di MARIELLA ZADRO –
VITERBO – Fin dai primi rintocchi delle campane della Basilica Cattedrale di San Lorenzo le navate della chiesa hanno accolto in una mattinata alquanto calda, i tanti fedeli che hanno voluta dare un saluto a don Giuseppe Giulianelli.
Il vescovo Orazio Francesco Piazza ha presieduto la cerimonia funebre alla presenza dei presbiteri e diaconi della diocesi, animata dai canti liturgici da parte di don Nicola Migliaccio con una rappresentanza di associazioni religiose e di volontariato.
Il sindaco di Villa San Giovanni in Tuscia Fabio Latini in rappresentanza dei concittadini del paese nativo di don Giuseppe, presente per onorare il sacerdote che teneva nel cuore il suo paese, dove spesso andava per trascorrere alcune ore con parenti e amici.
Il diacono permanente Antonio Fagotto, per l’occasione, ha letto il Vangelo secondo Matteo (25,14-30) ricordando la “parabola dei talenti” commentata nell’omelia dal vescovo Piazza.
“Il ricordo di don Giuseppe è un insieme di commozione e gratitudine. Ho scelto questa pagina del Vangelo dove ci insegna a non sprecare i doni di Dio, a margine un ricordo che don Dante ha scritto per parlare del suo predecessore come cappellano in ospedale (riportato il testo in fondo articolo)”.
“Don Giuseppe è stato un servo buono e fedele; la fedeltà del nostro ministero di prete deve vivere tra la gente. È quello che ha fatto lui per quarant’anni, tra i malati e sofferenti dell’ospedale dove ha portato con il suo “disarmante” sorriso bontà e gioia, senza vestirsi di un ruolo, con la bellezza di un uomo semplice. Carissimi, ricordiamo con affetto, la bellezza del suo esempio”.
Di seguito alcune testimonianze per ricordare il sacerdote don Giuseppe:
Scrive don Dante, attuale cappellano dell’ospedale Santa Rosa: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10). Queste parole di Gesù hanno una forza particolare quando si parla della vita sacerdotale. Il sacerdote è chiamato a servire, non a costruire la propria gloria; a donarsi, non a cercare riconoscimenti; a stare accanto alle persone, soprattutto nei momenti in cui la vita è fragile, ferita e segnata dalla sofferenza.
Essere «servo inutile» non significa che ciò che abbiamo fatto sia stato inutile. Significa piuttosto riconoscere che tutto ciò che abbiamo ricevuto e tutto ciò che abbiamo potuto compiere è grazia. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare: servire il Signore servendo i suoi figli. E alla fine non possiamo rivendicare nulla, se non la gioia di aver cercato, con i nostri limiti e le nostre fragilità, di essere fedeli alla chiamata ricevuta.
Penso, in particolare, alla vita di un sacerdote che ha dedicato più di quarant’anni del suo ministero al servizio come Cappellano di ospedale. Quarant’anni accanto alla sofferenza, alle famiglie, ai malati, alle paure, alle speranze e alle domande che nascono quando la vita si confronta con il suo limite. Quarant’anni nei quali, giorno dopo giorno, ha cercato di portare una parola, una preghiera, una presenza, forse anche semplicemente un silenzio condiviso.
Una vita così merita certamente riconoscenza. È giusto fermarsi, dire grazie, riconoscere il bene ricevuto e rendere grazie a Dio per il dono di un ministero così lungo e generoso.
Ma c’è una domanda che non possiamo evitare.
Perché tante volte le parole più belle arrivano quando una persona non può più ascoltarle?
Siamo capaci di dire quanto è stato bravo, quanto è stato generoso, quanto ha rappresentato per noi, quanto la sua presenza sia stata una benedizione. Costruiamo quasi dei monumenti con le nostre parole. Organizziamo commemorazioni, pronunciamo discorsi, ricordiamo episodi, moltiplichiamo gli elogi.
Ma quella persona ormai non c’è più.
E allora viene spontaneo chiedersi: perché non abbiamo trovato il coraggio, il tempo e la libertà del cuore per dirglielo quando era ancora tra noi?
Perché non siamo andati a trovarlo quando era ormai ritirato dal servizio? Perché non abbiamo bussato alla porta della struttura dove viveva? Perché non ci siamo seduti accanto al suo letto, anche solo per mezz’ora, senza avere nulla da fare, nulla da chiedere, nulla da organizzare?
Se davvero quella persona è stata una benedizione per la nostra vita, perché abbiamo aspettato che non potesse più rispondere per dirglielo?
Forse questa domanda riguarda non soltanto un sacerdote, ma tutti noi.
Don Giuseppe, “Soccorritore “tra le macerie, di Maria Paola Angelini volontaria della ex associazione Tempi Nuovi Fraternita Onlus che operava al pronto soccorso dell’ospedale.
Un giorno, tornò al Vecchio Ospedale degli Infermi e diretto in Pronto Soccorso mi disse:”vieni, vieni in Cappella, c’è qualcuno da soccorrere”, mi precipitai, ma non scorgevo alcuno. Da dietro l’altare tirò fuori un Crocifisso impolverato e mi disse:” L’hanno abbandonato tra materassi sporchi e reti vecchie, prenditene cura.” Ero appena di ritorno dalla Palestina e un Bambino mi aveva regalato una bandierina che, posi al braccio di Gesù. Dalla parete della mia stanza, mi ha sempre raccontato della sofferenza custodita e consolata; ora, mi parlerà… dell’incontro con il Cappellano. Che festa in Cielo!!!
Don Gianni Carparelli ha lasciato questo commento per don Giuseppe:” Da amico fraterno di don Giuseppe, venne anche a trovarmi quando iniziavo a lavorare in Brasile, ho visto con piacere le centinaia di messaggi arrivati al sapere della sua malattia e poi la morte. Peccato si arrivi sempre dopo. Dobbiamo trovare il modo di dimostrare la nostra gratitudine quando le persone possono ancora guardare i nostri occhi. Lo ha scritto bene don Dante il cappellano dell’ospedale. Siamo noi i vivi che abbiamo bisogno di imparare da certe persone frequentandole e non solo applaudendo al funerale. Grazie amico Peppino per la bontà semplice che hai sempre vestito e che ancora ci illumina”.





























