Carrozzeria Fiorillo

I giovani? Molla del cambiamento

di FRANCESCO MATTIOLI-

Quei diciassettenni che con la minicar hanno rischiato di mandare al Creatore Davide Iacopini, si annoiavano. Ma i giovani non sono solo questi.
“Soyons réalistes, demandons l’impossible” (Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!): era il grido che risuonava lungo i cortei di studenti che manifestavano nelle vie e nelle piazze di Parigi, nel maggio 1968, per chiedere visibilità, giustizia, libertà, creatività ad un mondo adulto che sembrava impermeabile al cambiamento. Il Sessantotto fu la rivolta studentesca, ma soprattutto giovanile, contro l’autoritarismo e il perbenismo del mondo adulto. A Berkeley, quattro anni prima, gli studenti di quel campus, chiedendo libertà di parola e di partecipazione, avevano espresso un senso di rivolta simile: “se la macchina diventa così odiosa che non puoi parteciparvi neppure passivamente, metti il tuo corpo fra gli ingranaggi e blocca tutto!”. Gli anni Sessanta scossero i rapporti tra mondo adulto e mondo giovanile in ogni dimensione, dalla scuola alla musica, dalla moda ai consumi. La coeva esplosione dei media di massa fece il resto, e quel che partì dalle intuizioni di alcuni padri della rivolta, da Marcuse a Sartre a Guevara, divenne facilmente patrimonio del vissuto e degli ideali dei giovani. Certo, giovani soprattutto universitari, ché – come disse qualcuno ripensando a quei giorni – a quindici anni i ragazzi ancora giocavano a tappetti…
Ma la rivolta giovanile non era nata negli anni Sessanta; veniva da lontano. Quando Mameli componeva il suo Inno e perdeva la vita sulle barricate romane, più di cento anni prima, sognava l’impossibile e aveva ventidue anni. Quando Cletto Arrighi inaugurava la scapigliatura letteraria, culturale ed esistenziale, in consonanza con i bohemiennes francesi, rifiutando la morale borghese, il perbenismo di facciata e cedendo alle lusinghe del vizio e della vita sregolata, lui aveva già 32 anni, ma i suoi adepti erano appena ventenni.
I teddy boys angloamericani e i blusons noirs francesi degli anni ’50 manifestavano anch’essi la loro ribellione generazionale, seppure in termini sostanzialmente nichilisti. Gli adulti li bollavano come semplici teppisti sregolati, ma se è per questo all’inizio tra i principali avversari della protesta sessantottina vi fu la classe operaia, che si sentiva scavalcata a sinistra e non era abituata allo spontaneismo di piazza.
Dal Sessantotto in poi la protesta giovanile ha avuto attori, episodi, manifestazioni, personaggi e obiettivi nuovi. All’epoca della “Pantera” studentesca, che si manifestò tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 contro l’ingresso degli interessi privati e aziendalistici nelle università e la marginalizzazione delle rappresentanze studentesche, furono coinvolti anche gli studenti medi. Mentre il movimentismo legato all’ambientalismo e al pacifismo, che si dilatò in ripetuti episodi di contestazione giovanile di piazza a partire dagli anni ’90 chiama definitivamente ad una partecipazione come protagonisti anche i teenagers. Greta Thunberg, che guida le manifestazioni ambientaliste dei primi anni del XXI secolo, diventa famosa a sedici anni.
In realtà il senso di straniamento e di marginalità generazionale che guida la protesta giovanile non appartiene più solo ai giovani della Gen X, impegnati ormai nell’università a cercare una collocazione produttiva, ma anche- e certe volte soprattutto – ai teenagers millennials e poi a quelli della generazione Z. E non è un fenomeno saltuario, ma una vera e propria sottocultura che si protrae nel tempo seppur con varia intensità.
Tutto ciò dimostra che nelle nuove generazioni, in quanto tali, c’è una sorta di rabbia repressa, di inevitabile, quasi connaturato malessere; e che tale malessere in determinate circostanze critiche esplode in manifestazioni collettive di piazza e di rivolta. Oggi per la scuola, per Gaza, ieri contro lo sfruttamento ambientale, il sessismo e a favore dei principi woke. Accade in Francia, in Italia, in Spagna, in Belgio, in Germania, nel Regno Unito, e in modo un po’ meno eclatante negli Stati Uniti, dove talora le autorità ancora sparano a vista; ma comunque nelle democrazie. E non è un caso; perché è la democrazia che spinge e invita alla partecipazione e quindi al cambiamento. E sissignori, anche a certi eccessi, perché qualcuno si fa prendere la mano dagli eventi. Ma certamente, non si può dire la stessa cosa nei regimi dittatoriali e autocratici., in Russia, in Cina, in Iran.
Peraltro l’impegno di tanti giovani in piazza non va confuso con la guerriglia antagonista esplosa con i black bloc e in Italia con i No Tav, o con il terrorismo rosso e quello nero degli anni di piombo, ascrivibili a posizioni che non sono di carattere generazionale ma ideologico, politico e hanno sempre approfittato del movimentismo giovanile per infliltrarvisi a proprio vantaggio.
Insomma, non ci sono soltanto i giovani posseduti dall’influenza dei social, spesso lupi solitari in cerca di conferma del sé e dell’attenzione della comunità web; non ci sono soltanto le vittime della droga e di altre dipendenze simili sbandati in un alienato mondo urbano; né ci sono solo le gang dei maranza del sabato sera vogliosi di sopraffazione.
E non è neppure giusto che il mondo adulto sbuffi di fronte agli studenti che invadono la scuola chiedendo di avere una formazione migliore e un mondo migliore, confondendoli con certo teppismo di strada.
Non foss’altro perché oggi il maturo signore che scuote la testa disgustato, magari cinquant’anni fa occupava la sua università reclamando a viva voce l’impossibile. Dando così ragione ad Antonello Venditti , quando si rivolgeva all’antico compagno di scuola chiedendogli se avesse perso la forza dei sogni, entrando in banca anche lui…
Karl Mannheim ha osservato che l’utopia rivoluzionaria – che nella sua interpretazione non è sogno irrealizzabile ma azione programmata di cambiamento – è necessaria e inevitabile nella crescita delle società umane. All’inizio potrà anche sconvolgere l’ordine sociale e le aspettative della gente comune, ma poi contribuisce con forza a realizzare il rinnovamento necessario. E’ accaduto nel medioevo con i Comuni, nel Rinascimento con il pensiero umanista e la svolta della scienza galileiana, nell’era industriale con l’esplosione del sapere tecnologico. E’ accaduto con l’avvento della democrazia liberale e del pensiero socialista, con la Resistenza antifascista e con le lotte contadine; con il Sessantotto e con la conquista del sapere da parte delle masse. E in testa alla schiera di chi chiedeva il cambiamento ci sono state sempre le nuove generazioni, quelle più libere, meno condizionate dal conformismo politico degli adulti e in grado di scorgere, o di sognare, ciò che c’é oltre l‘orizzonte.
Di questi giovani abbiamo bisogno. Non deludiamoli, tanto per citare un altro cantautore, Gianni Morandi.