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Roma, il Teatro della Cometa inaugura la nuova stagione di concerti   

di CINZIA DICHIARA-

È iniziata una nuova era musicale per il restaurato Teatro della Cometa, ‘salotto’ di incontri culturali aperto nel 1958 da Anna Laetitia Pecci Blunt (1885-1971), nipote di Papa Leone XIII e figura cosmopolita di mecenate delle arti della poesia e della musica, all’ombra del sontuoso palazzo nobiliare sito in Piazza dell’Aracoeli, da lei abitato col marito banchiere newyorkese conte Cecil Blumenthal, poi Blunt (c.1884-1965).

Per la riapertura del teatro-bomboniera dopo l’era covid, elegantissimo e tirato a lucido per un pubblico delle grandi occasioni nella capitale, il grancoda Steinway della casa musicale Fabbrini al centro della scena, si è tenuto un concerto importante, nello spirito della fondatrice che riverbera in questo spazio, contrassegnato dalla stella cometa d’oro dello stemma della sua casata.

Il titolo, “Roma negli attuali anni ‘20”, ha inteso celebrare il decennio di rinascita e di slancio verso il futuro nel segno del fervore artistico dei nostri anni Venti, presentando giovani, noti e molto affermati, musicisti in un programma cameristico assortito secondo la poliedrica visione artistica della fondatrice e, al contempo, secondo l’orientamento di ricerca proprio del nostro tempo.

Promotore Massimo Spada, pianista dell’Ensemble Novecento impegnato nella diffusione della musica contemporanea, docente al Conservatorio di Perugia e attivo nella scuola di perfezionamento Avos Project di Roma, nonché fondatore del Festival della Tuscia e dell’happening musicale ‘Tramonti di Tinia’, che ha ideato una stagione a cadenza mensile, fino al prossimo maggio 2026, inaugurandola con uno sceltissimo gruppo di amici. Una riunione musicale, sorta di moderna schubertiade, della quale si è colto il clima di condivisione della bellezza dell’arte per sé stessa, con un «abbraccio per tutte le stagioni a venire» elargito da Spada a pubblico, teatro e interpreti.

L’inaugurazione vuol essere, a suo dire, «una fotografia delle personalità che si muovono a Roma negli anni venti del duemila», iniziando da Andrea Obiso, primo violino, il più giovane, dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, diplomato a Palermo, perfezionato a Philadelphia non senza l’esperienza chigiana, per un periodo docente alla Juilliard School, con premi e collaborazioni eclatanti presso enti e istituzioni di portata internazionale, in repertorio anche i concerti meno eseguiti da Strauss a Ziino e Britten. Col Guarneri del Gesù del 1741 affidatogli da NPO Yellow Angel, Obiso ha eseguito la Sonata n. 2 in La min. op. 27 di Eugène Ysaÿe dedicata a Jacques Thibaud, il mitico violinista francese che suonava in trio con Cortot e Casals. Sul proscenio, quasi al buio, nel riesame di scene teatralmente interrotte risuona il tema del Dies Irae, scolpito dal violinista come motto ferale, unitamente alla citazione di frammenti stilistici bachiani, dal Preludio della Partita n. 3 in Mi maggiore. Il titolo del Preludio, «Ossessione», sancisce l’insistenza sul motivo di Bach fino alla fine, tra virtuosismi e sottili cromatismi novecenteschi che trovano nel giovane ceciliano un demiurgo del suo strumento, in grado di ottenere qualsiasi sfumatura, di sfoggiare sicurezza nell’agilità, di declamare con fine cantabilità.

Con un altro titolo non usuale, Le Stagioni di Čajkovskij op. 37b, gli si avvicenda il pianista Luigi Carroccia, collega a Perugia di Spada e stimatissimo allievo, dal 2018 al ‘22 a Waterloo, di Louis Lortie, titolare di un curriculum interessante che lo vede innanzitutto incline a un pianismo liricamente espressivo, collocandolo a ragion veduta vicino all’interpretazione poetica chopiniana in numerosi festival internazionali, al contempo protagonista di imprese di quota come lo studio biennale dell’integrale delle Sonate per pianoforte di Schubert previsto nel 2026. Il pianista terracinese, di casa presso prestigiosissime istituzioni del mondo, sceglie di eseguire i canti corrispondenti alla triade dei mesi conclusivi dell’anno: Ottobre- Canto d’Autunno, Novembre- Trojka, Dicembre- Natale. E val qui la pena di ricordare che Ottobre era uno dei pezzi preferiti di Shura Cherkassky, come asserisce nel prestigioso parterre della serata il pianista Christopher Axworthy, proprietario e direttore del Teatro Ghione, epica ribalta della vita culturale romana in anni non troppo lontani, dalla quale passarono concertisti eminentissimi.

