di Dio, salvatore dell’Umanità secondo quegli ideali di giustizia e di merito che da qualche tempo la filosofia ellenistica e quella riformatrice di alcuni movimenti ebraici andavano diffondendo in Asia Minore, Grecia e Italia.
Beh, tutto questo non è un novità, nella letteratura teologica e scientifica ed è esattamente ciò che gli storici non credenti, e soprattutto di ispirazione scientista, propugnano ormai da un paio di secoli a questa parte, quanto meno a partire dal prevalere della filosofia positivista. Anche a prescindere dalla bontà del pensiero cattolico fedele ai vangeli, peraltro dilaniato esso stesso tra innovazione umanitaria (si pensi a S.Francesco e a Maritain) e autoritarismo gerarchico (si pensi all’Inquisizione), molti atei e agnostici hanno apprezzato il messaggio evangelico per aver proposto dei valori fondanti della civiltà moderna, come libertà e uguaglianza, assieme a quelli della filosofia greca come ragione e democrazia. Tuttavia è chiaro che tra fede e ragione c’è una cesura, e c’è anche anche tra fede e religione, essendo la prima un atto di natura interiore, spontaneo, piuttosto che razionale, volto a dare un senso all’esistenza, alla vita e alla morte, mentre la seconda è una conseguenza della storia, cioè dei processi di organizzazione sociale e quindi di distribuzione del potere, e della produzione di modelli culturali e di regole ideali in grado di garantire la convivenza umana.
A questo punto, dobbiamo ritenere che Mancuso abbia contribuito a disvelare una “realtà effettuale” che relega la fede a mero conforto di fronte all’inesplicabilità etica del mondo?
Non è così. Mancuso non fa che reinterpretare un pensiero scientista e un oggettivismo/razionalismo neopositivista che si è delineato soprattutto a partire da una certa lettura di Kant per poi affermarsi con il pensiero scientifico tra ottocento e novecento, quello basato non solo sulla ragione ma anche sulla “evidenza” dei fatti (non a caso, in inglese prova si dice evidence…). Momento filosofico e intellettuale importante, certamente, per fare piazza pulita dei troppi stregoni, sognatori, manipolatori, opinionisti che hanno popolato la storia dell’umanità e del pensiero umano. Ma il razionalismo e lo scientismo, come tutti gli –ismi, non risolvono certi problemi epistemologici; anzi, rischiano di proporre altre bende, seppur di diversa fattura, sugli occhi della conoscenza.
Il fatto è che alla base della convivenza e della esperienza umana c’è un fenomeno mai abbastanza approfondito dalla filosofia e dalle scienze umane: la costruzione sociale del senso delle cose. O, detto in altri termini, la negoziazione dell’attribuzione di significati alle cose.
Questo processo, ineluttabile e condizionante per la vita privata e associativa dell’individuo, è determinato da tanti fattori: ambientali, esperienziali, relazionali e di potere, culturali, immaginifici, creativi ed è caratteristico dell’Essere Umano perché esige consapevolezza e coscienza di sé, volizione, capacità di negoziazione tra i soggetti, immaginazione. L’Essere Umano ha una “coscienza di sé” che lo distingue da tutti gli altri esseri viventi e gli consente di superare persino le pulsioni istintuali più profonde. E’ con questa abilità che egli si districa nella complessità del mondo e lo fa crescere sul piano della conoscenza, una differenza quindi qualitativa rispetto agli altri esseri viventi. Questo processo mentale non è stato spiegato neppure dalle neuroscienze, che pure sono in grado di descrivere come e perché si formano le idee “generative”, cioè ex novo, nella mente umana, tanto da esportarne il processo nella realizzazione di complessi processi algoritmici dell’A.I. cosiddetta generativa.
