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Trifonov in Brahms: il suono meditato

di CINZIA DICHIARA-

Sta per concludersi l’impegnativa tournée mitteleuropea a Budapest, Vienna, Monaco, e oggi ad Amburgo, dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con il pianista russo Daniil Trifonov, star mondiale del pianoforte, sul podio Daniel Harding. In programma il Concerto n. 2 op. 83 di Johannes Brahms e la Sinfonia n. 7 op. 70 di Antonín Dvořák.

Eseguito la settimana scorsa nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica, tra i più difficili del repertorio, il concerto per pianoforte e orchestra op. 83, dedicato da Brahms al «caro amico e maestro Eduard Marxsen» nel 1881, ha costituito un appuntamento importante e molto atteso.

La sala maggiore progettata da Renzo Piano, con i suoi quasi 2800 posti sotto il rivestimento in ciliegio americano della cupola acustica, ha contenuto appena lo straripante pubblico delle grandi occasioni.

Nato a Nizhny Novgorod nel 1991 e formatosi al Cleveland Institute of Music, Trifonov proviene — con Konstantin Lifschitz, Alexei Volodin, Alexandr Kobrin ed altri pianisti di pari grandezza — dalla celebre Accademia Gnesin di Mosca, ovvero dall’alta scuola pianistica di Tatiana Zelikman, fra i più stimati didatti al mondo.

Vincitore del Concorso Rubinstein di Tel Aviv e del Concorso Čajkovskij di Mosca nel 2011, nonché del Premio Franco Abbiati come miglior solista strumentale del 2013, del Premio Gramophone come “Artista dell’anno 2016” e di un Grammy Award per il miglior album solista strumentale nel 2018, nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Governo francese nel 2021, è considerato tra le più importanti personalità artistiche della scena internazionale.

Capace di unire alla magnificenza della performance la genialità dell’interpretazione, ha debuttato a Santa Cecilia nel 2012 come rivelazione nel Gala Rachmaninoff, tornando poi più volte. E, invero, continua a offrire numerosi momenti di fascinazione e altri di tonante potenza. Singolare il suo atteggiamento interlocutorio con la partitura: volto, non tanto a farne emergere una verità intrinseca, quanto, piuttosto, a ricercarne il senso.

Inoltre si coglie in lui un modo di porsi in parte nuovo, memore dello spiccato imprinting stilistico, ma più ponderato nella consapevolezza. In alcuni momenti pare quasi ritratto nelle movenze, come a voler essenzializzare l’aspetto istrionico che lo contraddistingue, oggi appartenente allo standard performativo più diffuso.

Lo si avverte già nella grande cadenza del primo movimento Allegro non troppo in Si bemolle maggiore, consueto spazio di esibizione per maghi della tastiera, che egli mantiene entro un filtro superiore, intellettuale ed estetico.

Nelle pose, sempre ammiccanti a una varietà infinita — dalla sconfitta alla gloria — opta per un’espressività meno recitata in smorfie ed espressioni mimiche e più centellinata nei parametri di tecnica, ritmo e suono.

Da una forza interiore segreta estrae la saldezza di una roccia. Appare pieno di ardore, totale e titanico, ma ‘interiore’, in uno stile pianistico comunque portato all’esterno, volto alla lucentezza e alla possanza così come alla poesia delle piccole cose, che andrà a confermare più avanti nella scelta, finissima, del bis.

L’ardimento di stampo beethoveniano — stella polare della bussola di Brahms — riverbera nel suo piglio. Tuttavia, energia e calibro del declamato, da eroici divengono magmatici, fisici, psicodrammatici.

Il suo approccio alla pagina si traduce in un elevato controllo e in ampi respiri tra un episodio e l’altro, condotto in un’alleanza alterna col direttore, fatta di cenni d’intesa ma anche di confronto. Pertanto la concitazione non oltrepassa il limen: si frange, quindi riprende, in un avvicendarsi di accenti e parossismi sinfonici.