Pianismo solido, bella musicalità, levigatezza di tocco, determinano da parte di Carroccia un’interpretazione che si fa riflessione intimistica, quasi ripensamento poetico, nonostante lo slancio di incisi luminosi del costrutto musicale, quali ideogrammi sonori o guizzi flashati sotto una lente che, se asseconda il tratto enfatico dell’animo russo, è tuttavia attenta a un moderno cesello dei dettagli della forma, ma anche della suggestione descrittiva, aspetto che, della bravura, maggiormente colpisce.

Segue un pezzo di grande risonanza nel gusto del pubblico di ogni dove, Le Grand Tango di Piazzolla, ‘nuevo tango’ scritto nel 1982 con stilemi jazz, classici e ritmi tradizionali di tango, interpretato, in duo con Carroccia, dal violoncello (Ettore Soffritti, 1925, Ferrara) di Erica Piccotti, talento precoce esibitosi presso Teatro alla Scala, Carnegie Hall di New York, Wigmore Hall di Londra e Konzerthaus di Berlino, con la direzione di nomi altrettanto illustri che i luoghi, incidendo altresì per Warner Classics in una carriera che, nel 2013, le è valsa la nomina del presidente Napolitano di “Alfiere della Repubblica”.

Evidente l’osmosi tra i due musicisti, nei soprassalti emotivi determinati dagli accenti marcati, a creare il ritmo, dunque a definire la griglia metrica del brano, tutto impulsi esterni e nascondimenti nel registro basso, ora opachi ora vibranti, in alternanza a linee melodiche di nenia argentina intonate con malinconia vibrante. Sezioni tecnicamente impegnative, con vari ‘glissando’, e taluni da rendere con espressività, con un’infida sfilza di ottave nella conclusione, mostrano la fermezza esecutiva di Piccotti, che, tacitando istanze istintive, ove necessario opta per un suono dallo sbalzo brunito, rendendo la pronuncia pulita, valorizzata dall’uso del pedale che Carroccia sa dosare a suo vantaggio. Il piglio ritmico, nel diffuso impiego dello schema metrico del ‘tresillo’, il terzinato latinoamericano con suddivisione binaria, è sostenuto da padronanza tecnica, in un’esecuzione studiata negli equilibri e rivelata con voluto contrappeso all’abbandono passionale della viva fiamma latina.

Quindi i tre interpreti Obiso, Piccotti e Carroccia si riuniscono per addizione dando vita al Trio élégiaque n. 1 di Rachmaninov, pagina in un solo movimento, in forma-sonata, composta a diciannove anni di età in quattro giorni, nel 1892, e riconsegnata alla storia dall’amico del compositore Mikhail Akimovich Slonov, che la custodiva. Aprendo il ‘Lento lugubre’ con un fremito sotterraneo appena percepibile, gli archi preparano accuratamente l’ingresso del sobrio e dolce tema principale, dalle legatissime ottave ascendenti del pianoforte, che tende a chiudersi per brevi campate discendenti e proseguire verso la passionalità di segmenti scalari all’acuto, richiusi anch’essi verso il basso. Carroccia vi traccia sensibilmente un disegno di desolazione interiore, seguito, nell’ordine, dal violoncello e dal violino.

Un altro motivo, più incisivo, con disegni aerei all’unisono, trova perfetta coincidenza tra pianoforte e archi, culminando in un ‘fortissimo’ partecipato a tre, di accesso alla sezione ‘Appassionato’, il fraseggio sempre espressivo e poetico, talora reso con qualche timore di sconfinamento in gonfia liricità, ma rivelatore di passionalità drammatica sostanziale. La diversità ritmica dei continui cambi di tempo (Più vivo – Con anima – Appassionato – Tempo rubato – Risoluto), è gestita dall’ensemble con scarto netto e respiro unanime ammirevoli. Quando la vitalità straziata dell’elaborazione del materiale tematico va a confluire nella riesposizione in forma di marcia funebre, la frenata conclusiva e dolente mette in luce un impasto timbrico di toccante valenza emotiva: suono mesto, appena mormorato, archi legatissimi, ‘con sordino’, il pianoforte, sepolcrale, nel lungo pedale di accordi e ottave stagliate come tetre colonne a sorreggere l’epicedio della coda in Sol minore. Il tema iniziale ritorna quale rantolo, ricordo lontanissimo, o estrema propaggine della vena elegiaca d’impianto. Un triste morire del suono, in grado di scomparire, con finezza, nell’oscurità. Grande atmosfera, grandi applausi.

