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Rapina alla cooperativa Doganella di Canino, due condanne a cinque anni: decisivi il DNA e le testimonianze

di REDAZIONE-

VITERBO- A quasi sei anni dall’assalto armato del novembre 2020, il Tribunale di Viterbo ha pronunciato la sentenza nei confronti dei due imputati. I dipendenti erano stati minacciati con una pistola e immobilizzati. Le analisi scientifiche sui reperti abbandonati durante la fuga hanno permesso di risalire ai presunti responsabili.

Cinque anni di reclusione e mille euro di multa ciascuno. È questa la pena inflitta dal Tribunale di Viterbo ai due uomini accusati della violenta rapina alla cooperativa agricola Doganella di Canino, avvenuta il 6 novembre 2020. Una vicenda giudiziaria giunta alla sentenza di primo grado dopo un lungo percorso investigativo e processuale, durante il quale hanno assunto particolare rilievo le prove genetiche raccolte sul luogo del colpo.

Il collegio giudicante, presieduto da Savina Poli, ha condannato un 47enne e un 51enne siciliano, riconoscendone la responsabilità per l’assalto alla struttura agricola. La decisione è arrivata il 20 ottobre 2026, con una pena inferiore rispetto alle richieste del pubblico ministero Massimiliano Siddi, che aveva sollecitato sette anni di carcere e tremila euro di multa per ciascun imputato.

I fatti risalgono al tardo pomeriggio di venerdì 6 novembre 2020. Erano circa le 18.30 quando due uomini, vestiti di scuro e con il volto nascosto da passamontagna, scaldacollo e mascherine, raggiunsero la sede della cooperativa Doganella.

Approfittando dell’orario di chiusura, i rapinatori sorpresero alcuni dipendenti mentre si preparavano a lasciare il posto di lavoro. Sotto la minaccia di una pistola semiautomatica, li costrinsero a rientrare nei locali dell’azienda, dove si trovava un terzo lavoratore.

Le tre vittime, due uomini e una donna, furono minacciate, immobilizzate e costrette a seguire gli ordini degli aggressori. Secondo quanto ricostruito durante il dibattimento, i malviventi utilizzarono fascette per bloccare i dipendenti, impedendo loro di reagire o chiedere aiuto.

Dopo aver sottratto effetti personali e denaro ai lavoratori, si impossessarono del contante custodito nella cooperativa. Il bottino complessivo ammontava a meno di duemila euro.

Una somma relativamente modesta rispetto alla violenza dell’azione, che lasciò le vittime profondamente scosse. Durante il processo sono emersi ulteriori particolari sulle modalità dell’assalto.

Le testimonianze dei lavoratori hanno restituito il clima di paura vissuto all’interno della struttura. I rapinatori avrebbero ripetutamente puntato l’arma contro le vittime, intimando loro di non reagire e di non rivolgersi alle forze dell’ordine. Particolarmente significativa la testimonianza del magazziniere, ascoltato nel corso del dibattimento, dalla quale è emerso che gli aggressori erano convinti di poter trovare una cassaforte contenente un incasso ben più consistente.

Nella cooperativa, tuttavia, non era presente alcuna cassaforte. I due dovettero quindi accontentarsi del denaro disponibile prima di abbandonare la struttura. Secondo quanto riferito in aula, uno degli imputati avrebbe avuto precedenti conoscenze dell’attività agricola, avendo svolto in passato alcuni lavori nella zona. Una circostanza presa in considerazione nella ricostruzione dell’episodio. A imprimere una svolta decisiva alle indagini furono gli accertamenti tecnico-scientifici eseguiti dai carabinieri. Dopo la fuga dei rapinatori, i militari intervennero nella cooperativa e avviarono un’accurata attività di repertazione, raccogliendo diversi oggetti che gli aggressori avevano lasciato sul posto. Tra il materiale sottoposto agli esami figuravano uno scaldacollo, un cappellino, guanti in lattice, un fazzoletto di carta e un mozzicone di sigaretta. I reperti furono successivamente analizzati dagli specialisti del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri di Roma, che riuscirono a individuare tracce biologiche utili all’identificazione. I profili genetici ottenuti dagli investigatori permisero di collegare gli oggetti ai due uomini successivamente finiti sotto processo. In particolare, il DNA individuato sul mozzicone di sigaretta risultò compatibile con quello del 51enne siciliano, il cui profilo era già presente nelle banche dati investigative. Gli altri reperti fornirono elementi utilizzati per ricostruire il presunto coinvolgimento del 47enne. L’attività investigativa portò all’identificazione dei due sospettati nel 2022, a circa due anni dall’assalto. Uno degli aspetti più significativi emersi durante il procedimento riguarda proprio l’identificazione del 51enne attraverso il confronto genetico. Secondo quanto ricostruito nelle testimonianze investigative, il suo profilo biologico era già stato acquisito nell’ambito di precedenti accertamenti relativi a una rapina bancaria del 2016. Il collegamento era stato possibile grazie ad analisi successive su materiale biologico raccolto durante quella vicenda, confrontato anche con un campione ottenuto da uno spazzolino da denti. Quando gli specialisti esaminarono il mozzicone rinvenuto alla Doganella, il confronto con i dati già disponibili contribuì a indirizzare gli investigatori verso il sospettato. Un esempio del ruolo che le tecniche di identificazione genetica possono assumere anche nelle indagini su reati commessi diversi anni prima. Nel corso del procedimento giudiziario, uno dei due imputati ha respinto le accuse, sostenendo la propria estraneità alla rapina. La difesa del 47enne, rappresentata dall’avvocato Luigi Mancini, ha contestato l’interpretazione di alcuni elementi probatori, soffermandosi anche sulla presenza di un cappellino rinvenuto dagli investigatori. L’imputato ha riferito che quel modello sarebbe stato prodotto in migliaia di esemplari e commercializzato in diversi esercizi e località, contestando quindi che il ritrovamento potesse costituire, da solo, una prova della sua partecipazione all’assalto. Il procedimento ha comunque portato a una valutazione complessiva del materiale investigativo, delle analisi scientifiche e delle dichiarazioni rese dai testimoni. La pronuncia del Tribunale di Viterbo segna una tappa importante nella vicenda giudiziaria iniziata nel novembre 2020.

A fronte della richiesta dell’accusa di sette anni di reclusione, il collegio ha stabilito per ciascuno dei due imputati una pena di cinque anni e una sanzione pecuniaria di mille euro. Resta fermo che si tratta di una sentenza di primo grado e che, fino all’eventuale definitività della condanna, trova applicazione il principio costituzionale della presunzione di innocenza. La vicenda della Doganella evidenzia il contributo determinante delle investigazioni scientifiche nella ricostruzione di una rapina particolarmente violenta, nella quale il valore economico del bottino è stato nettamente inferiore alla gravità delle minacce e alla paura subita dai tre lavoratori.