di CINZIA DICHIARA-
Lungamente pensato, è uscito il 28 luglio il romanzo Nel bosco di Diana di Carlo Franco Ricci, pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane (E.S.I.) di Napoli.
Immediatamente Il titolo rimanda a suggestioni mitologiche e ambientazioni arcaiche. Niente di tutto questo. Diana non è la dea della caccia, dei boschi e della luna, figlia di Giove e Latona, nonché sorella gemella di Apollo, ma il nome della coprotagonista che ha ispirato il romanzo. E il bosco non è un’area sacra di alberi secolari ma il Central Park di New-York.
La storia ha origine da un fugace dialogo in una subway di New York, tra un’indossatrice canadese, Diana appunto, e Federico, studioso italiano. Nella vicenda, che si svolge tra la Grande Mela, Parigi e Roma, personaggi immaginari interagiscono con famosi artisti del Novecento, i quali, nei colloqui con il protagonista, fanno luce su fatti non sempre noti ma di sicuro interesse. Questi riguardano personalità illustri come i musicisti Vittorio Rieti e Alexandre Tansman, e ballerini del valore di Serge Lifar. Inoltre vi compaiono Boris Kochno, collaboratore di Djagilev per i Ballets Russes, e Lina Ivanovna Prokofieva, prima consorte di Sergej Prokof’ev, ingiustamente condannata a venti anni di Gulag in Siberia; infine, l’originale pittore Théodore Stravinskij, primogenito del grande Igor.
Incontriamo dunque l’autore per conoscere la genesi e gli aspetti peculiari di questo nuovo risultato letterario, dopo la raccolta di poesie Un po’ per celia e un po’ per non morire pubblicata nel 2017, che giunge a convalidare la valenza letteraria nel musicologo e cattedratico dell’Università della Tuscia fino a pochi anni orsono.
- Professor Ricci, qual è la genesi del romanzo?
«Risale ad almeno una quarantina di anni fa, quando scrivevo la biografia di Vittorio Rieti, musicista di rilievo anche se non molto conosciuto, e mi recavo spesso a New-York ove questi risiedeva, quale italiano d’origine, naturalizzato americano».
- Come inizia?
Un giorno, mentre attendevo la metro in una stazione di Down Town, frequentata da persone povere, squallide, stracciate, lo sguardo mi cadde in un angolo piuttosto riservato, su una donna bellissima, giovane, di un’eleganza strepitosa. Nel treno, stipato di persone, mi misi in piedi vicino a lei. Ma la metropolitana si fermò improvvisamente, in galleria, e mi preoccupai. Segue un annuncio in inglese che non capii. Quindi pensando tra me che una donna così raffinata non potesse non conoscere il francese, mi rivolsi a lei in quella lingua per informarmi».
- Molto romantico, quasi d’antan
«La nostra conoscenza iniziò davvero così. Era indossatrice, poco gratificata da un lavoro valorizzante solo l’aspetto esteriore e non le qualità intellettuali e creative. Il suo ideale era fare del cinema. Ripartita la metro, scese alla prima fermata. Da allora, nella realtà della vita, non ho più saputo più nulla di lei. Ma nel romanzo, salutandola, nell’illusoria speranza di rivederla le ho fatto scivolare tra le mani l biglietto da visita, destinato al direttore della Rai Corporation di New- York che avrei incontrato l’indomani. Mi chiamò nel pomeriggio stesso. Aveva bisogno di conforto dopo l’incontro deludente con un regista».
- La parte autobiografica termina qui?
«La parte autobiografica, il protagonista sono io, riguarda esclusivamente i colloqui con vari personaggi storici del mondo dell’arte incontrati nel corso dei miei viaggi di studio e riportati nei vari colloqui con Diana, finché questa è partita. Nella finzione narrativa questi interagiscono con i personaggi di pura invenzione.
- Dunque, nella struttura, la parte romanzata fa andare avanti la trama, nella quale trovano collocazione episodi di vita vissuta?
