di Antonella Multari
VITERBO – Esiste un momento, nella creazione artistica, in cui le parole diventano la semantica dell’appartenenza. È il momento in cui la mano precede il pensiero, il colore si fa emozione, il segno traccia una strada che forse la coscienza non aveva ancora trovato il coraggio di percorrere. È allora che l’arte smette di essere soltanto rappresentazione e diventa presenza: un modo per dire io sono, anche quando non si conoscono le parole per raccontarsi.
Creo ergo sum. Creo, dunque sono. Non è soltanto il titolo della mostra di pittura allestita il 30 ottobre 2026 presso l’Amaris Caffè, in piazza Dante 23, a Viterbo. È, piuttosto, una dichiarazione di esistenza, una piccola e ostinata affermazione di umanità che attraversa le opere e le storie di chi le ha realizzate. La mostra sarà visitabile per l’intero mese di novembre, offrendo a chiunque lo desideri la possibilità di entrare in questo universo di immagini, colori e sensibilità.
Le opere sono il risultato di un laboratorio di pittura ideato nell’ambito del SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione, attivo presso la sezione Molti Volti della cooperativa sociale Alicenova di Viterbo. Un progetto pensato e condotto da Benito Saluzzi, artista, Matteo Pampana, operatore all’integrazione, e Giuseppe Rossi, psicologo, che durante l’intera estate ha preso forma attraverso otto incontri, coinvolgendo più di trenta partecipanti, adulti di età compresa tra i diciotto e i settant’anni. Persone provenienti da diversi Paesi, beneficiari del SAI e del CAS (Centro di Accoglienza Stranieri), ma anche cittadini italiani, perché il laboratorio non prevedeva confini di appartenenza… era aperto a chiunque desiderasse prendere parte all’esperienza.6
Non un’attività destinata semplicemente a riempire il tempo dell’accoglienza, ma uno spazio in cui l’incontro potesse accadere senza essere imposto, in cui ciascuno fosse libero di portare qualcosa di sé e, contemporaneamente, di lasciarsi attraversare dalla presenza degli altri.
Il principio creativo che ha accompagnato il percorso era tanto semplice quanto significativo… partire da un’unica elaborazione iniziale per giungere, progressivamente, a una composizione collettiva. Alcune opere sono nate proprio dalla collaborazione di più mani, dalla sovrapposizione di gesti e intuizioni differenti. Nessuno era chiamato a uniformarsi a un modello, nessuno doveva dimostrare una particolare abilità. I partecipanti, accompagnati nella sperimentazione, hanno potuto scegliere liberamente come esprimersi, esplorando materiali e tecniche diverse: cera, acquerelli, acrilici, collage, gesso, bianco e nero. Ne è nato un insieme di opere dalle tecniche miste, nelle quali le differenze non sono state corrette, ma accolte, lasciate convivere, talvolta persino incoraggiate a incontrarsi.
In una prospettiva interculturale, questo passaggio assume un significato che va ben oltre la dimensione estetica. Ogni individuo porta con sé un patrimonio di immagini, simboli, memorie familiari, appartenenze e rappresentazioni del mondo che non sempre trovano una traduzione immediata nella lingua del Paese che lo accoglie. La prospettiva della psicoanalisi transculturale ci ricorda quanto la costruzione dell’identità sia intrecciata alle matrici culturali, alle storie familiari e ai sistemi simbolici attraverso cui impariamo a dare un nome alla nostra esperienza. Non esiste un’esistenza che possa essere compresa prescindendo dal mondo di significati nel quale ha imparato a riconoscersi.
Eppure, quando le parole si arrestano davanti alle differenze linguistiche, qualcosa può ancora passare. Un gesto, una forma, un tratto incerto, un colore scelto senza esitazione. L’espressione artistica apre uno spazio intermedio nel quale non è necessario condividere la stessa grammatica per poter comunicare.
Il tavolo da lavoro diventa così un piccolo laboratorio di convivenza. Si impara a fidarsi, a osservare, a chiedere, a concedere spazio. Si sperimenta anche la lingua italiana, ma in una dimensione spontanea, lontana dalla rigidità dell’apprendimento formale. Si costruiscono relazioni che contrastano l’isolamento e la marginalità, mentre i pregiudizi, spesso alimentati dalla distanza e dalla mancata conoscenza, perdono progressivamente consistenza. L’opera collettiva diventa, in questo senso, una metafora concreta… nessuno deve rinunciare alla propria voce perché possa esistere una composizione comune.
E poi c’è la mostra. C’è quel momento in cui il percorso esce dalla dimensione raccolta del laboratorio e si offre allo sguardo della città, restituendo al pubblico qualcosa che non è soltanto il risultato di un’esperienza creativa, ma la traccia visibile di relazioni che hanno trovato un modo per nascere.
Così, camminando tra le opere e sorseggiando un buon calice di vino, mi sono imbattuta in chi si era immaginato come un uovo, rannicchiato tra i pulcini, sotto un cielo azzurro, mentre due genitori sembravano ancora sospesi nel volo. Mi sono imbattuta nell’autoritratto di una donna dai lunghi capelli rossi, che poco più avanti si era fatta pesce e, ancora oltre, gatto. Come se l’identità, anziché essere una forma immobile, potesse concedersi il lusso di trasformarsi, di abitare altri corpi, di esplorare altre possibilità.
