SAN MARTINO AL CIMINO (Viterbo)- La S. Messa che verrà celebrata Domenica 12 Aprile dal Vescovo Piazza nella chiesa di S. Martino al Cimino e trasmessa in diretta TV offre l’occasione per ripercorrere, se pur brevemente, 800 anni di storia di quello che è uno dei più interessanti esempi di architettura cistercense del Lazio.
Tutto ha origine nel 1207 quando il Papa Innocenzo III sul luogo dove da tempo si erano istallati i monaci di Farfa volle chiamare da Pontagny i Cistercensi,concedendo loro nuovi possedimenti e privilegi. I monaci si adoperarono subito per la costruzione del complesso monastico e della chiesa annessa nel rispetto dei canoni architettonici cistercensi, che fu consacrata nel 1225, come si legge nell’architrave esterno della sacrestia, e dedicata a S. Martino di Tours.
Nell’insediamento di questa nuova comunità monastica ebbe sicuramente un ruolo importante il Cardinale viterbese Raniero Capocci, anche lui appartenente all’Ordine dei Cistercensi.
Purtroppo, a partire dalla prima metà del XIV secolo, cominciò un rapido declino dell’Abbazia, dovuto alla scarsità delle vocazioni e a problemi di carattere finanziario.
In qualche modo la comunità cistercense sopravvisse fino al 1564 quando l’Abbazia venne chiusa e i beni trasferiti alla Basilica di S. Pietro che avviò un programma di incremento degli insediamenti abitativi accanto all’antico monastero e provvide a risanare la chiesa che rischiava di collassare.
Negli anni 1644-1645 si apre una nuova stagione per il piccolo borgo di San Martino quando Innocenzo X dona alla cognata Olimpia Maidalchini l’abitato e il terreno circostante elevandolo a Principato.
La Maidalchini tra il 1653 e il 1657 avvia una importante opera di rinnovamento edilizio del paese in base ad un interessante progetto di radicale trasformazione, come anche mette in cantiere la costruzione del palazzo residenziale che ingloba anche una parte dell’antica Abbazia.
La Principessa si interessa anche della chiesa abbaziale facendo costruire i due campanili che affiancano la facciata i quali, oltre alla funzione decorativa, contribuiscono anche alla staticità dell’edificio.
In quegli anni anche l’interno della chiesa viene trasformato seguendo le mode dello stile barocco allora imperante. Tra l’altro furono costruiti nel transetto due splendidi altari ornati di stucchi e colonne che furono smantellati agli inizi del secolo scorso quando il tempio fu riportato all’essenzialità della costruzione primitiva.
Del periodo secentesco per fortuna rimane lo splendido stendardo processionale dipinto da Mattia Preti, finanziato dalla Maidalchini in occasione del Giubileo del 1650 e portato in pellegrinaggio a Roma dalla Confraternita del SS. Sacramento.
Don Mario Brizi
Parroco Emerito di S. Maria Nuova








