di CINZIA DICHIARA-
ROMA- Da poco insignito del Praemium Imperiale, sorta di ‘Nobel delle arti’, dalla Japan Art Association, Sir András Schiff, una delle principali personalità musicali del nostro tempo, come sempre ha offerto al suo pubblico in delirio, una serata memorabile per la stagione da camera ceciliana. Nella formula ormai consolidata del concerto con brani “a sorpresa” da lui stesso annunciati, il pianista unghere naturalizzato britannico, messo sacerdotale del sommo Bach, cavaliere per nomina dalla Regina Elisabetta, ha presentato, con esposizione stringata, densa e autorevole, e non senza atteggiamento umoristico, una carrellata di brani, alternati a Bach, di autori del classicismo viennese da lui stesso definiti “i quattro evangelisti Mozart, Haydn, Beethoven e Schubert”. Estraendoli l’uno dopo l’altro dal suo scrigno di meraviglie, mentre la serata assumeva, per i fortunati presenti, i connotati di una traiettoria interiore, egli trasferiva l’atmosfera in un iperuranio lontano, astratto, eppure ricolmo di tutte le possibili espressioni di umanità, filtrate da alto pensiero filosofico. Intanto, un filo magnetico attirava gli ascoltatori nell’orbita della musica, avvincendoli totalmente nella sacralità di un rito atteso e acclamato.
Custode degli autori classici, simile al portatore di un santo Graal, eletto tedoforo di quella genìa di giganti della quale è attuale staffetta, Schiff fa rivivere il passato legato a miti del pianoforte, a grandi scuole pianistiche, a gloriose stagioni e serate ‘storiche’, nel presente vivo e fervido della sua unicità perfetta.
L’aura che lo accompagna è quella dell’officiante di un rituale, invero più che solenne e chiesastico, concentrato su interiorità e sobrietà, misurate con eleganza. Di pensiero, di linea sonora, di tocco, risultato di impeccabile e alacre laboriosità nella trasformazione della materia sonora. Che solo marginalmente rende leggera, con naturale compostezza, secondo un approccio controllato eppure emotivamente ricco, perseguendo, in linea col suo credo, quella semplicità che reputa essere una grande virtù. Al servizio della musica.
Così, è andato avanti, a memoria, per circa tre ore con rinnovato vigore.
Sul palcoscenico si affiancano due grancoda: uno Steinway per la prima parte, quindi un Bösendorfer, più adatto ai compositori viennesi, per la seconda. Inizia, attingendo a una serenità superiore, con l’Aria delle Variazioni Goldberg. La lettura, di una trasparente purezza intellettuale, è giocata fra la melodia, di sonorità dosatissime, e respiri-silenzi, eloquenti come suoni vuoti. Mani, dalla grande agilità, suono pulito e preciso, pensiero filosofico e dogmatico, donano all’esecuzione cantabilità melodica concentratissima e gusto trascendente.
Segue il bachiano Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo, scritto a 10 anni d’età dal genio che Schiff definisce ‘l’alfa e l’omega’: le voci si snodano nei vari registri secondo una trama di potente suggestione e intransigenza, con finissima preziosità di trilli e mordenti, finché, nel volgere di poche frasi, l’eloquio melodico giunge a commuovere. E, tra il nitore delle entrate delle voci, un ascetico Schiff procede verso la spiritualità. Il suono sembra provenire da lontano, eppure è dentro l’anima che nasce.
Nel passare a Mozart, con la Sonata K 570 scritta a Vienna nel 1788, al tempo del Don Giovanni, disegna una cantabilità molto seriosa della perfezione mozartiana. Gli preme far affiorare, come sottolineato nei cenni di presentazione, elementi di contrappunto e polifonia che il genio di Salisburgo, arrivato a Vienna nel 1780, aveva appreso direttamente da partiture bachiane, presso la biblioteca del barone Gottfried von Swieten, suo mecenate. Concentrato sul gioco delle voci, attento a dosare l’energia, molto sorvegliato nella esatta grammatura dei colori, sembra avere il dominio dell’espressività tutto sotto le mani. Il suono si spande con magia, complice un uso sapientissimo del pedale che lo rende completamente soffuso, levigato, evanescente. Il controllo è tale da rasentare l’asepsi, eppure tutto vi è straordinariamente pronunciato con senso musicale ed anche emotivo, ritmico e pacatamente giocoso. Un Mozart sconosciuto, tanto ne è inusitato il nitore delle parti in continuità e corrispondenza entro la concatenazione dei passaggi delle due mani.