Chiude, infine, il favolismo di Ravel, del quale si celebrano i 150 anni dalla nascita, con Ma mère l’Oye, nell’interpretazione a quattro mani di Beatrice Rana, nostra gloria nazionale nel mondo, e Massimo Spada, duo di alta classe reduce dal Festival della Tuscia, una delle valide creazioni di Spada, che al musicista francese ha dedicato la giornata ‘Ravel day’, iniziativa da conservare in memoria, con più artisti impegnati nell’esecuzione dell’integrale pianistica.

La serata entra nella poesia dell’infanzia con la suite dal titolo tratto dall’antologia di Perrault, “Contes de ma Mère l’Oye”, destinata a due esecutori in verde età, i piccoli amici Jean e Marie Godebski, ai quali Ravel, spesso ospite di famiglia a La Gragnette, casa di campagna presso Valvins, era solito raccontare le fiabe.

La lettura, sensibile e moderna, del duo Rana e Spada è connotata innanzitutto da senso dello stile. Inizia con la delicata cantilena tematica della Pavane de la Belle au bois dormant, procedendo quasi ieratica nell’andamento ‘Lento’ e grazie al tocco pianistico impalpabile e omogeneo asseconda l’alone di mistero della scrittura “eolia”, priva della risoluzione sensibile-tonica, mantenendo la sostanza sonora, vaga e astratta, a custodia del sonno incantato della principessa. L’esecuzione, felpata, prosegue nel quadro sfumato del sogno in Petit poucet (Pollicino), dosatissima la linea omoritmica su moduli scalari per terze (il percorso vagante del personaggino di Perrault, perduto nel bosco), anche nei richiami onomatopeici degli uccelli che beccano le briciole di pane in ‘pianissimo’, fino a disperdersi nella nostalgia di un mondo lontano, sprofondato nei confini della fantasia.

Laideronnette, impératrice des pagodes, movimento di marcia veloce basato sulla scala pentatonica, sopraggiunge a vivacizzare il contesto ritmico-melodico con trovate e armonie dal gusto orientaleggiante della fiaba Serpentin Vert di Madame d’Aulnoy: «Immediatamente pagode e pagodine iniziarono a cantare e suonare strumenti…». Senza trionfalismi o particolari ispessimenti sonori, Rana conduce, nelle inflessioni caratteristiche delle ‘cineserie’, l’agile temino quasi ostinato, i ribattuti d’effetto all’acuto, i glissati rilucenti. Nei bassi profondi di Spada si muove un sommesso canto espressivo di ambigue armonie e tutto rimane evanescente, nella soporosa atmosfera del brano.

Con Les entretiens de la Belle et la Bête (Le conversazioni della Bella e la Bestia) il dialogo diviene contrasto tra il grazioso valzerino da carillon e un’agitazione cupa, dagli accenti metallici, fino a giungere alla conclusione risolutiva con la metamorfosi della Bestia in principe, processo iniziatico che evidenzia il delicato meccanismo d’intesa fra i due interpreti, nella visione unitaria e nel reciproco essere accanto e comunicare con sensibilità e intimo afflato.

Il ‘Lent et grave’ di “Le jardin féerique” (Il giardino fatato), avanza nel crescendo di un corale tenue ed esplode, sfavillante, tra i ribattuti e le gittate dei glissati all’acuto che dissolvono l’incantesimo, confermando nei due interpreti la fantasia coloristica sapiente entro un pieno dominio delle dinamiche, soprattutto nella palette del ‘piano’, dalle infinite gradazioni, che, a tasti sfiorati, giunge a un numero di vibrazioni impercettibile, aspetto espressivo preponderante, e stupefacente, nella loro resa del soffice e rarefatto sogno raveliano.

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