Tutankhamon: una mostra di plastica

di MARCO ZAPPA –

VITERBO – Di cose bizzarre ne ho viste tante nella mia vita d’artista girovago ma una “americanata” come la mostra sulla riproduzione della tomba di Tutankhamon mancava alla mia collezione.

Una mostra di plastica la cui puzza di resina poliestere si percepiva da Porta Romana e che si è rivelata in tutta la sua inutilità, soprattutto nelle grandi sculture color oro porporina: roba da far girare nella tomba chi nei tempi che furono investì copiose risorse umane, economiche ed ingegneristiche al fine di realizzare autentici capolavori.

Altro che maledizione di Tutankhamon, ce ne sarebbe abbastanza per incenerire Viterbo che per quasi un anno ha ospitato un così prestigioso evento, una grande risorsa in termini culturali per la città dei Papi.

Questa cosa mostruosa, travestita da esposizione, dapprima ha trovato spazio nella prestigiosa sede del Palazzo Papale e mi chiedo se il Vescovo che ritengo ami l’arte e che credo si consideri uomo di cultura, prima di impegnare così a lungo il sito storico più prestigioso della Curia e della città, non si sia interrogato sulla qualità dell’evento.

Come non bastasse la lunga permanenza curiale, è scaturita la geniale idea di prorogare la Cosa di plastica per altri tre mesi ma occorreva trovare un’altra collocazione e così la scelta è caduta sull’ex Tribunale, sede che al momento versa in condizioni pietose.

E mi si lasci aprire una parentesi su questo edificio comunale per dire che la vecchia Giunta Marini aveva pronto un progetto di restauro già approvato dalla Soprintendenza e danari già stanziati per la sua realizzazione ma la successiva Giunta PD ha sospeso ogni iniziativa. Complimenti!

Per tornare alla traccia iniziale proviamo per un attimo a calarci nei panni di un turista che si rechi a visitare ad esempio il Palazzo Ducale di Mantova e in quelli che furono gli ambienti vissuti dalla corte dei Gonzaga si ritrovi sfingi, statue egizie e in bella vista il mascherone(finto) di Tutankhamon.

Oppure immaginiamo una bella pubblicità della Ferrero posta davanti alla Cattedrale di Pienza a occultare l’integrità del progetto architettonico di Bernardo Rossellino che impedisca la godibilità della piazza rinascimentale (cosa analoga è accaduta anni fa davanti al nostro Palazzo Papale).

Vabbè, si dirà il paragone non regge perché il Palazzo Papale è un bel contenitore ma vuoto e poi siamo a Viterbo non di certo in Lombardia o in Toscana, qui le risorse per fare le cose in grande non ci sono, così siamo costretti a fare cultura in tono minore.

Appunto, proprio così, da noi le cose si fanno con questo criterio e con l’idea che conti riempire le sale e le piazze senza badare troppo a quello che si offre: pane e circo dati in pasto a noi poveri mentecatti.

Sono pronto a scommettere che se al posto della Cosa di plastica ci fosse stata un’esposizione di marmellate provenienti da tutto il mondo oppure la Casa della Befana (strano che nessuno ancora ci abbia pensato) il risultato non sarebbe cambiato: grande pienone, grande successo, trionfo della cultura, celebrato dalla solita stampa compiacente e asservita agli amici degli amici…i soliti noti a Viterbo.

Una mostra del genere sta bene in un parco giochi, come Universal Studios in Los Angeles: oggetti simili li vidi proprio lì, come cornice all’attrazione The Mummy,

Il problema è spacciare iniziative come queste per eventi culturali, come se Viterbo avesse bisogno di simili paccottiglie.

Se non troviamo di meglio siamo ridotti veramente male.

Una cultura al ribasso.

Mi è stato detto che la Cosa ha rappresentato una grande opportunità didattica soprattutto per le scuole e per i bambini.

E dunque, davanti ai giovani rampolli, future leve per la nostra città che ricorderanno per sempre la sedicente tomba di Tutankhamon e che saranno edificati per tutta la vita da questa esperienza, non posso che abbassare il capo.

Eppure, visto che sono docente, ritengo molto più utile far perdere agli studenti, piccoli e grandi che siano, un giorno di scuola per portarli magari non a Torino che è troppo distante (dove c’è un Museo Egizio fenomenale con reperti veri) ma almeno al Vaticano, distante appena ottanta chilometri.

Qui organizzerei un bel programma sia sulla storia che sull’ arte antica mostrandogli il Reparto Egizio, quello Greco (omettendo l’epoca Etrusca che potrei integrare con visite successive nella Tuscia) e per finire quello Romano.

Gli farei toccar con mano, quando possibile, il marmo per apprezzarne la consistenza e la tecnica di lisciatura, gli mostrerei i pezzi di affresco pervenutici dall’antichità e, mi voglio rovinare, ai più grandicelli mostrerei anche le mummie conservate nelle teche.

Marco Zappa in cantiere a Viterbo (foto MAG)

Qualcuno potrà obiettare che il costo dell’operazione sarebbe superiore a quello della Cosa di plastica ed è vero ma sarebbero soldi benedetti perché edificherebbero nelle coscienze dei più giovani quella ricerca del Bello di cui ho accennato negli articoli precedenti, quella che manca appunto alla nostra gente.

Io non so quale cervello abbia partorito questa iniziativa al ribasso né voglio conoscerlo perché non ne avrei arricchimento alcuno ma a questo punto possiamo aspettarci di tutto e di più.

E dunque, perché non considerare l’idea di una mostra di falsi dichiarati di Caravaggio o di Van Gogh? Fatelo o soliti noti, vi assicuro che basterà sceglierne uno dei due per sbancare il botteghino.

Avanti Savoia!

 

   

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