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Sanità: meno cure per chi sta peggio. Serve un modello sussidiario per un salto di qualità nel governo pubblico del sistema

Roma, 19 febbraio 2026 – Il nuovo Rapporto “Sussidiarietà e… salute” realizza un checkup completo del Servizio Sanitario Nazionale, mostrando la progressiva perdita di universalismo ed equità.

1. Meno cure per chi sta peggio: cronici, fragili, poveri e anziani

Circa il 9–10% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato o rinviato cure necessarie per motivi economici, lunghe attese o difficoltà di accesso; questa quota supera il 20% tra le fasce più svantaggiate. La relazione tra salute e titolo di studio è molto significativa. I tassi di mortalità evitabile per 10.000 residenti sono: 39,6 per chi è privo di titolo di studio o ha licenza elementare; 33,5 per chi ha conseguito la licenza media; 26,4 per chi possiede il diploma; 20,3 per coloro che hanno una laurea o un titolo di studio superiore. Circa 4 milioni di over‑65 non autosufficienti richiedono maggiore assistenza; oltre 5,5 milioni di anziani vivono soli; circa il 14% degli over‑65 è a rischio di isolamento sociale; quasi 1 milione di anziani è in povertà assoluta. L’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) – principale forma di presa in carico che unisce sanitario e sociosanitario – copre circa il 30,6% delle persone anziane non autosufficienti, mentre gran parte della cura rimane affidata alle famiglie. La spesa sanitaria out-of-pocket è il 24% di quella totale, tra le più alte in Europa occidentale (ben oltre la media UE di circa il 15%), in costante crescita dal 2010 (escluso il periodo del Covid-19). Da 12 anni il dato supera il limite stimato tra il 15 e il 20% raccomandato dall’OMS, soglia oltre la quale sono a rischio uguaglianza e accessibilità alle cure. L’8,6% delle famiglie italiane è costretta ad affrontare spese sanitarie insostenibili, dato che colloca il Paese al nono peggior risultato nell’area OCSE. Il carico della spesa sulle famiglie è passato dal 18,6% del 1980 al 25,7% del 2023 (+7,1%), mentre la quota della produzione sanitaria pubblica, sul totale, si riduce di 2,7 punti, passando dal 63,9% nel 1980 al 61,1% nel 2022.

2. Sistema sottofinanziato e frammentato

Secondo gli autori del Rapporto, le caratteristiche del SNN che più condizionano la vita delle persone fragili e bisognose sono: il sottofinanziamento, sotto la media dei principali Paesi UE, con circa 37 miliardi di euro di tagli cumulati nel decennio 2010–2019, realizzati senza tener conto della qualità e dell’equità. Mentre le risorse sono allocate tramite criteri basati sulle prestazioni e non sull’integrazione dei percorsi assistenziali, sulla continuità di cura o sugli esiti di salute, cosa che penalizza in particolare i pazienti cronici e fragili, che attraversano più setting di cura senza una responsabilità unitaria. Dal punto di vista organizzativo, la carenza di prossimità e continuità assistenziale, e la mancanza di integrazione tra sanitario e sociosanitario rappresentano una delle principali modalità attraverso cui il diritto alla salute viene implicitamente ridimensionato, riducendo l’equità di accesso alle cure. La carenza di personale, in particolare dei medici di medicina generale, primo approdo, soprattutto per i più fragili, alla presa in carico dei bisogni sanitari e sociosanitari. Dall’analisi emerge che i modelli organizzativi più efficaci (presa in esame ad esempio, l’esperienza delle Botteghe di Comunità della ASL di Salerno, che coinvolgono 29 Comuni e oltre 28.000 cittadini) sono quelli che creano collaborazioni strutturate tra i diversi soggetti di cura e assistenza, generando benefici soprattutto per i pazienti cronici e fragili. Questo conferma la rilevanza della cultura della sussidiarietà come fattore di innovazione organizzativa che si sostanzia, in particolare come collaborazione tra i diversi enti sanitari sotto la regia pubblica.

4. La salute come bene comune al centro della sostenibilità del Paese. Proposte

Il Rapporto propone un nuovo patto sociale per una riforma complessiva che consiste nelle seguenti azioni:

incrementare la spesa e modificare i criteri di finanziamento con l’introduzione di budget di cura per pazienti cronici e fragili e modelli di “capitation” (che incentivano prevenzione e presa in carico continuativa);
rafforzare strutturalmente l’assistenza territoriale, con l’istituzione di cabine di regia distrettuali tra ASL, Comuni e Terzo settore in tutti i distretti, Case della Comunità e Ospedali di Comunità funzionanti, e i centri di emergenza-urgenza;
istituire un Servizio nazionale per la non autosufficienza e integrare il sistema sanitario con il sociosanitario;
coprire le carenze nel fabbisogno strutturale di personale, con piani pluriennali di assunzione, retribuzioni ai livelli medi UE (incrementi stimati del 10–15%), valorizzazione della professionalità e motivazione degli operatori;
migliorare la regolazione del privato accreditato su volumi necessari, valutarlo sugli esiti, orientarlo alla riduzione delle disuguaglianze e dei meccanismi di selezione opportunistica. Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, osserva: “la sussidiarietà come è intesa nel Rapporto è una architettura di cooperazione tra Stato, territori e comunità. È questa la chiave per restituire al Sistema efficacia, equità e sostenibilità nel lungo periodo, rendendo il diritto alla salute non un principio astratto, ma un’esperienza reale e accessibile per tutti”. La risposta alla crisi non riguarda la scelta tra pubblico e privato, ma tra un Paese che garantisce cure per tutti e un Paese in cui si cura solo chi può permetterselo. In altre parole, l’alternativa è tra governance pubblica e deregolazione. Dove manca visione e capacità di governo, cresce la spesa privata e la disuguaglianza. La sussidiarietà è l’architettura istituzionale dell’universalismo, capace di rendere il diritto alla salute effettivo, misurabile e sostenibile nel tempo.

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