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Vendola e i queer dei vangeli

di FRANCESCO MATTIOLI-

“I personaggi dei vangeli, dalla Maddalena al Buon Samaritano, sono tutti queer”. Un’affermazione, quella dell’ineffabile Nichi Vendola, che lì per lì fa sobbalzare; anzi alcuni si indignano proprio.
Ma pensiamoci bene. Il termine queer, che noi ritroviamo nell’ormai noto acronimo Lgbtqia+, ha valenze varie e differenti, ma sostanzialmente riconducibili ad una condizione di “diversità” che, nella società di oggi, dovrebbe ispirare una maggiore vocazione all’inclusività.
Da questo punto di vista, molti dei personaggi dei Vangeli sono dei “diversi”, perché introducono, rappresentano, operano in quella prospettiva innovativa che il personaggio Gesù, a prescindere dal suo ruolo religioso, offre al mondo.
Il messaggio evangelico esalta valori come uguaglianza, rispetto, comprensione, tolleranza, inclusione, pace e persino libertà; non fa differenze di razza, genere o ricchezza. Un discorso quasi inconcepibile duemila anni fa e per certi versi anche oggi.
Maria di Magdala (smettiamo di chiamarla Maddalena, per favore…) è una “diversa”: perché è lei, una donna, l’essere umano che per primo coglie la trasfigurazione del Gesù Salvatore, cosa quasi inammissibile in un mondo fortemente maschilista come era quello antico, ed ebraico in primis.
Ma anche il Buon Samaritano, proprio in quanto samaritano e quindi degno di ben scarsa considerazione e stima tra gli ebrei d’allora, sembra una paradossale eccezione.
Del resto la stessa Madre di Gesù, Maria, sembrerebbe solo una giovinetta chiamata a sostenere un ruolo inusitato, pesantissimo, tragico per una madre, anche se poi dimostra una determinazione di ferro.
Ma non solo. L’evangelista Matteo è un pubblicano, cioè uno spregevole individuo che estorce tasse per il governo dei potenti, che a quell’epoca non sono nemmeno tanto gli ebrei, quanto i romani, stranieri miscredenti.
E che dire del lebbroso allontanato persino dai suoi familiari e accolto a braccia aperte da Gesù?
Del resto la missione di Gesù in terra è quella di restituire innanzitutto speranza ai poveri e agli esclusi. I Vangeli sono concordi nell’esaltare l’amore e la compassione tra gli esseri umani, senza alcuna distinzione e senza alcuna differenza sociale.
Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà c’è dell’altro, che nei primi anni del Cristianesimo vige un sessismo che fa sentire il suo peso ancora oggi. Ma c’è un equivoco di fondo; occorre leggere bene i vangeli: la versione più antica di quello di Matteo, scritto ancora in ebraico, che raccoglie le prime memorie della predicazione di Gesù; poi quello di Marco, che scrive già in un greco ecumenico e sembra essere testimone oculare degli eventi che racconta; accanto a questi due documenti più arcaici, abbiamo il vangelo di Luca, allievo di Paolo, scritto probabilmente a distanza di venti anni dai precedenti, che sembra raccogliere anche le memorie di Maria; e poi quello di Giovanni, di meditata ispirazione teologica, scritto almeno cinquant’anni più tardi. Non date retta a quegli studiosi che datano i quattro vangeli a partire dall’80/90, insinuando pesanti aggiunte e migliorìe volte a giustificare il crescente peso della Chiesa cattolica romana. Sono tutti biblisti protestanti preoccupati di erodere la preminenza “cattolica” della figura di Pietro. Tanto meno occorre dar retta ai cosiddetti vangeli apocrifi, scritti tra i cento e i trecento anni più tardi, ciascuno a tirare acqua al mulino teologico e filosofico di certe comunità marginali, autoreferenziali ed eretiche sparse tra Nordafrica e Medio Oriente.
Se si resta ai quattro vangeli più antichi, cioè ai vangeli canonici, i loro personaggi non esprimono alcuna differenziazione sociale che non sia eticamente o funzionalmente giustificabile, anzi le loro vicende spingono a superare ogni diversità, ogni forma di emarginazione e di suprematismo. E laddove emergono alcune differenze di genere, di potere, queste si limitano a descrivere e a prendere atto di ciò che avveniva nel mondo antico d’allora, sicuramente senza giustificarne l’esistenza. Il problema semmai è a valle: Paolo è sicuramente sessista in molte sue asserzioni, e non a caso proveniva dalle file della più rigida ortodossia ebraica, ma non poteva esprimersi diversamente, se voleva farsi comprendere da un mondo, fosse greco, latino, siriaco o celtico, che considerava la donna un essere inferiore e attribuiva potere soltanto ai maschi. In fin dei conti, se Gesù fosse stato donna non avrebbe certo infiammato la folla e sarebbe passato inosservato, al massimo deriso, o sarebbe stato rapidamente lapidato – come rischiò l’adultera – con soddisfazione di tutti.
Insomma, alla fine, l’affermazione di Vendola è sostanzialmente corretta; anzi, direi scontata.
Semmai è l’uso del termine queer, associato in molti casi a situazioni tuttora oggetto di discussioni ideologiche più o meno argomentate, che può non piacere. Ma in questa valle di lacrime social, dove si dice tutto e il contrario di tutto, mi sembra veramente il meno…

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