di CINZIA DICHIARA –
Con il titolo Serata Schubert si è tenuto a Roma, lo scorso lunedì 3 novembre presso il Centro Ebraico Italiano ‘Il Pitigliani’, un concerto per pianoforte che ha visto protagonista Victor Rosenbaum, maestro americano di reputazione internazionale e di sopraffina eccellenza, con la sua allieva di perfezionamento ormai trent’anni fa, in America, Svetlana Pekarskaya, concertista russa residente a Roma, di livello anch’essa, che lo affianca da solista e in un duo a quattro mani affiatatissimo, come può esserlo il dialogo tra personalità unite da lunga consonanza e condivisione, nonostante messo su nel volgere di poco. Il programma, dedicato a capolavori dell’ultimo Schubert, è rivolto a un pubblico esclusivo di conoscitori, colti e molto partecipi. Obiettivo della stagione concertistica che al ‘Pitigliani’ proseguirà fino al prossimo giugno 2026, è proporre musicisti ebrei, noti e meno noti, di diversa età, tra i quali Marco Valabrega, che presenterà musiche ebraiche antiche, e l’ampiamente noto Quartetto Milhaud.
In apertura Svetlana Pekarskaya esegue l’Improvviso op. 90 n 4 in La b, mostrandosi artista sensibile, attenta al colore intimista schubertiano, alla filigrana degli arpeggi in quartine ribattute con precisa nettezza, al canto dolente, ora poetico ora drammatico, con evidenza della linea melodica, intensa. Nella sezione centrale di contrasto, ricolma di pathos, cui contribuisce il contesto accordale dell’accompagnamento che la pianista esegue con sottili e sentimentali differenze di gravità, la gamma armonica risulta sottolineata con coinvolgente passione mediante inflessioni, come curve, dell’andamento animato in crescendo.
Molto attenta al peso specifico degli incisi, rilevabili in una gamma dal pianissimo appena mormorato al fortissimo davvero impetuoso, nonché alla pronuncia densa del suono, Svetlana disegna la linea lunga del fraseggio con un intento programmatico che le permette di padroneggiare impercettibili fremiti tensivi, rendendo sentita e palpitante l’esecuzione ed esibendo un pianismo di classe, di contenuto, di espressività detta e non solo accennata, mentre diffonde l’alone romantico schubertiano con gentilezza e carattere al contempo.
Nata da famiglia di musicisti, a 16 anni la borsa di studio “Lenin” della Scuola Centrale di Musica di Mosca, quindi seri studi in Israele, perfezionamento negli Stati Uniti con maestri russi quali Lubov Levinson, Isaac Katz e Malvina Guralnik-Libenson, una carriera in giro per il mondo, Perkaskaja ha tenuto numerosi concerti anche in duo con il violinista Antonio Anselmi, spalla dei “Musici di Roma”, in alcune delle più importanti sale da concerto di Russia, Israele, Stati Uniti ed Europa. Di recente ha sostenuto l’Ucraina con concerti di beneficenza.
Il clou del programma prevede l’esibizione in duo a quattro mani della Perkaskaya con Victor Rosenbaum nella Fantasia op. 103, D. 940 in Fa min., brano ultranoto che lo stesso Rosenbaum, il quale gradisce il rapporto diretto col pubblico e ama interloquire fra un brano e l’altro, spiega in una nota di presentazione: «Brano legato alla fine del compositore viennese, come l’intero programma della serata, una sorta di schubertiade sul tipo degli incontri artistici che si tenevano presso il musicista viennese, genio che in vita non poté neanche avere la soddisfazione di vedere eseguite le sue sinfonie.»
E prosegue con l’allure dell’artista idealmente prodigo di fiducia nell’umanità, concludendo: «Speriamo nel futuro! Noi crediamo nella musica. E la musica mette a posto le cose.»
Nella Fantasia, lavoro importante, quattro movimenti di una libera forma di sonata, dalla complessità simile alla Wanderer-Phantasie, confluiscono considerazioni profonde dell’autore che volle dedicarla, come risulta da una sua lettera all’editore Schott (21 febbraio 1828), all’amata ex allieva Carolina, figlia del conte Esterhàzy, per la quale pare che provasse un sentimento affettuoso.
La delicatezza delle frasi tematiche di Perkaskaya, potenziate nella valenza espressiva dal sostegno di Rosenbaum, tutto rigonfiamenti e riduzioni al dolore, alti e bassi dello svolgimento struggente, conduce il duo a tracciare un’alta formulazione dell’universo schubertiano.
Se ne apprezzano la padronanza del costrutto, fissato nelle diverse sezioni con grande senso della forma, ogni cambio di tempo scolpito con intelligente consapevolezza, ogni parentesi espressiva curata nella cantabilità, interiore e al contempo disvelata dal cuore e distribuita all’uditorio.