Ho visto scorrere lacrime di coccodrillo tra fondali marini e savane popolate da lettrici in blue jeans; ombre buie, ombre dolorose e altre capaci di custodire la luce. Mi sono fermata davanti a un cane, dipinto con una precisione sorprendente, fin nei dettagli più minuti, da una donna quasi non vedente. E in quell’immagine ho pensato a quanto sia aleatoria, talvolta, la nostra convinzione che vedere significhi soltanto affidarsi agli occhi. Esistono sguardi che abitano altri sensi, altre forme di attenzione, altre profondità.
Ho visto un pianoforte suonare, in una lingua che non conosco, una musica che conosco bene. Ho visto un arcobaleno affiorare dal fondo del mare, proprio da quel mare che troppe volte ha inghiottito vite senza restituirle e che qui, invece, sembrava restituire colori. Ho incontrato case, giardini, capanne, tramonti; innamorati seduti l’uno accanto all’altra in una giornata di quieto abbandono. Ho visto frutti mescolarsi ai fiori, donne con il cappello in testa, paesaggi interiori nei quali il reale e l’immaginato si davano appuntamento senza chiedersi da dove venissero.
E, attraversando questo piccolo atlante dell’immaginazione, mi è sembrato di vedere scorrere davanti ai miei occhi gran parte della storia dell’arte, solo che a porgermela erano mani sconosciute e preziose.
Non c’era un’unica grammatica visiva, né un ordine prestabilito al quale ricondurre ogni immagine. C’erano piuttosto frammenti, deviazioni, intuizioni, accostamenti inattesi. C’era la libertà di non dover essere comprensibili a tutti, di non dover rispondere a un canone, di lasciare che una figura nascesse anche dall’errore, dall’imprevisto, dalla possibilità di ricominciare. È proprio qui che la creazione rivela una delle sue funzioni più profonde: concedere all’essere umano uno spazio in cui non essere definito esclusivamente dalla propria provenienza, dalla propria condizione sociale, dalle ferite della propria storia o dalle parole che ancora non conosce.
Perché chi migra non porta con sé soltanto una geografia abbandonata, ma anche un paesaggio interiore fatto di volti, odori, suoni, racconti, gesti familiari. E chi accoglie non dovrebbe chiedergli di deporre tutto questo sulla soglia. L’incontro autentico non nasce quando qualcuno smette di essere ciò che è per assomigliare all’altro, ma quando entrambi possono rimanere se stessi e, proprio per questo, trovare una nuova possibilità di relazione.
Creare significa anche riappropriarsi di uno spazio, lasciare un’impronta, dare forma a ciò che spesso rimane invisibile. Significa trasformare un’esperienza individuale in qualcosa che può essere condiviso, senza che perda la propria singolarità. È forse questa la possibilità più preziosa che l’arte ci consegna: ricordarci che nessuna condizione, nessuna frontiera e nessuna difficoltà linguistica possono esaurire la capacità generativa di una persona.
Alla fine, ciò che rimane non è soltanto la luce delle sfumature, né la bellezza delle composizioni. Rimane la sensazione di aver attraversato un luogo nel quale le cose belle erano belle proprio perché vere, perché imperfette, perché capaci di contenere molto più di quanto mostrassero. Ogni opera sembrava riflettere qualcosa di sé e, nello stesso tempo, restituirlo al mondo, come accade con gli specchi quando non si limitano a riprodurre un’immagine, ma ci costringono a riconoscere anche ciò che ancora non avevamo visto.
Dopotutto, l’inclusione comincia proprio così… quando impariamo a riconoscere che la presenza dell’altro può modificare, anche solo impercettibilmente, il nostro modo di guardare. Quando ci accorgiamo che il mondo non è meno nostro perché appartiene anche a qualcun altro. Quando scopriamo che, sotto cieli differenti, continuiamo a immaginare case, a cercare riparo, a dipingere il mare, a desiderare un giardino, a inventare colori per dire ciò che le parole non riescono a contenere.
Credo sia proprio qui che quel cogito, che per secoli ha cercato nell’esercizio del pensiero la prova della nostra esistenza, incontra una possibilità diversa: creo ergo sum. Sono anche perché creo, immagino e posso lasciare qualcosa di me nelle mani di qualcun altro.
E, tra tutte le opere, è proprio questa la più bella… quella, invisibile, che più di trenta persone hanno dipinto insieme, senza sapere fino in fondo quale immagine ne sarebbe venuta fuori. Una tela fatta di incontri, di differenze, di fiducia e di possibilità. Una tela che non ha bisogno di essere appesa a una parete, perché continua a esistere ogni volta che qualcuno, guardandola, si lascia cambiare lo sguardo.
Per tutto il mese di novembre, all’Amaris Caffè, in piazza Dante 23 a Viterbo, queste opere vi aspettano. Fermatevi, concedetevi il tempo di guardarle e, se vorrete, lasciate un pensiero scritto… in cambio potrete portare con voi una cartolina dell’opera che più vi avrà parlato. Perché certe immagini desiderano continuare il loro viaggio… trovando posto anche nei nostri ricordi.
















