Università Unimarconi

Sfruttamento della manodopera straniera, in manette famiglia di allevatori di Ischia di Castro

di DIEGO GALLI-

ISCHIA DI CASTRO (Viterbo) – Un’intera famiglia di Ischia di Castro, composta da marito (75 anni), moglie (70 anni) e due figli (49 e 38 anni) è stata arrestata stamattina alle prime luci dell’alba dai Carabinieri del Comando Provinciale di Viterbo.

Per loro le accuse per i delitti di occupazione di lavoratori stranieri clandestini, estorsione aggravata, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e sfruttamento aggravato della manodopera. Questa mattina la conferenza stampa tenuta presso il comando provinciale del Carabinieri in via de Lellis alla presenza del comandante Col. Andrea Antonazzo, del procuratore Paolo Auriemma e del sostituto procuratore Stefano D’Arma.

Le relative indagini partirono nel giugno 2019, al seguito del ritrovamento, il 7 giugno del 2019,  del corpo senza vita di uno straniero sulla pubblica via di Ischia di Castro. Si trattava di NDRECA Petrit, cittadino albanese di anni 44, rinvenuto cadavere in località Ponte san Pietro di Ischia di Castro, al confine con la Toscana. Ad allertare il 118 ed i carabinieri della locale Stazione è stato il cognato del defunto, il quale ha fornito una versione falsa di quanto accaduto, asserendo che NDRECA era deceduto improvvisamente mentre erano diretti in macchina verso Pitigliano. La stranezza del racconto, il ritardo con cui sono stati chiamati i soccorsi, e l’anomala presenza sul posto di due noti imprenditori agricoli, giunti prima ancora dei soccorsi hanno insospettito i militari della Stazione di Ischia di Castro.

Il defunto lavorava senza sosta ogni giorno, per circa 800 euro al mese, 500 dei quali inviava alla moglie in Albania.

“Le condizioni del corpo – ha specificato il Colonnello Andrea Antonazzo – hanno subito destato sospetti sulle reali cause del decesso. Il cognato, intimorito dalla situazione, inizialmente asseriva che l’uomo fosse morto improvvisamente mentre viaggiavano in auto”. In realtà, lo sventurato albanese, secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti, il pomeriggio del 7 giugno è morto a seguito di un improvviso malore mentre era nell’azienda agricola. A quel punto sono stati contattati i familiari dell’albanese e un suo cognato taglialegna residente a Manciano, che è stato costretto, dietro minacce, a caricare sulla sua macchina il corpo senza vita di NDRECA avvolto in una coperta. A portarlo via lontano dall’azienda di famiglia ci hanno pensano due degli imprenditori oggi arrestati (i figli), poiché il cognato era troppo scosso per guidare la sua autovettura, e giunti quasi al confine con la Toscana ormai alle otto di sera hanno fanno chiamare il 118 a quest’ultimo.

Gli investigatori sono riusciti nel tempo a svelare la mala gestione di un grande complesso aziendale della zona specializzato nell’allevamento di ovini dove la famiglia sfruttava lavoratori di origine straniera per avere una manodopera a bassissimo costo. Nei mesi successivi infatti, i familiari del deceduto, ascoltati dai carabinieri del Nucleo Investigativo e vinta la paura delle ritorsioni paventate data la fama di gente violenta di cui gode la famiglia sarda, oltre a raccontare la verità sulla morte del loro congiunto, hanno sottolineato come il corpo esanime del defunto sia stata trattato “come quello di una pecora”, poiché l’unica cosa che importava agli arrestati era che non fosse trovato morto nella loro azienda, per timore delle relative conseguenze.

Almeno 14 i lavoratori sfruttati, costretti a vivere all’interno di edifici fatiscenti di proprietà dell’azienda senza alcuna cura per le loro condizioni di vita, ma le indagini sono tutt’ora in corso per rivelare ulteriori dettagli. Risulta che questi lavoratori siano stati assunti in diversi periodi negli ultimi due anni e venivano impiegati in turni massacranti dalle 9 alle 17 ore giornaliere, dall’alba al tramonto con solo un’ora e mezza di pausa pranzo, dietro il compenso di appena 1,16 euro per ogni ora di lavoro prestata a fronte degli 8 previsti dal contratto nazionale; una sola eccezione, l’unico operaio italiano di origine sarda, che invece riceveva un compenso di 4 euro per ogni ora lavorativa. Le indagini non hanno ancora consentito di stabilire con certezza quando esattamente NDRECA Petrit sia spirato, se addirittura fosse ancora vivo quando è stato portato nel luogo da dove sono stati allertati i soccorsi, poiché è forte il sospetto che, oltre al malore, a cagionare la sua morte possa essere stata l’assenza di cure adeguate ed immediate.

