Un regalo alla città

di MARCO ZAPPA-

Concedetemi per una volta di mettere al corrente i neofiti o spiegare meglio a chi già lo conosce il progetto che sto eseguendo all’interno dell’ex tribunale di Viterbo.

Era mia intenzione da molto tempo quella di misurarmi con le opere d’arte del passato che sempre nei miei studi scolastici e nella mia ricerca da professionista mi hanno accompagnato.

Dopo tanto lavoro può scattare nella mente di un creativo di ogni settore l’idea di realizzare qualcosa che trascenda dalla normalità e per me questa soluzione era ancora inespressa.

Nasce così il proposito di realizzare un grande Giudizio Finale, tema impegnativo e ricorrente nella storia dell’arte che necessita di uno spazio adeguato per esprimere al meglio il suo messaggio.

La scelta cadde sull’ex tribunale di Viterbo perché strutturato con due pareti enormi nelle quali poter collocare il Paradiso e l’Inferno.

Il sito era particolarmente adeguato al tema in quanto in esso si amministrò la giustizia divina, in quanto chiesa consacrata fino al 1870 circa e successivamente quella umana quando divenne tribunale.

Dal punto di vista decorativo lo spazio era ed è attualmente neutro perché privo di affreschi, decorazioni o altre forme d’arte, quindi un eccezionale site-specific sul quale la sovrintendenza non ha posto alcun veto o problema.

Dopo due anni di lavoro mi accingo a concludere la metà dell’impresa (per terminare il Paradiso mancano solo un paio di mesi) e mi sembrava giusto condividerlo con i lettori di Tusciatimes.

Il progetto prevede un complesso di 360 metri quadri di pittura ad olio (probabilmente il Giudizio Finale su tela più grande al mondo), opera laica e assolutamente trasversale per non poter essere identificata con nessuna forma di religione ma allo stesso tempo per non avere termini di paragone con altre opere simili per tema affrontato.

Non entro in merito alla mia ricerca formale e pittorica né spetta a me giudicare la qualità del mio operato ma ci tenevo a raccontare seppur sinteticamente la genesi di quest’opera che spero possa arricchire la nostra città così poco aperta all’arte contemporanea.

Ho scritto spesso riguardo al tema del mecenatismo e se questa impresa andrà a buon fine lo sarà grazie alla munificenza di Andrea Cesarini, titolare dell’omonima ditta che in modo libero e assolutamente disinteressato mi ha fornito il mezzo indispensabile per poter dipingere l’enorme parete alta quindici metri. Mi riferisco alla possibilità di utilizzare il grande ponteggio sul quale lavoro da due anni che rappresenterebbe un costo non indifferente, anche considerando che è l’unica forma di sponsorizzazione che ho ricevuto al momento.

Non vi racconto le difficoltà burocratiche e la miopia di chi non ha capito l’importanza dell’operazione facendomi perdere tempo e risorse in un balletto tipico per chi è costretto a misurarsi con l’imbelle macchina burocratica italiana, attraverso dirigenti, politici, “piccoli” funzionari, tutta gente tra l’altro a nostro carico.

Un regalo per Viterbo, questa voleva essere la mia proposta e lo è ancora, sempre se sarà bene accetta ma paradossalmente questa offerta sembra trovare maggiori consensi in altri ambiti e luoghi piuttosto che nella nostra città.

 

 

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