Torna quindi a Bach con la Suite Francese n. 5 in sol magg. Le danze vi seguono un loro carattere interno, poca esteriorità, scorrevolezza e molta introspezione, soprattutto nella Sarabande, meditativa, sognante, irreale, il tema dipanato religiosamente e con umana vibrazione interiore.
Segue la Piccola Giga K 574 di Mozart, scritta a Lipsia nel 1789, brillante contrappunto a tre voci che, avverte Schiff, sembra quasi dodecafonico. Nel flusso ininterrotto, fa capire tutto mediante la lente di precisione con la quale osserva il tessuto sonoro restituendo la trama, l’ordito, il bianco e il nero come orizzonti all’interno dei quali si avvicenda abbondanza di colori. Non nella proiezione di un arcobaleno, ma dentro le molteplici strutture simmetriche di un caleidoscopio. Difficile descrivere la compiutezza di passaggi che tracciano la strada e la grazia degli abbellimenti: nulla vi è di inessenziale o superfluo, in un unico tracciato, continuo, e in un’unica rete di significati, eterna.
Con la Fantasia cromatica e fuga, torna a Bach spiegando che «la fantasia è libera, la fuga è rigorosa, come la vita!».
Sorta di summa sapientiae del virtuosismo, il famoso brano inizia quale toccata ricca di rapide scalette, strappi di accordi, sgranati strettissimi, e arpeggi pedalizzati con effetto organistico, che sgorgano con spontaneità e si avvicendano in incredibile bellezza di suono, tra fioriture a ripetizione. L’ingresso della fuga emerge dal sottosuolo mentre il segmento cromatico ascendente avanza, solitario, quasi elementare, ma quanto denso! Lo sviluppo appare quale fucina di elementi vulcanici che ribollono ma sono tenuti sotto un coperchio. Tale la capacità di Schiff di dominare la materia che va elaborando.
E ancora procede con la Sonata di Haydn Hob XVI/44 in sol min. scritta intorno al 1770 per gli Esterházy in due soli movimenti, che definisce tempestosa, Sturm und Drang.
Ma il classicismo la vince sull’impeto preromantico. Tutto è giocato sull’intreccio delle parti, alla voce superiore fa sempre eco una voce inferiore alla mano sinistra, rispetto alle quali la restante materia sonora riesce compartecipe senza evidenza ma con delicata pregnanza. Una roccia: niente si muove, anche se internamente il magma si agita.
Abitante unico di un pianeta solitario, introverso ed elegantissimo, Schiff discute con sé stesso, con convinzione. Sembra non aprire mai un varco, un pertugio, verso l’esterno. E rimane lassù, monade in quell’iperuranio sconosciuto. E di là fa calare una messe di bellezza virtuosa.
Conclude la prima parte con il Concerto Italiano, pagina arcinota e amata, come omaggio all’Italia, rammaricandosi che in Italia Bach non ci sia mai venuto: «Poveretto, non ha mai potuto gustare la pasta! Tuttavia conosceva bene la stupenda musica dei concerti di Geminiani, Vivaldi, Marcello».
Con vivacità e gusto brioso, raccoglie tutti gli elementi costruttivi entro le due mani ed è meraviglia assoluta! Nell’Andante intona una preghiera intima, sommessa, piena di pietà religiosa, non levata al cielo ma sottovoce; poi il canto si snoda in discorsività che diviene appena confidenziale. Nel Presto sprigiona gioiosa solarità, non di un mezzogiorno, di primo pomeriggio: stacco netto, accenti incisivi e mirabolante scorrevolezza di incisi tra le note tematiche. Vi sono i funamboli della tastiera, poi vi è Schiff.
Dopo la pausa, passa al Bösendorfer, a suo avviso più vicino alla voce, alla cantabilità e ai colori del repertorio viennese. «Grazie di essere rimasti!» – esordisce nel tornare ad esibirsi – «È cambiato il pianoforte ma non il pianista!». E spiega: «Musica viennese come quella di Schubert va ascoltata con suono viennese, è come un dialetto. La lingua, a Vienna, non è il tedesco di Berlino, ha un altro colore».
