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Händel, Trionfo di Robert Carsen e Gianluca Capuano, a Roma

di CINZIA DICHIARA-

Dal 7 al 14 aprile 2026, con la direzione di Gianluca Capuano e la regia di Robert Carsen – collaudati insieme a Roma in Orfeo ed Euridice di Gluck (2019) –è giunto al Teatro Costanzi, dal Festival di Salisburgo (2021), Il Trionfo del Tempo e del Disinganno, capolavoro allegorico scritto nel 1707 da un Händel ventiduenne e già compositore completo, a Roma, dove “il sassone” si trovava per compiere la sua esperienza formativa italiana.

Reduce dai successi delle cantate settimanali composte ed eseguite presso i Ruspoli a Vignanello, Händel si accosta al genere dell’oratorio – nato nel contesto deputato da San Filippo Neri alla meditazione delle Scritture, nonché alternativa spirituale all’opera profana nel tempo di contrizione quaresimale – con il cardinale Benedetto Pamphilj, teologo, accademico dell’Arcadia, figura centrale del mecenatismo aristocratico romano, che esprimeva con l’arte la propria religiosità, in gloria di Roma e della Chiesa.

Nello sviluppo allegorico, il suo libretto mantiene la forte impronta spirituale del clima controriformista successivo alle Disputationes del cardinale Bellarmino: non concede deviazioni. È macchina argomentativa, più che teatrale; non spettacolo ma esercizio rigoroso, e tenacemente penitenziale; non sacro ma orientato a un esito filosofico-ontologico. Infatti, nulla vi accade, se non una profonda e sofferta trasformazione interiore, da dispersione dell’io a ricomposizione di una coscienza speculativa.

Il soggetto consiste di quattro figure, o categorie dell’essere: Bellezza, contesa tra l’instabile ed effimero Piacere, che la induce a seguirlo, e Tempo e Disinganno, agenti di correzione e smascheramento.

Ora, possono cotali grandezze teoretiche trovare una declinazione estetica contemporanea? Robert Carsen lancia la sfida e, da par suo, teatralizza la composizione in allestimento mediale, fortemente visivo e dinamico, dell’era digitale, secondo la pratica, imperversante, dell’esposizione di sé. Istanze e drammaticità vengono trasposte entro l’attuale orizzonte edonistico dell’apparenza, all’insegna dell’eterna giovinezza consumistica del botox. Ne è format il talent show, ormai eletto a sistema della poetica interpretativa carseniana – ulteriore conferma il recente spostamento dell’infedeltà redenta di Così fan tutte, alla Scala, in un reality di sorprendente briosità, con eguale impostazione televisiva e analoghi argomenti scenici.

Il salto pare quantico. E lo è. Ma Carsen trova nel dispositivo mediatico, spazio insieme fittizio e iperreale, una risorsa ermeneutica dominante e carica di stratificazioni simboliche, implicazioni sociali e riflessi culturali. Cosicché, mette in campo le sue innate doti di brillantezza esecutiva, accuratezza stilistica e precisione formale, donando un tale smalto alla mise en scène che non si può, almeno al momento, non aderire al suo modus cogitandi. Della traslazione di reliquie di un passato remoto all’oggi, il canadese è maestro, per originalità e ricercatezza di soluzioni. E, una volta coinvolto, lo spettatore non vi ha scampo, preso, affatturato e finanche centrifugato nel caleidoscopio digitale, e sbatacchiato in shakeraggio, continuo e totalmente ammaliante.

Salvo riflettere sull’opportunità di un così estremo cambio di passo in un’opera che per antonomasia postula l’austera solennità di una cultura profondissima, qui abiurata in fantasmagorica parade scenografica: un tourbillon di colori, luccichii, lustrini e paillettes, modelle, studi televisivi, e, naturalmente, video costanti, replicati in più punti da cineoperatori e cameraman in attività. Tra ingrandimenti, angolazioni, messe a fuoco ravvicinate, rispecchiamenti dei palchi costanziani sul fondale, persino l’arco di boccascena digitalizzato con cronometri rossi lampeggianti, tutto vuol ricondurre all’apparire e alla futilità dei piaceri, discoteca, sesso e dipendenze sciorinati in declinazione visiva.