Mentre, dal clima cameristico dell’intreccio tra sezioni strumentali e “assolo” – del quale Brahms è maestro con corona d’alloro – emerge la sua capacità, rara, di mantenere un filo nella successione dei timbri. Al passaggio della linea melodica, provenga essa dagli archi o dai fiati, il suono del pianoforte si accosta all’impasto di corde, legni e ance, assorbendone in continuum l’amalgama timbrico. Quindi propaga vibrazioni proprie, inconfondibili.

Cosicché si ha quasi un’identificazione per contiguità, quando, nell’introduzione del primo movimento, la voce solitaria del corno di Alessio Allegrini porge il disegno epico-bucolico al pianoforte, che, in omogeneità di suono, lo riprende, ne prolunga l’aura mitica per condurlo verso l’affermazione in trionfo di archi e fiati.

Alla cura dell’incontro tra le sezioni strumentali si contrappone la marcata evidenza di taluni stacchi ed entrate, come l’impennata dell’attacco del secondo movimento, Allegro appassionato. La presa del tasto è qui incisiva; la pronuncia del motivo tematico (l’intervallo reiterato in oscillazione, spiccatamente brahmsiano), è netta e determinata. E Trifonov è pronto a calarsi dal tripudio sinfonico alle cose umane, esposte nell’insistita drammaticità.

Finché sorge la tenerezza dell’Andante, parentesi intima inaugurata dal bel “solo” elegiaco del violoncello di Luigi Piovano. Il canto, intriso di nostalgia, è poi traghettato alla mestizia del fagotto di Andrea Zucco, quindi a oboe, clarinetto e flauto, in ricami tra i legni. Quando, su un tappeto setoso degli archi, il pianoforte si libra in un lungo passaggio di sogno e trasfigurazione, rifugio dell’anima per Trifonov, temporaneo. Evolve infatti nel disegno sincopato, atto a increspare le acque, che si placano nello stagno, immoto, degli arpeggi da lui scanditi in una sonora quiete. Verso la fine, Più adagio, ogni suo impeto è stemperato nel modulante trascinarsi armonico, prima della riesposizione, un ricordo che torna, del violoncello.

Nel finale Allegretto grazioso, Trifonov alterna alla briosità dei ritmi di danza esplosioni improvvise, sgranate con vigore nella densità di questa sorta di sinfonia con pianoforte. Senza voler emergere dominando, quanto piuttosto a porsi come primus inter pares. In definitiva, segue un proprio disegno, reso in orditura di arpeggi ultraveloci e ottave sciolte che camminano da sole, volatine fluttuanti, scalette in tourbillon tutte racchiuse nelle mani con strabiliante tecnica di dito. I massicci episodi in processione accordale e gli inconfondibili ritmi puntati brahmsiani in sequenza, rivivono come evocazione epica o celebrazione di un tempo storico pronto a dileguarsi. Per lui, i momenti d’incanto, pensati come farfalle (Papillons schumanniani), sono fugaci emozioni da catturare al volo.

Nella raffinata direzione di Harding, prevale la musicalità del racconto, unita a eleganza di portamento e chiarezza di conduzione. È sua arte sopraffina far risaltare con gesto nitido parti del discorso ed episodi in reciproco richiamo, anche attraverso cesure di più ampio respiro, che seguono la poetica del frammento interno alla grande forma. L’interpretazione si mantiene in equilibrio tra espressività romantica e struttura classica, laddove le vibrazioni del passato sembrano riformulate da sensibilità e spirito critico moderni.

Applausi fragorosi e grida di acclamazione dal pubblico in delirio, fino a ottenere un bis: la ventesima delle “Visions fugitives” op. 22 di Prokof’ev, una chicca.

Il programma prosegue con la Sinfonia n. 7 di Dvořák, nel pieno dispiego delle forze della storica orchestra ceciliana in gran spolvero, che risponde, nel suo consueto livello, luminosa.

La recensione si riferisce al concerto del 14 marzo 2026

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