“Piena solidarietà, umana e professionale, al collega della Polizia Penitenziaria indagato per tentato omicidio dopo aver utilizzato l’arma in dotazione nel tentativo di fermare la fuga di un detenuto dall’ospedale di Prato. Massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato, ma proprio per questo riteniamo che debbano essere gli atti, le indagini e infine il giudice a stabilire che cosa sia realmente accaduto». Lo dichiara Donato CAPECE, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE). «L’iscrizione del collega nel registro degli indagati – prosegue Capece – è già di per sé un fatto enorme. Le indagini sono appena iniziate e riteniamo doveroso evitare che una ricostruzione ancora necessariamente provvisoria finisca per assumere, nell’opinione pubblica, il valore di una verità già accertata».
Il riferimento è anche alle dichiarazioni pubbliche della Procura sulla dinamica degli spari e, in particolare, alla circostanza secondo cui il detenuto si sarebbe trovato «all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire». «È un elemento che dovrà essere verificato concretamente – sottolinea Capece – perché un pronto soccorso non è una cella blindata: è un ambiente con corridoi, porte, accessi e vie di collegamento. Dovranno essere accertate la conformazione dei luoghi, le possibili vie di fuga, la posizione delle persone presenti e soprattutto ciò che il collega ha visto e percepito in quei concitati secondi».
«E c’è un altro elemento che non può essere ignorato – aggiunge il segretario generale del SAPPE –: secondo le ricostruzioni disponibili, prima degli spari vi sarebbe stata una situazione di forte concitazione e il giovane avrebbe utilizzato un estintore. Anche questo aspetto dovrà essere valutato nella sua interezza. Un filmato può documentare moltissimo, ma la dinamica complessiva non può essere ridotta a pochi fotogrammi».
Il SAPPE, sottolinea Capece, «non chiede alcun privilegio per il collega e non pretende che nessuno chiuda gli occhi davanti alla legge. Chiediamo esattamente il contrario: che sia la legge, attraverso tutti gli strumenti di indagine e le garanzie del processo, a stabilire che cosa sia realmente accaduto». «Se il collega ha sbagliato – osserva – saranno gli accertamenti a dimostrarlo. Se invece ha agito nell’adempimento del proprio dovere, trovandosi a fronteggiare una situazione che in quei momenti ha percepito come pericolosa e nella quale doveva impedire una fuga, anche questo dovrà emergere con la stessa chiarezza. Essere indagati non significa essere colpevoli e questo principio deve valere per tutti, anche nella comunicazione pubblica».
Capece pone quindi una questione di metodo: «Nessuno mette in discussione il diritto della Procura di comunicare con la stampa, nei limiti previsti dalla legge. Ma ci chiediamo quale fosse la necessità di anticipare pubblicamente, mentre gli accertamenti sono ancora in corso, una specifica ricostruzione della dinamica. Quando a parlare è un’Autorità giudiziaria, le sue parole hanno inevitabilmente un peso enorme sull’opinione pubblica. Per questo servono equilibrio, prudenza e rispetto della presunzione di innocenza».
«Da anni sosteniamo un principio semplice – conclude il segretario generale del SAPPE –: i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sui giornali, sui social o nei talk show. Non vogliamo un processo mediatico per assolvere il collega, così come non vogliamo che una comunicazione anticipata possa trasformarsi in una condanna mediatica prima ancora che siano completate le indagini e prima che la difesa possa esercitare pienamente le proprie prerogative».
«Adesso lasciamo parlare gli atti. Lasciamo che vengano esaminati tutti i filmati, ascoltati i testimoni, verificati i luoghi e ricostruita ogni fase della vicenda. E, se sarà necessario arrivare a un processo, sarà un giudice, nel contraddittorio tra accusa e difesa, a pronunciare l’ultima parola. Nel frattempo, il collega deve sapere che non è solo».
«Ma questa vicenda – conclude Capece – deve anche spingere il Governo e l’Amministrazione penitenziaria a interrogarsi sulle condizioni nelle quali vengono chiamati a operare quotidianamente i poliziotti penitenziari. Servono formazione, strumenti adeguati, regole operative chiare e soprattutto una tutela concreta per chi, in pochi secondi, è chiamato a prendere decisioni difficilissime per impedire una fuga. Non possiamo chiedere ai nostri agenti di intervenire e poi lasciarli soli quando arriva il momento di valutare le loro scelte».