«Con testimonianze di protagonisti dell’arte e della cultura».
- Donde proviene la sua vena letteraria?
«Viene da lontano ma non è mai stata soddisfatta per motivi professionali. Quale docente di Storia della Musica avevo il dovere di pubblicare le mie ricerche in campo musicale. Ho dovuto quindi attendere di liberarmi dai vincoli istituzionali per manifestarla. Ora quando scrivo sono felice. Questa è la sola cosa che conta per me».
- Ha avuto dei riconoscimenti, come il Premio ‘Diego Fabbri’.
«Sì, inoltre per le mie due monografie, l’una su Vittorio Rieti, l’altra su Francesco Siciliani, ho avuto il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’attività letteraria è ancora troppo recente».
- Nel romanzo, l’ambito musicale resta comunque un filo rosso
«Sì, riguarda proprio i colloqui che ho avuto con personaggi come Alexandre Tansman, o Vittorio Rieti, entrambi amici di Stravinskij, sulla vita del quale ho ricevuto confidenze particolari che pochi conoscono».
- Ha parlato con il figlio, pittore
«Andai a Ginevra a trovare Il figlio primogenito Théodore. Con lui ho affrontato tematiche diverse, anche molto personali come quella religiosa. Così, parlando della religiosità del compositore, mi disse che al momento della sua conversione al cattolicesimo temeva che il padre non approvasse quella scelta. Il padre, invece, l’approvò completamente facendogli capire che lui stesso si sarebbe convertito se non fosse vissuto nel contesto protestante americano. In quella circostanza, peraltro, gli scrisse due lettere, da lui donate in seguito alla Biblioteca Vaticana. Io le ho cercate, reperite e pubblicate nel romanzo».
- Come ha pensato di far sì che la parte fantasiosa venisse a creare una base narrativa per portare in primo piano documenti importanti del mondo musicale?
«Non è stata una decisione a tavolino. Sono stati i personaggi stessi a prendermi la mano. Il protagonista maschile vive un’interazione con i personaggi incontrati: è stato spontaneo inserire nella narrazione le loro testimonianze autentiche».
- Inizialmente dunque non sapeva dove sarebbe andato a finire?
«No, scrivevo fatti e pensieri che avevo urgenza di esternare, pervenendo alla stesura di oltre 400 pagine».
-Adesso, licenziato il romanzo, come si sente?
«È un lavoro autentico, non solo nella parte storica; anche nella parte fantastica ho riportato quello che pensavano i personaggi. Mia moglie ironizzava quando sospendendone la stesura per qualche motivo dicevo di aver urgenza di tornare da loro, poiché quelle figure restavano lì, ad attendermi».
- Ha vissuto con loro…
«Sì, anche quando ero intento in altre cose, continuavo a parlare loro».
- Ora sono giunti alla mèta, eppure sono sempre là, per chi voglia aprire il libro.
«Certo, i “miei” personaggi ormai non appartengono più a me. Appartengono a chi li incontrerà».
Intervista raccolta il 10 agosto 2026
Profilo dell’autore
Franco Carlo Ricci, già Professore ordinario di Storia della musica, autore di significativi saggi e monografie, ha ricevuto il “Premio della cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Settore saggistica, per i volumi: Vittorio Rieti, 1987, e Francesco Siciliani. Sessant’anni di vita musicale in Italia, 2003 (Prefazioni di Lorin Maazel e Luciano Berio).
Fondatore e direttore della Collana “La Musica e la Danza” e del “Centro Musicale Internazionale”, collaboratore per oltre un ventennio della RAI-Radiotelevisione Italiana per programmi musicali, ha avuto il “Premio Diego Fabbri” dell’Ente dello Spettacolo.
Ha pubblicato il volume di poesie Un po’ per celia e un po’ per non morire.
Il romanzo Nel bosco di Diana vede la luce all’alba dei suoi ottantanove anni.