Con eleganza di stile, senza cedere ad alcun orpello, in ‘pianissimo’ denso e meditativo, Rosenbaum attacca al basso le dolenti quartine della scrittura accordale – sempre difficili da iniziare, misteriose, dal silenzio, in clima di confessione e ripiegamento- che preparano l’ingresso del motivo tematico, che Perkaskaya introduce con tocco morbido e suono malinconico nel ritmo puntato, dolente e patetico cliché del brano. Il duo procede alla declinazione del dolore schubertiano con fine amalgama e tocco efficace.
La struttura monumentale della Fantasia, in quattro movimenti collegati, tocca sonorità grandiose attraverso una declamazione melodica a lunga gittata. Il senso di grandezza nello sviluppo si fa incontro di voci su diversi registri, evidenziando negli interpreti la capacità di rivelare sentimenti.
Il Largo si risolve in un possente declamato accordale che mantiene il cliché drammatico del ritmo puntato tra trilli ricchi e vibranti, in botta e risposta fra registro acuto e registro grave. Sorta di recitativo declamato, prelude a un dialogo amoroso tra le due parti, di tipo teatrale, che mette in luce l’organicità del rapporto fra i registri dei due pianisti.
La sezione di andamento ternario, un tema di gusto popolare grazioso e molto viennese ma sempre contenuto nell’espansività melodica, è resa come uno scrigno di piccole cose. Variegata nei colori, la sezione intermedia esalta un motivo ingenuo con entrate a canone. Musica sognante come Schubert amava, in un disegno miniato, ripetuto.
La ripresa tematica dell’ultimo tempo è commovente. Perkaskaya lascia cadere vicinissimo, con fine attacco al tasto, quel do ribattuto teso verso il fa per tornare su sé stesso: stilema caratteristico, come firma di Schubert. Segue infine il fugato, un nuovo episodio grandioso, dal tema enunciato con la solennità delle “sette leggi dei figli di Noè”. E, nell’addensarsi tempestoso della scrittura contrappuntistica, l’ultimo movimento raggiunge la conclusione, toccante nel far udire un’ultima volta il mesto tema d’inizio, scatenando applausi calorosi e commenti di giubilo.
Il concerto si conclude con la maestosa Sonata in Si b magg. n 21 D 960 l’ultima delle Sonate di Schubert, dischiudente panorami vastissimi attraverso i quattro movimenti: Molto Moderato, Andante Sostenuto, Scherzo-Allegro vivace con delicatezza, Allegro ma non troppo. Victor Rosenbaum ne offre un’interpretazione sapiente e ad alta densità espressiva. Dall’alto della sua arte sopraffina, dell’esperienza di lungo corso, della inossidabile capacità di tenuta e di dominio tecnico, senza una minima sbavatura, radioso e analitico in tutte le componenti discorsive, il pianista rivela tempra straordinaria nel pronunciare, nota per nota, frase per frase, ogni suono in concatenazione con gli altri, come in un collier di perle meravigliose e lucenti.
Apprezzato per la potenza comunicativa, vanta nella scuola di provenienza un albero genealogico che affonda le radici nell’insegnamento di Artur Schnabel, maestro del suo maestro Leonard Shure. Attivo a livello planetario, tra Stati Uniti e Giappone, Taiwan, Russia, Israele, Brasile ed Europa, svolge altresì costante attività didattica per istituzioni musicali americane, anche quale insegnante ospite alla Juilliard School, e tiene masterclass in tutto il mondo, da Gerusalemme a Tokyo ai Conservatori di Mosca e San Pietroburgo e nelle tre principali scuole di musica di Londra: il Royal College of Music, la Royal Academy of Music e la Guildhall School.
Il suo cd con le ultime tre sonate di Schubert, è stato nominato uno dei 10 migliori CD di musica classica del 2005. Altresì compositore e direttore d’orchestra a Boston, ha fondato e diretto la Concerto Company, un’orchestra da camera con la missione di offrire ai giovani artisti l’opportunità di esibirsi come solisti.
Sentirlo suonare è esperienza di rivelazione: il suo stile interpretativo è raro, poche volte capita di sentire così ‘parlante’ una linea, un inciso, persino un singolo accordo. Per la consapevolezza interiore, per il modo, del tutto sui generis, di plasmare la materia sonora in frasi, come in espressione di pensieri, di sentimenti, di definizioni intellettuali, sempre con cuore e tocco vellutato pronto ad assurgere alla pienezza di un macigno, o alla tenerezza di un petalo, Rosenbaum affascina come pochi. La sua sicurezza diviene pienezza energica e risoluta compostezza, impressionante per controllo da un lato e spontaneità lirica dall’altro. Uno Schubert declinato con sapienza indicibile e con un fascino di quelli che restano impressi per singolarità e bellezza.
Come bis concede con cordiale simpatia la sorpresa di un brano in duo con la figlia Sara: Du bist die Ruhn (Tu sei la pace), famoso Lied schubertiano su testo del poeta tedesco Friedrich Rückert, nella trascrizione per sega cantante (o sega ad arco, strumento singolare costituito da una sega metallica trapezoidale da falegname ricurva sollecitata da un archetto per archi) e pianoforte, di grande piacevolezza e diletto per il pubblico di una serata, per molti motivi, strepitosa.