A carico dei datori di lavoro sono state riscontrate anche sistematiche violazioni delle norme relative:

  • al riposo e le ferie (di cui ovviamente non beneficiavano), il lavoro notturno e festivo (indennità non retribuite) e quello straordinario (abbondantemente oltre ogni limite consentito);
  • alla corresponsione all’INPS ed all’agenzia delle entrate, avendo evaso e non versato un totale accertato di 87.750 euro solo negli ultimi due anni per i previsti oneri contributivi, retributivi e fiscali (motivo ulteriore dell’arricchimento degl’indagati);
  • in tema di sicurezza nei luoghi di lavoro, con i dipendenti che venivano altresì costretti a svolgere mansioni pericolose, a tre metri d’altezza senza protezione o mediante utilizzo di trattori su pendii scoscesi;
  • in materia sanitaria, atteso che i lavoratori non venivano sottoposti alla prevista sorveglianza sanitaria, ma soprattutto lavoravano in condizioni assolutamente insalubri e vivevano all’interno dell’azienda in alloggi umidi, malsani e sporchi, ricavati da alcune stalle con pareti completamente ammuffite. Ad aggravare il quadro di vessazione in cui vivevano i dipendenti è stato l’accertamento di un clima di violenza, di minaccia e di continue umiliazioni, i quali venivano apostrofati anche con termini ingiuriosi, come “cane” o “verme”), ma anche “servi” (mentre ai datori di lavoro ci si riferiva con il termine “padroni”). Una conversazione telefonica con uno straniero che aveva chiesto lavoro si ritiene emblematica, dove l’anziano imprenditore capofamiglia era stato tranciante: “le bestie, la domenica e il sabato mangiano lo stesso come mangi te! Capisci? [..] io non lo so con gli altri come hai fatto! Io quando dico è combinato per un mese, non ci sono sabati e non ci sono domeniche! Io ti pago tutti i giorni! Punto e basta! Non famo storie perché sennò stai dove sei! […] vi serve il lavoro? E andate a lavorare! […] Che giornate? Giornate te ne scrivo 5 al mese! Stop! Festa finita! Adesso lo sai! E devi sta attento eh! Devi lavorare bene e te lo sto a dì!”. L’attività si è concentrata sulle imprese riconducibili alla famiglia in questione, cinque, di fatto però un unico gruppo aziendale a conduzione familiare, con la madre che si occupa della parte amministrativa  e gli uomini dediti alla gestione delle varie attività, principalmente di allevamento di ovini, tra i 4.000 e 5.000 capi,  e conseguente lavorazione del latte e della lana.  Il modus operandi poi è sempre il medesimo: all’insaputa del lavoratore, cui vengono arbitrariamente trattenuti i documenti, questi viene ufficialmente assunto, ma senza la firma di un contratto, in modo così da ottenere un duplice risultato: essere tecnicamente a posto in caso di ispezione, ma al tempo stesso porre in una condizione di assoggettamento il lavoratore, completamente all’oscuro di ogni suo diritto, e convinto di un lavoro molto “precario”. Per la gravità delle condotte riscontrate, attualmente l’intera holding familiare è stata posta sotto controllo da parte degli amministratori giudiziari nominati dal G.I.P., al fine di evitare il reiterarsi di condotte criminose di sfruttamento del lavoro secondo quanto previsto dell’art. 3 l.199/2016. Il provvedimento ha anche lo scopo di ridurre le ripercussioni negative in termini occupazionali, ed è la prima volta che un provvedimento di questo genere viene applicato nella Tuscia.

“Molto importante – ha aggiunto il Comandante del comando provinciale dei Carabinieri di Viterbo, Colonnello Andrea Antonazzo – è stato il contributo alle indagini dato dal Dipartimento di Biotecnologie Agrarie dell’Unitus”. “La Procura di Viterbo ha da sempre particolarmente a cuore le condizioni del lavoro della Tuscia”, ha sottolineato il Capo Procuratore Paolo Auriemma, evidenziando come da sempre l’attenzione delle autorità sia altissima su tutto il territorio. “Il buon andamento dell’economia non può e non deve mai essere contrapposto alla tutela dei lavoratori. Le indagini in corso – ha concluso Auriemma – permetteranno inoltre di regolarizzare la situazione dei lavoratori coinvolti”.

 

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