Venerdì 13 dicembre nella Chiesa di San Silvestro a piazza del Gesù: “Dante al Gesù!”

pro-loco-vt-logoSi chiedeva Giampaolo Dossena nella sua straordinaria Storia confidenziale della letteratura italiana: «Sarà giusto, in una storia, sia pur confidenziale, della cosiddetta letteratura “italiana”, dedicare mezza riga ai cronisti viterbesi del Quattrocento? Credo si possa rispondere di no.

Ciascuno di noi può fare letture particolari, a seconda dei luoghi in cui gli è capitato di nascere e in cui ha scelto di vivere. Se è giusto che ciascuno abbia la propria prospettiva, mi sembra che solo in prospettiva viterbese sia giusto leggere i cronisti viterbesi del Quattrocento.» Ma allora con Dante a Viterbo come la mettiamo?…

Le gore che si derivavano dal Bulicame – ancora visibili, per larghi tratti, tra Orto Botanico e strada provinciale Tuscanese – prese a pietra di paragone per evocare il Flegetonte: il fiumiciattolo infernale di sangue bollente, ove per limpido implacabile contrappasso stanno a mollo le anime di coloro che in vita versarono l’altrui sangue. E quelle donne che se ne «partivano» le acque: saranno state prostitute «peccatrici», bandite dal diritto di attingere alle fonti cittadine o, più semplicemente, contadine viterbesi madri di famiglia pezzatrici («pettatrici») dell’umile canapa e del prezioso lino locale? C’è poi la boscaglia maremmana. Regno secolare incontrastato di cinghiali e briganti (Tiburzi, nel tardo Ottocento, ma anche il collega e trisavo Rinier da Corneto, che alle strade fece tanta guerra proprio ai tempi di Dante e Farinata). Essa, segnata da nessun sentiero, dovette parere al poeta come la similitudine più adatta a evocare – seppur per difetto – nella fantasia del lettore medievale l’orrore della intricata selva dei suicidi. Infine un papa francese goloso da morire: Martino IV. E un menu da purgatorio: anguille affogate nel latte, poi scorticate e rosolate nella vernaccia (o non sarà stato piuttosto l’est-est-est del ciucco Defuk?). E una fantomatica prigione per chierici evocata in paradiso: detta la Malta, tanto era orribile e fangosa. Ma chissà dov’era veramente. A Cittadella di Treviso (voluta dal feroce tiranno Azzolino Romano) o nel ventre rimosso di Viterbo (come certificò Niccolò della Tuccia, cronista viterbese del Quattrocento)? Sulle rive del lago di Bolsena, forse. Ma, a Marta presso la bocca dell’emissario omonimo (dove le anguille si sono coltivate fino a non troppo tempo fa) o nel perimetro recluso di una delle sue due pittoresche isolette? Sulla placida e coltivata Bisentina dei Farnese o sulla scogliosa e impervia Martana, reclusorio di donne sfortunate (al pari della Pia de’ Tolomei)? Santa Cristina martire o la regina-martire ostrogota Amalasunta? Occuparsi di paesaggi locali nella Comedìa dantesca non è bagattella da localisti. Perché a inseguire maremme e bulicami, macchie inestricabili e ingressi d’averno, anguille e vernacce, prigioni che affondano nel fango, il lettore contemporaneo potrebbe finire per ritrovarsi nel centro del più grande libro mai scritto da un cristiano…

Vi aspettiamo!

Proloco Viterbo & Antonello Ricc

   

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