Uno spaccato deprivato dell’aura mistica oratoriale, cui conferiscono tutt’altra allure, e carattere, i frizzanti balletti, con splendide coreografie di gruppo, di Rebecca Howell: dal sinuoso e finissimo vagheggiare dei pensieri, in corpi variamente ondeggianti, a grevi, a improbabili ritmi di lambada su base händeliana, Bellezza sensualmente incollata al dj. Altrettanto calibrati sul contesto spettacolare, i costumi di Gideon Davey (autore anche delle scene).

Ma, qui, la regia non intende tradire l’allegoria: la ricodifica nel lessico corrente dell’immagine. Il suo mezzo è il reality come laboratorio morale. Partendo dalla celebrazione di Roma, un magnifico filmato dal Colosseo al Foro Italico, Carsen, con il drammaturgo Ian Burton, prende i protagonisti e li espone: attori– spettatori, passano dal video alla scena reale, anch’essa ripresa.

Quindi costruisce una traiettoria – esposizione, saturazione, collasso – e la fa passare per lo studio televisivo come macchina ottica permanente. Il talent show –dall’apertura di sipario su schermo rosa shocking– non è trovata, bensì struttura. La Bellezza è già immagine, prima ancora che corpo; il Piacere ne gestisce il traffico; ma irrompono Tempo e Disinganno, che filtrano, corrodono, smontano dall’interno.

Non essendovi trama da sostenere ma disputa, il meccanismo auto-riflessivo stringe e si tende ulteriormente, e l’allegoria, da sottinteso diventa evidenza: immagini nette, tagli di luce altamente suggestivi e spesso improvvisi di Peter van Praet, volti a incidere; superfici LED e pannelli LCD che riflettono, moltiplicano all’eccesso e, poi, svuotano.

Ciononostante, emergono gradualmente, e fino alla toccante conclusione, spazi inattesi di pura e alta intensità emotiva. Culmine, la figura, simbolicamente in rosso, di Piacere, che canta il suo avvertimento contro tentazioni effimere nell’aria «Lascia la spina, cogli la rosa» divenuta celeberrima come «Lascia ch’io pianga mia cruda sorte» nell’auto-prestito londinese del successivo Rinaldo (1711). Con morbidezza timbrica e consapevole ambiguità espressiva, il mezzosoprano Anna Bonitatibus, apprezzata interprete di Händel, riesce a esprimere struggimento e commozione in forte presenza scenica: il testo, con le sue riprese ornate e le sue preziose agilità, viene da lei interiorizzato, unendo seduzione e disincanto.

Johanna Wallroth, soprano svedese di caratura internazionale al suo debutto al Costanzi, disegna una Bellezza elegante e progressivamente sofferente e consapevole, sostenuta da una linea melodica nitida, ben fraseggiata. Nell’aria ‘da toeletta’ «Fido specchio, in te risplende», la sua vocalità, inizialmente disinvolta, andrà via via a piegarsi sotto il peso delle acquisizioni, che la scrittura virtuosistica händeliana accompagna nel progressivo sdoppiamento tra coscienza e immagine. Ritratta al cubo, su tre schermi simultanei, ingaggia, nel virtuosismo, una gara di agilità con sé stessa, che gli archi, suoi alter ego, assecondano a meraviglia. E trova nell’aria conclusiva «Tu del ciel ministro eletto», il momento finale di conversione, ove rinnega il Piacere e il «vano ardor» per affidarsi alla fede.

