di MARCO ROSSI-
VASANELLO (Viterbo)- Una sala raccolta, attenta, attraversata da un silenzio difficile da sostenere. Ieri, 17 aprile 2026, al cinema Albertone di Vasanello, la proiezione del docufilm “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” regia di Simone Manetti, ha riportato al centro una delle ferite più profonde della coscienza civile italiana: la vicenda di Giulio Regeni. Noi dell’associazione culturale Il Fascino del Passato di Viterbo, siamo stati lieti di aver partecipato come testimoni a questa iniziativa, promossa da Arci Provincia di Viterbo, dall’Associazione La Poderosa di Vasanello e da Arci Il Cantinone di Vignanello, con il patrocinio del Comune di Vasanello, che hanno trasformato una semplice proiezione in un momento di partecipazione collettiva e consapevolezza.
Il docufilm ricostruisce, con rigore e intensità, gli ultimi giorni del giovane ricercatore friulano, scomparso al Cairo nella notte del 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita dopo giorni di torture, il 3 febbraio, gettato nei pressi di una periferia della città. Un racconto che non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il sequestro, le violenze, l’uccisione. Un’escalation di brutalità che, secondo le indagini, coinvolgerebbe apparati dei servizi di sicurezza egiziani. Regeni fu accusato falsamente di essere una spia, legato a interessi internazionali, mentre la realtà racconta tutt’altro: uno studioso della University of Cambridge impegnato in una ricerca sul campo, vicino ai lavoratori, interessato alle condizioni dei venditori ambulanti del Cairo e ai diritti sindacali.
A intervenire, al termine della proiezione, è stata l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni. Il suo contributo ha riportato il discorso dalla memoria alla giustizia. Ballerini ha ricordato che, nel giugno di quest’anno, il procedimento giudiziario entrerà in una fase decisiva, con il coinvolgimento di alcuni indagati appartenenti ai servizi segreti e ai vertici della polizia del Cairo, dei quali si hanno i nomi ma anche tramite ambasciate, non si riescono a trovare. Parole misurate, ma cariche di determinazione, che hanno restituito al pubblico la complessità di una battaglia ancora aperta. Non si è trattato soltanto di ricostruire un caso, ma di interrogarsi sul significato più profondo di quanto accaduto. La storia di Giulio Regeni parla di ricerca, di libertà, di coraggio civile. Parla di un giovane che credeva nel valore del lavoro regolare e nella dignità delle persone, e che per questo aveva scelto di stare accanto a chi spesso non ha voce.
Uscendo dalla sala, resta una sensazione difficile da definire. Non è solo indignazione, né soltanto dolore. È qualcosa di più sottile e persistente: la consapevolezza che certe storie non possono essere archiviate, che la verità non è un punto d’arrivo ma un impegno continuo. E allora il silenzio che ha accompagnato i titoli di coda non è stato vuoto. Era un silenzio pieno, carico di domande e responsabilità. Perché ricordare Giulio Regeni oggi significa scegliere da che parte stare: se accettare l’ombra dell’indifferenza o continuare a cercare, ostinatamente, una luce che ancora non si è spenta.








