VITERBO – Nel buio rarefatto del Teatro dell’Unione di Viterbo, in unione con la compagnia teatrale “Faul”, tutto comincia come un respiro trattenuto, come se la luna stessa si fosse fatta sipario. È una notte che non appartiene al tempo, sospesa alle soglie di Atene… o forse di un altro mondo… dove realtà e sogno si piegano l’una nell’altro come superfici dello stesso specchio. Lì si aprono le danze: Teseo e Ippolita, Demetrio ed Ermia, quattro corpi, quattro ombre, quattro variazioni della stessa parabola umana, immersi in una metamorfosi continua tra carne e mito, tra veglia e visione.
La regia di Pina Luongo restituisce al Sogno shakespeariano la sua essenza più pura… una commistione di piani, un’oscillazione costante tra il mondo terreno e l’universo, tra la precisione del gesto e la dissolvenza del pensiero. Nulla di superfluo… drappi bianchi su fondo nero, quinte discrete, un bosco evocato più che mostrato. Tutto è suggerito, sospeso. La luna… unica presenza realmente tangibile… splende alta, illuminando di sogni la realtà e di realtà i sogni. E in quell’alchimia di ombra e luce, gli elfi e le fate si fanno radici, rami, fruscii, echi, riverberi, fino a diventare pura parola. È la parola, infatti, a vestire la scena, a dipingere paesaggi immaginari, a rendere visibile l’invisibile.
La scenografia moderna, quasi nuda, dialoga con la tradizione. Le sensazioni, molteplici e intense, si propagano come vibrazioni invisibili nello spazio nero della sala, dove tutto sembra al posto giusto, accordato a un orologio cosmico che pare battere al ritmo della luna, unica spettatrice immobile. In questo tempo che non scorre ma si ripiega su sé stesso, Shakespeare costruisce un esperimento alchemico… la realtà degli uomini si specchia nell’irrazionale delle fate, il teatro si fa sogno travestito, la scena diventa un corpo che respira la vita.
Due registri teatrali… quello poetico, metaforico, tipicamente shakespeariano, e quello comico, carnale, del teatro napoletano… si alternano come due battiti dello stesso cuore. La trama amorosa si svolge con eleganza e misura, mentre la tragedia ovidiana di Piramo e Tisbe, nella lettura di Luongo e del gruppo di attori, si trasforma in un gioco di linguaggio, ritmo e gesto, in cui il dramma si ribalta in riso senza mai svuotarsi di verità. Una scelta registica intelligente: l’ironia diventa fenditura luminosa che attraversa la densità del testo, rivelando i tre mondi della commedia… realtà, realtà teatrale e mondo ultraterreno, che si sfiorano, si confondono, si generano a vicenda.
Eppure, dietro la leggerezza delle ombre si avverte un respiro oscuro, il contrappunto della violenza. Fin dalle prime battute aleggia un potere tirannico: l’amore imposto, la donna promessa, il dominio dei corpi. La tristezza di Ippolita, prigioniera della conquista, riflette la malinconia cosmica di Titania, e la discordia degli dèi corrompe la natura… la sterilità della terra come eco della sterilità del cuore. Shakespeare, che finge la leggerezza, intreccia potere e desiderio, norma e trasgressione, fecondità e privazione in un solo gesto simbolico. Ogni personaggio diventa corpo poetico, tensione tra l’amore vissuto e l’amore recitato, tra la carne che desidera e l’idea che domina.
Ma nel bosco di Atene… luogo del sogno e laboratorio della conoscenza… ogni ferita si trasfigura in danza, ogni dissonanza trova ritmo e canto. Il mondo della fantasia offre agli uomini l’imago… pozioni e soluzioni per guarire emozioni che da soli non saprebbero governare; e il mondo degli uomini, a sua volta, guarda con ironia e tenerezza alla propria rappresentazione. È nel finale che questo gioco si rivela del tutto… tutti siedono in semicerchio per assistere alla messa in scena improvvisata di Piramo e Tisbe, e ognuno diventa qualcun altro, abbandona il proprio volto per assumere quello di un altro. Come ci insegna Velázquez con Las Meninas, per vedersi bisogna guardarsi da fuori; per comprendere la realtà bisogna attraversarla come sogno.
E poi, lentamente, tornano le ombre. Le parole di Puck distendono di nuovo il mistero sul teatro: tutto è stato sogno, o forse sogno di qualcuno che non sappiamo dire chi sia. Chi sogna chi? Gli uomini che immaginano le fate o le fate che sognano gli uomini? Forse… suggerisce l’intera rappresentazione… la realtà non è che un sogno che insiste nel voler essere creduto.
Ogni attore, ogni gesto, ogni parola ha contribuito a un’armonia fragile e perfetta, da scartare atto dopo atto come un dono prezioso, senza interruzioni, in un flusso continuo di senso e meraviglia. Tutto è fluido, coerente, essenziale. Un teatro che si fa pietanza da gustare: suoni, ritmi, risa, silenzi… gli ingredienti del miglior teatro.
E quando infine la scena si dissolve nel silenzio lunare, il tempo resta sospeso ancora un attimo. Poi, come uno scoppio che travolge e risveglia, si alza l’applauso. Lungo, pieno, convinto. Un applauso che vibra, si allarga, si ripete, come se il pubblico… numeroso, attento, emozionato… avesse bisogno di restituire almeno in parte l’enorme scambio appena ricevuto. È un applauso che scioglie il sogno, lo riconsegna alla realtà. Un applauso che non smette, come se il teatro stesso, per un istante, avesse davvero sognato il mondo.
Antonella Multari