E attacca le Sei Bagatelle op. 126, del 1824, tra le ultime opere Beethoven, allievo di Haydn, scritte al tempo della IX Sinfonia e degli ultimi Quartetti per archi.
Tutto è filtrato e esaminato oltre ogni misura e immaginazione. Scalette sciolte come fossero naturalissime, levità negli arpeggi, agilità nei trilli e nelle volatine, Schiff domina dall’alto e da dentro, ma il piglio di Beethoven emerge sicuro, nei rampanti ‘sforzato’, come nel ‘diminuendo’ che accompagna la sonorità a spegnersi nel nulla. La gravità ha un peso dettato dalla possanza di una mano ferma. In modo impercettibile, il canto si forma dentro la mano e viene articolato al suo interno. Forse è parco di vaporosità, lo slancio ne pare contenuto, taluni passaggi graziosi restano nel minimo dell’apertura: tutto ciò per una grande lezione di stile. Va ricordato che per il suo ciclo delle Sonate di Beethoven Schiff ha ricevuto il Premio della critica musicale “Franco Abbiati” 2007.
Infine, conclude con Schubert, compositore divino, scegliendo i Drei Klavierstücke, del 1828, periodo prima della sua fine. Se ne apprezzano il fremito iniziale, la tenerezza schubertiana intima, carezzevole e dolcissima, il pedale tonale quale àncora acustica dal meraviglioso effetto. Il crescendo pare non lasciar emergere molto vigore interno, sembra più che altro un colore, come se Schiff volesse frenare l’impeto, restando nell’espressione cogitata e astratta. Si avverte che c’è qualcosa che attende e pare non espandersi completamente: è il suo senso della misura. Mentre destano stupore continuo la bellezza del nitore, del cesello gentile, del costrutto impeccabile. Il terzo pezzo ‘Allegro’ conferma che al pianista interessa sopra ogni altra cosa differenziare al microscopio gli elementi del discorso, singolarmente, e nella rete di rimandi, e mantenere il livello esecutivo entro la perfezione di una raffinatezza di stile che non ha eguali.
Il pubblico, osannante, ottiene due bis: l’Improvviso di Schubert op 90 n. 3, solo la linea di canto, il riempimento di sestine è tanto impercettibile da evocare il sogno; e lo Chopin della Mazurka op. 17 n. 4, dal tema desolato, ancorato alla poesia di un tempo svanito. Poi, il tempo si muove, ma il pianista resta impassibile dentro, e dunque riesce a renderla un ricordo nostalgico della mente.
L’equilibrio è la freccia più splendente al suo arco, tutto è perfettamente bilanciato nella gamma espressiva. Giammai retorico, tantomeno celebrativo, sembra essere alieno all’autocompiacimento. La naturalezza delle melodie, la preziosità nel governare la forma e nel dosare le intensità dinamiche, sono tutto un ragionare apparentemente con sé medesimo, ma l’impressione è che non sia lui a guidare, o meglio, che qualcosa di soprannaturale gli si riveli nel cammino, pur rimanendo un mistero per chi ascolta. Fino a toccare l’Iperuranio, secondo Platone “luogo al di là del cielo”, una dimensione metafisica che corrisponde al mondo delle idee, delle forme perfette e immutabili di tutte le cose, meta oltre il caduco mondo sensibile, per lui fondamentale, raggiungibile soltanto dall’intelletto.
È tardissimo ma Schiff va avanti fino all’ultima nota con determinazione. Soltanto dietro il palco, nel ricevere il pubblico ammette una certa stanchezza, pur sforzandosi di colloquiare con garbo. E, fortunatamente, si concede.
- Maestro, lei ha raggiunto una perfezione assoluta, la sua musica sembra aver superato la sua stessa sapienza. Quale traguardo! Che cosa c’è, oltre?
«La voce umana» – risponde Schiff con uno sguardo di illuminata consapevolezza.
- Lei è una colonna portante del pianismo mondiale…
Stavolta risponde senza dire nulla, con sorriso semplice, bonario, appena accennato. Ne sembra quasi sorpreso: grandezza fatta umiltà.
Recensione relativa al concerto del 3 dicembre 2025 a Roma