Il controtenore Raffaele Pe, Giulio Cesare di Händel all’Opera di Roma nel 2023, specialista del repertorio händeliano, attivo in ricerca filologica e riscoperta del repertorio antico, costruisce un Disinganno di grande precisione stilistica, saldo nel controllo del registro e incisivo nella definizione del carattere morale. Timbro chiaro, venato di sfumature dai riflessi d’argento, o di miele, ha tono elevato. Emerge con particolare efficacia nell’aria solenne «Crede l’uom ch’egli riposi», quando la voce, strumento di chiarezza etica, aderisce con sprezzatura alle inflessioni ed alle tensioni del testo, evitando ogni enfasi in favore di una persuasione interna alla parola musicale.

Ed Lyon, tenore britannico nel ruolo del Tempo, molto efficace nella sua funzione di contrappeso etico e narrativo, risalta, in tonaca nera ieratica, offrendo una prova autorevole, corretta e misurata in «Urne voi racchiudete», memento mori barocco. Pronuncia curatissima, diviene straordinariamente incisivo nella potente aria filosofica «Nasce l’uom ma nasce bambino», assecondato in clima elegiaco e mesto dal flauto diritto. Nel duetto con Disinganno «Il bel pianto dell’aurora», esibisce la sua funzione di principio ordinatore con purezza vocale e nobiltà di inflessione.

La lettura di Gianluca Capuano, già all’Opera di Roma con Idomeneo, re di Creta (2018/19), Evgenij Onegin (2019/20) e Julius Caesar di Giorgio Battistelli (2021/22), si impone per controllo stilistico e coerenza agogica, privilegiando tempi generalmente ben calibrati, capaci di restituire la natura retorica della scrittura händeliana senza mai irrigidirla. La sua concertazione tende a valorizzare la stesura dialogica dell’oratorio, con numerosi strumenti dalla funzione solistica. L’oboe attraversa arie e ritornelli spesso in dialogo con le linee vocali: emblematico il suo colore dolente nella dimensione meditativa e ammonitrice del Tempo. Il violino concertante affiora con figurazioni agili e sinuose nei passaggi virtuosistici e seduttivi del Piacere. Il basso continuo, in funzione strutturante decisiva, è affidato a Luca Quintavalle, che, al clavicembalo sostiene con nettezza i recitativi della Bellezza, mentre, all’organo, conferisce maggiore profondità al Disinganno. Nel complesso, orchestra, direzione e interpreti convergono verso una lettura meravigliosamente unitaria.

Successo e potenti ovazioni di pubblico, nel clamore entusiastico generale.

Al termine incontriamo Anna Bonitatibus per un breve giro di domande.

  • Com’è stato lavorare con Carsen sulla figura di Piacere?

«Molto stimolante. La sua idea è esigente e innovativa; mi ha fatto vedere nuovi aspetti del ruolo che non avevo scoperto in altre produzioni, dunque è un arricchimento, e, insieme, una bella scommessa».

  • Che cos’è il di più, la novità?

«Ciò che, nel mio ruolo, esercito su Bellezza: il senso di controllo sull’anima, sullo spirito, sulla volontà di una persona. Carsen ha portato in superficie questo aspetto e lo ha evidenziato».

  • Come sente di averlo interpretato?

 «Spero aver risposto alle sue richieste in tale direzione. I recitativi sono pochi e mancherebbe la drammaturgia per poter costruire questa idea di controllo, più elaborata, ma nel corso della rappresentazione funziona bene».

  • Questa musica è scritta per un cantante fermo, in piedi, come ha vissuto il cambiamento?

«Aggiungiamo i cambi di costume e i tacchi alti: impegnativo anche dal punto di vista fisico. Ma con la parte ben memorizzata e le questioni tecniche assimilate, si è in grado di seguire le richieste del regista».

  • La compagnia?

«Siamo stati una gran bella famiglia».

La recensione si riferisce alla prima del 7 aprile 2026

Credito fotografico: Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.