Viterbo, maxi frode di circa 20 milioni di euro per società e cooperative

VITERBO – Un vorticoso giro di fatture false per abbattere il reddito imponibile ed evadere l’Iva, generato da un consorzio di società cooperative di Viterbo operanti nel settore dei trasporti e logistica, affidate a «teste di legno» compiacenti.  La colossale frode è stata smascherata dai Finanzieri del Comando Provinciale di Viterbo al termine di una complessa indagine e diverse verifiche fiscali durate oltre un anno, che hanno permesso di scoprire una frode fiscale per circa 20 milioni di euro e l’impiego di 230 lavoratori irregolari da parte di 19 società cooperative, tutte intestate con nomi di pianeti e costellazioni del sistema solare.

Nel corso degli accertamenti eseguiti dal Nucleo di Polizia economico finanziaria, è emersa la regia di un insospettabile dominus, Boni Giuseppe, che aveva escogitato un articolato piano evasivo attraverso lo scambio di false fatture, emesse dalle stesse cooperative consorziate, finalizzato all’evasione fiscale.  Sono 4, tra prestanome e amministratori di fatto, le persone rinviate a giudizio per diversi reati, tra cui emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti finalizzate all’evasione dell’Iva, distruzione ed occultamento delle scritture contabili e sfruttamento dei lavoratori.

Le indagini hanno disvelato un meccanismo di frode attraverso il quale l’organizzazione acquisiva commesse a condizioni economiche vantaggiose da colossi della grande distribuzione di prodotti farmaceutici, per poi subappaltarle a cooperative fantasma che lavoravano sempre sotto la direzione dell’imprenditore viterbese ed avevano lo scopo di abbassare il costo del lavoro e commettere illeciti fiscali. Con questo sistema Boni sarebbe riuscito a evadere al Fisco diversi milioni di euro di imposte, ritenute Irpef e contributi previdenziali sui compensi dei lavoratori, che venivano anche sottopagati e assoggettati a turni di lavoro massacranti.

Le cooperative fantasma, che avevano sede legale e strutture amministrative del tutto inesistenti, sono infatti risultate essere delle semplici “scatole vuote”, controllate occultamente dall’unico dominus, che se ne serviva solo per assumere formalmente i lavoratori, allo scopo di imputare a terzi le responsabilità derivanti dai comportamenti illeciti perpetrati dal sodalizio criminale ed erano sostanzialmente destinate a produrre, a seconda delle necessità fraudolente, solo falsa documentazione fiscale per prestazioni  soggettivamente inesistenti.

Al termine delle indagini Boni Giuseppe è stato ritenuto l’effettivo dominus in grado di gestire per oltre un decennio una florida attività di autotrasporto merci, fittiziamente ed artatamente suddivisa in soggetti giuridici apparentemente distinti, ma di fatto costituenti un unico complesso aziendale.

Più in dettaglio le indagini hanno evidenziato che le false cooperative erano gestite da un ristretto numero di persone legate al sodalizio e nel suo esclusivo interesse, senza perseguire la finalità di natura mutualistica e solidaristica previste per tale settore. Tali cooperative, sempre utilizzate per un lasso di tempo limitato, venivano poste in liquidazione anche attraverso il compiacente intervento di prestanome, ostacolando o impedendo all’Amministrazione finanziaria di risalire ai veri responsabili, che si arricchivano grazie alla frode fiscale e/o contributiva e dallo sfruttamento dei lavoratori.

Quello delle false cooperative è un sistema organizzativo fraudolentemente abusato per “trasformare” normali dipendenti in soci lavoratori, beneficiando di diverse agevolazioni, soprattutto di carattere fiscale e finanziario destinate al settore cooperativo, in virtù della funzione sociale e mutualistica attribuita comunemente a tale istituto. Attraverso l’inquadramento in cooperative ottenuto dal dipendente spesso in maniera forzosa, pena l’eventuale perdita dell’impiego in caso di rifiuto, il socio lavoratore perde le tutele del lavoratore dipendente e diventa simile a un imprenditore, per cui può essere licenziato senza troppe difficoltà. Inoltre i soci lavoratori possono essere pagati a cottimo, cioè a viaggio, e quando non lavorano perché malati, in ferie, o magari per carenza di commesse, non percepiscono alcuna retribuzione.

I soci lavoratori di queste cooperative fittizie, che dovrebbero essere piccoli imprenditori consorziati che partecipano alle decisioni sulla gestione della loro cooperativa, di fatto risulterebbero ridotti a dipendenti “sfruttati”, che prendono ordini dal padrone delle società committenti e possono essere sottoposti a qualsiasi tipo di stress lavorativo, pena il licenziamento. Alle imprese utilizzatrici della manodopera irregolare è stata contestata l’Iva ritenuta evasa, in quanto illecitamente detratta, per diversi milioni di euro.

Boni Giuseppe è anche imputato del reato di falso in bilancio del Consorzio da lui occultamente gestito, per avere omesso di indicare crediti vantati dallo stesso Consorzio nei confronti di altre imprese, per circa 2 milioni di euro, al fine di trarne un ingiusto profitto. A tale condotta è connesso anche un ulteriore illecito amministrativo connesso alla responsabilità di enti ed imprese per non avere adeguatamente controllato la corretta gestione dell’azienda.

Gli elementi raccolti dalle Fiamme Gialle e dal Nucleo per la Tutela del Lavoro dei Carabinieri hanno consentito al Pubblico Ministero di fornire al Tribunale di Viterbo solidi elementi per disporre il rinvio a giudizio, con prima udienza fissata per il prossimo 14 maggio.

   

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