Se la produzione di senso è sempre negoziata, viene da chiedersi quanto valore abbia perfino la verità razionale, spesso associato alla logica e quasi sempre alla matematica. Anche perché un processo razionale che non possa essere applicato alla realtà effettuale, sia essa conoscitiva che pragmatica, rischia di diventare una pura espressione della fantasia quanto un quadro o dell’emozione quanto uno scatto d’ira. Nella pratica, la razionalità inciampa ad esempio sulle seguenti obiezioni: a) due mele più due mele, fa quattro mele: solo se sono tutte uguali, e in che senso sono uguali? B) se A è uguale a B e B è uguale a C, A e C sono uguali: in che senso uguali? La scienza ci dice che l’uguaglianza di due oggetti scema man mano che si scava in una dimensione microfisica. Dunque anche le verità razionali sono in realtà convenzionali.
E veniamo alla oggettività della scienza. Già quanto abbiamo detto or ora getta qualche dubbio in linea di principio sulla inconfutabilità delle verità scientifiche. Ma ci hanno pensato Planck e Einstein a rovesciare la questione. In particolare Planck è il fondatore della fisica quantistica, che pone alla base della realtà sperimentabile e conoscibile il “quanto”, una unità che è allo steso tempo particella e onda. Tanto è vero che Heisenberg ha formulato il suo “Principio di indeterminazione” che sostiene l’impossibilità di valutare contemporaneamente il “quanto” nella sua posizione come particella, e nel suo movimento come onda. L’osservazione sarà sempre imprecisa, con una maggiore o minore possibilità di calcolo che è inevitabilmente di natura probabilistica. Un altro interessante concetto della fisica quantistica è quello di “entanglement”, cioé di interdipendenza nel comportamento di due particelle che sono state in relazione tra loro, anche se vengono divise per sempre e fatte interagire con altre. Tutto ciò comporta che la nostra conoscenza della realtà è fondata sulle nostre capacità fisiche di cogliere e di attribuire significato probabilistico e concordato collettivamente ai cosiddetti “fenomeni”, termine che significa “ciò che appare”. “Appare”, appunto, non “è”… Non a caso Popper asserisce che una verità scientifica vale solo “fino a prova contraria”, sempre ipotizzabile vista la natura negoziale e convenzionale, quindi provvisoria, della conoscenza.
Ma si badi bene: tutto questo non riapre la porta a stregoni, sciamani, no vax, terrapiattisti e intuizionisti da strapazzo, perché la scienza esprime comunque una logica e una verificabilità empirica che la rendono la forma di conoscenza più attendibile e condivisibile fra tutte.
Torniamo a Gesù/Cristo. Se la scienza è probabilistica e convenzionale, asserire apoditticamente che Gesù è un uomo e Cristo una costruzione religiosa è pericoloso. E’ pericoloso escludere il miracolo, perché potrebbe essere semplicemente un fenomeno imprevisto o non controllabile teoricamente. E’ pericoloso escludere la resurrezione e la sovrapposizione di spazio e tempo, perché non conosciamo tutte le manifestazioni energetiche della realtà e tanto meno la multidimensionalità della realtà, o come si dice “la realtà a molti mondi” (che permetterebbe evolute forme di entanglement).
E per tutto questo, valga il dibattito mai risolto sulla originalità della Sindone di Torino: falso medievale per la scienza ufficiale fino a qualche anno fa, e per gli atei di tutto il mondo; oggi possibile prodotto di interferenze energetiche ignote ma di cui si notano certi effetti, per altri, anche agnostici, che non escludono altre prospettive scientifiche. Insomma, anche qui, una negoziazione di significati che non consente di sposare una parte, se non in base alle proprie inclinazioni ideologiche e filosofico-epistemologiche.
Ma la Verità, non ce l’ha nessuno, e occorre chiedersi che cosa sia, come fece Pilato. A meno di non cercarla nel fede e in una speculazione teologica a tutto tondo. Ma in tal caso, viene da pensare che Mancuso non sia tanto un realista, quanto un riduzionista della conoscenza, e che avesse ragione Kant a non fidarsi del tutto delle apparenze…
Francesco Mattioli

 

Archivio online Tuscia Times
LEGGI TUTTE LE NOTIZIE