Viterbo, la Macchina di Santa Rosa diventa un modellino

VITERBO- Si è concluso lo scorso 31 ottobre il progetto finanziato dalla Regione Lazio Incastri per ricostruire, il percorso didattico laboratoriale che ha permesso di portare all’interno della casa circondariale “Mammagialla” di Viterbo una nuova attività per la realizzazione di una serie limitata di modelli tridimensionali componibili in materiale ecosostenibile (puzzle 3D) della Macchina di Santa Rosa, adatti per essere inseriti nel circuito devozionale cittadino.

Le persone detenute hanno ricevuto una specifica formazione partecipando alle attività seminariali formative articolate in vari temi: presentazione del progetto e delle attività dove si è trattato il tema generale di santa Rosa e il suo monastero; la storia della macchina di Santa Rosa, fra fede e tradizione; l’analisi dei progetti realizzati per la macchina di Santa Rosa; la macchina di Santa Rosa quale patrimonio immateriale dell’umanità UNESCO; il processo di miniaturizzazione della macchina. Durante gli incontri il confronto su questi argomenti insieme agli esperti esterni invitati a presentare il loro lavoro per la realizzazione della macchina di Santa Rosa e per il suo trasporto nelle vie della città è stato particolarmente partecipato dalle persone detenute che hanno avuto modo di addentrarsi nelle problematiche progettuali e costruttive della macchina nonché approfondirne il ruolo identitario per la città di Viterbo. Durante ogni incontro è stato previsto uno spazio di dialogo e confronto fra pari che ha consentito di avviare un processo che ha portato alla creazione di un gruppo di lavoro coeso; mentre l’interrelazione fra gli aspetti storici e tecnici ha consentito di porre salde basi allo sviluppo della fase laboratoriale.

L’attività svolta, infatti, ha permesso di far comprendere le tecniche di progettazione e trasformazione di materiali ecosostenibili in oggetti tridimensionali di arredo fornendo alle persone detenute le coordinate per organizzare e gestire il lavoro, con lo scopo di renderle non solo partecipi, ma anche responsabili delle fasi di lavorazione e produzione. Per raggiungere questo obiettivo, il percorso ha integrato attività educative, esperienze laboratoriali con un approccio alla produzione creativa attraverso le tecniche di apprendimento “learning by doing” che hanno favorito la libera espressione del detenuto e il suo coinvolgimento in tutte le attività.

Le attività pratiche hanno consentito di sviluppare tecniche di lavoro di gruppo implementando il necessario rispetto del collega creando sinergie positive per la buona riuscita del prodotto vista anche la necessità, insita nel modello 3D, di operare con precisione ed accuratezza. In questo modo, le persone detenute hanno potuto sperimentare l’importanza della comunicazione nel lavoro di squadra in cui ogni elemento della produzione è necessario ed è ugualmente importante per raggiungere il risultato finale.

La parte pratica del progetto è stata svolta nei tempi pur con qualche difficoltà connessa inevitabilmente dalle diverse modalità delle persone detenute nel mettersi in gioco di fronte ad una attività che richiede capacità manuali, pazienza e precisione. Ogni persona detenuta ha trovato, con l’aiuto dei formatori, il proprio ruolo mettendo in campo capacità manuali fino ad allora silenti. La costruzione di un oggetto ha portato ad una sempre crescente gratificazione sviluppando un forte senso per il lavoro di gruppo. Questo è uno degli obiettivi principali raggiunti con la seconda fase del progetto: le persone detenute sono diventate un gruppo di lavoro integrato.

Parte integrante della seconda fase è stata la realizzazione dei testi per l’opuscolo inserito nelle scatole del puzzle 3D. In base alle informazioni acquisite durate gli incontri seminariali, lo studio dei materiali didattici e della bibliografia messa a disposizione durante le ore di attività, sono stati stabiliti i temi da approfondire e i gruppi di lavoro.

Di particolare interesse è stata fase di follow up del progetto che ha visto la partecipazione degli esperti esterni a cui i detenuti hanno potuto raccontare la propria esperienza e mettere a fuoco gli aspetti che hanno funzionato rispetto a ciò che in futuro potrà essere modificato nella progettazione di ulteriori macchine tridimensionali. Questa fase ha previsto anche l’erogazione di un questionario a risposta multipla i cui risultati mettono in evidenza un livello di gradimento medio alto delle attività svolte, una crescita di interesse durante le fasi di lavorazione e la soddisfazione di aver raggiunto con consapevolezza l’obiettivo produttivo.

Ulteriori aspetti emersi durante il confronto e dalle risposte del questionario a risposta aperta hanno riguardato la scelta del modello, in quanto la macchina di Santa Rosa Volo d’Angeli ha un’importanza per i viterbesi perché è l’unica che si è fermata ed è ripartita, metafora della vita detentiva che viene vista come un “fermo” prima della ripartenza.

Il progetto è sostenuto dalla Regione Lazio – Direzione affari istituzionali e personale, è coordinato da Eleonora Rava e Paola Pogliani, si svolge in collaborazione con il Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa, si avvale della progettazione dell’ing. Elena Starnini Sue e della collaborazione di suor Lucia Di Martino, Lucia Maiorano, Lucia Malvinni, Patrizia Tagliatti.

I modelli tridimensionali sono frutto del lavoro di Kayhan B., Francesco B., Patrizio C., Pietro C., Christan C., Giuseppe D.M., Calogero F., Daniele F., Stefano F., Sebastiano M., Leonardo M., Giuseppe M., Salvatore N. , Nicola S., Costantino S., Luca T., Jacopo V. I testi sono di: Francesco B. e Patrizio C. con la collaborazione di Andrea M., Luca T., Giuseppe M, Salvatore N. e Stefano F.

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