Riceviamo e pubblichiamo: “Uno studente diciannovenne a La Spezia uccide con una coltellata un suo compagno di scuola, per motivi di gelosia. Lo uccide a scuola e in orario scolastico.
Poi si vengono a sapere altri dettagli: l’omicida era solito portarsi il coltello a scuola, e molti lo sapevano; anzi, circola persino una foto. Di passata, anche se c’entra poco con il fatto, apprendiamo che l’omicida è di origine marocchina e la vittima di origine egiziana.
Allora, qualche osservazione sorge spontanea e certamente non c’è bisogno di essere un sociologo per elaborarla.
Primo: come è possibile che nella scuola di oggi uno studente possa essere abituato a portarsi un coltello di dieci centimetri, e che molti lo sappiano. Passi per l’omertà degli altri studenti, che è a metà fra la connivenza generazionale e il timore di vendette; ma gli insegnanti la alzano la loro testa dai libri e dai registri, si guardano intorno, parlano con i loro studenti? Possibile che non riescano a vigilare sulle teste calde e i loro arnesi? Eppure, qualche leggina e qualche regolamento qua e là esiste già sulla possibilità o meno di portarsi a scuola oggetti strani e/o pericolosi.
Secondo: adesso si svegliano i governanti e promettono leggi e controlli più severi. Adesso? Perché, prima non si sapeva? Non era mai accaduto nulla a scuola di tutto questo?
Terzo: dai loro salotti buoni del pensiero responsabile e politicamente corretto le sinistre avvertono che non servono tanto le leggi, da taluni giudicate come inutilmente repressive, ma occorre investire in educazione e prevenzione. Discorso vecchio di almeno settant’anni che sembra più un mantra etico che un principio di governo, specie perché negli ultimi settant’anni hanno governato spesso anche le sinistre e non è successo nulla, se oggi siamo arrivati allo studente che assieme ai libri di scuola si porta dietro il coltello.
Quarto: il sindaco di La Spezia promette attenzione, ma poi afferma che “presso certe culture” l’uso vendicativo del coltello è diffuso. Ovviamente si riferisce all’origine nordafricana di assassino e vittima. Su questa affermazione peregrina, certo discutibile, si scatena l’opinione pubblica progressista. Tuttavia va osservato che, considerando che gli stranieri costituiscono l’8% della popolazione italiana e il 32% della popolazione carceraria (in primis per reati di spaccio, furto e rapina, ma spesso anche di violenza, soprattutto di genere), qualcosa non quadra e come minimo c’è da lavorare ancora molto – e in maniera operativa, non solo ideale – sull’integrazione sociale e soprattutto culturale.
Quinto: i maitres à penser della sinistra italiana avranno sicuramente ragione nel voler iscrivere il problema in un più ampio contesto etico, inclusivo e formativo, ma non si rendono conto che l’80% degli italiani la pensa come il sindaco di La Spezia, quindi c’è poco da scandalizzarsi e dovrebbero imparare a considerare, accanto alla prevenzione, l’importanza di regole e di leggi autorevoli e persino funzionalmente repressive in grado di fronteggiare, dum Romae consulitur de institutionibus et educatione, anche ciò che oggi – ripeto: oggi – sta accadendo a Sagunto.
Altrimenti poi c’è poco da lamentarsi a sinistra se nei sondaggi e alle urne continuano a vincere le destre sottobraccio ai Salvini e ai Vannacci…
Francesco Mattioli
(già professore ordinario di sociologia nell’Università La Sapienza)

Sul Delitto di La Spezia



