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Umbria, SAPPE: Giubileo francescano degli istituti penitenziari: il rispetto passa anche dalle parole

ASSISI – In occasione della celebrazione ad Assisi del Giubileo francescano degli istituti penitenziari umbri, desideriamo esprimere apprezzamento per un’iniziativa che richiama i valori dell’accoglienza, della misericordia, della solidarietà e dell’attenzione verso il mondo penitenziario, realtà complessa e troppo spesso dimenticata.

Proprio nel solco di questi valori, riteniamo tuttavia doveroso stigmatizzare, con garbo ma con altrettanta fermezza, l’utilizzo improprio del termine “carceraria” per identificare il personale appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria nel corso del servizio di Carlo Cianetti, mandato in onda su TGR Umbria.

I cittadini hanno il diritto di essere bene informati. Non sono certamente tenuti a conoscere nel dettaglio l’organizzazione dell’Amministrazione penitenziaria; diverso è il caso di chi presenta o rappresenta associazioni e realtà che operano nell’ambito del sistema penitenziario, e che pertanto non può ignorare che nelle carceri italiane non lavorano “guardie carcerarie”, “guardie”, “guardie penitenziarie”, né tantomeno “secondini” o “agenti di custodia”: termini arcaici, impropri e in disuso da decenni.

Con la legge 15 dicembre 1990, n. 395, infatti, il Corpo degli Agenti di Custodia è stato definitivamente sciolto ed è stato istituito il Corpo di Polizia Penitenziaria, pienamente equiparato alle altre Forze di Polizia dello Stato. Continuare a utilizzare definizioni superate non rappresenta soltanto un errore formale, ma tradisce una conoscenza approssimativa della materia e finisce inevitabilmente per risultare poco rispettoso della professionalità e della dignità di migliaia di donne e uomini in uniforme.

Non si tratta, dunque, di una questione lessicale o di mera forma. Le parole hanno un peso e contribuiscono a costruire la percezione pubblica di una professione delicata e rischiosa. Chi serve lo Stato in contesti difficili ha il diritto di essere chiamato con il proprio nome e di vedere riconosciuta la propria identità professionale.

La realtà penitenziaria è sotto gli occhi di tutti. In un contesto segnato da un esasperante sovraffollamento e da crescenti criticità, in occasione dei numerosi eventi che quotidianamente interessano gli istituti penitenziari italiani – tentativi di suicidio, aggressioni, risse, atti di autolesionismo – è stato ed è molto spesso grazie alla professionalità, alla preparazione, al senso del dovere, all’umanità e alla capacità di intervento del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria che situazioni ad altissima tensione vengono ricondotte alla calma, evitando conseguenze ben più gravi.

Sono le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria a vivere ogni giorno la prima linea delle sezioni detentive, operando con zelo, abnegazione e spirito di servizio in condizioni spesso estremamente complesse. A loro va il rispetto che si deve a chi svolge una funzione essenziale per la sicurezza collettiva, la tutela della legalità e la salvaguardia della dignità delle persone ristrette.

Per questo rivolgiamo un invito sincero agli operatori dell’informazione, alle associazioni e a tutti coloro che, a vario titolo, si occupano del mondo penitenziario: utilizzare la corretta denominazione di “Corpo di Polizia Penitenziaria” o, più semplicemente, di “poliziotti”, quando il contesto è chiaramente quello carcerario.

È un gesto di precisione, ma soprattutto di rispetto. Un rispetto dovuto a chi, ogni giorno, con professionalità e umanità, garantisce il funzionamento degli istituti penitenziari italiani al servizio dello Stato e dei cittadini.

Certo di un Vostro cortese riscontro, nel rinnovare le espressioni più sincere di stima e gratitudine alla Testata TGR Umbria per l’attenzione che fa sempre riserva al SAPPE ed le tematiche penitenziarie, l’occasione mi è gradita per porgere i migliori saluti.