di MARCO ROSSI-
VITERBO – Nel cuore del Duecento, quando Viterbo era al centro dello scontro tra Papato e Impero, una giovane fanciulla riuscì, con la sola forza della fede e della parola, a diventare una delle figure più vive della memoria religiosa e civile della città. Il suo nome era Rosa da Viterbo.
Nata intorno al 1233 in una famiglia di umili condizioni, Rosa crebbe in un’epoca segnata dalle lotte tra guelfi e ghibellini e dal conflitto tra papa Innocenzo IV e l’imperatore Federico II di Svevia. Le moderne indagini sul suo corpo hanno evidenziato una costituzione estremamente gracile e una rara malformazione congenita, l’agenesia dello sterno. Un corpo fragile, dunque, che non impedì a quella fanciulla di trasformarsi, nella tradizione viterbese, in una voce capace di sfidare il potere.
La sua vicenda pubblica si inserisce nel clima politico e religioso che attraversava Viterbo. La tradizione racconta che Rosa, ancora giovanissima, iniziò a predicare nelle strade e nelle piazze, invitando il popolo a difendere la fede e a non sottomettersi alle forze imperiali e agli eretici. Un episodio celebre la colloca nella domenica di Pentecoste del 1244, fuori Porta San Marco, quando la giovane avrebbe rivolto alla folla un discorso semplice, quasi puerile nel linguaggio, ma infiammato da un ardore capace di coinvolgere la gente.
La cronologia delle fonti più antiche colloca però la sua intensa attività pubblica soprattutto nel 1250, dopo una grave malattia. È in questi anni che Rosa assume pienamente il ruolo di predicatrice e difensora della fede. La sua popolarità cresce rapidamente e, insieme alla fama dei suoi miracoli e prodigi, la sua presenza diventa difficile da ignorare.
Secondo la tradizione, il suo atteggiamento provocò l’intervento delle autorità ecclesiastiche viterbesi, che avrebbero incaricato il cardinale Raniero Capocci, protagonista della resistenza pontificia contro l’influenza imperiale, di convincere la giovane a cessare la predicazione e soprattutto l’incitamento del popolo.
Rosa, però, non si fermò.
Nel 1250 venne allontanata da Viterbo. L’esilio la condusse prima a Soriano nel Cimino, dove la tradizione vuole che avesse predetto la morte di Federico II, avvenuta il 13 dicembre dello stesso anno, e successivamente a Vitorchiano.
Anche qui la fama della giovane crebbe intorno a episodi prodigiosi. Tra questi, la tradizione ricorda la prova del fuoco davanti a una donna considerata eretica, che Rosa avrebbe affrontato uscendone illesa e provocandone la conversione. A Vitorchiano viene inoltre attribuita la guarigione dalla cecità di una giovane, Diletta, episodio entrato nella memoria religiosa del borgo.
Dopo la morte di Federico II, Rosa poté tornare a Viterbo. Ma anche nella sua città non trovò immediatamente accoglienza. Chiese di entrare nel monastero di San Damiano, legato alla spiritualità francescana femminile e oggi sede della Basilica di Santa Rosa. La richiesta fu respinta.
La tradizione le attribuisce allora una frase destinata a diventare proverbiale:
«Non mi avete voluto da viva, mi avrete da morta».
Rosa morì giovanissima, probabilmente nel 1251, a circa diciotto anni. Fu sepolta nella chiesa di Santa Maria in Poggio, la parrocchia della sua famiglia, conosciuta come la Crocetta. Intorno alla sua tomba la devozione popolare crebbe rapidamente. Alla chiesa è legato anche il celebre miracolo della brocca, che la tradizione vuole ricomposta miracolosamente dopo essersi rotta.
La fama della giovane fu tale che già nel 1252 papa Innocenzo IV avviò le prime iniziative per il riconoscimento della sua santità. Dopo circa sette anni dalla morte, la tradizione racconta che papa Alessandro IV, che si trovava a Viterbo, avrebbe ricevuto ripetuti sogni nei quali Rosa chiedeva di essere trasferita nel monastero che non l’aveva accolta da viva.
Il 4 settembre 1258 il corpo fu così traslato solennemente da Santa Maria in Poggio alla chiesa di San Damiano, dove ancora oggi è custodito.
Da allora Rosa è diventata inseparabile dalla storia di Viterbo.
Una storia che attraversa i secoli e nella quale una giovane fragile si trasforma, attraverso la fede, in simbolo di coraggio e di resistenza. Di fronte alla potenza dell’Impero, Rosa non aveva eserciti, ricchezze né armi: aveva soltanto una voce.
Ed è forse proprio questa la parte della sua vicenda che continua a parlare al presente. I poteri cambiano, gli imperi cadono, le ambizioni degli uomini mutano forma, ma rimane sempre la tentazione di dominare, di sottomettere, di imporre la propria volontà.
Rosa rappresenta, nella memoria dei secoli, il contrasto tra questa bramosia di potere e la forza di chi sceglie di difendere un ideale. Una piccola voce contro un grande potere. Una fanciulla contro un mondo di uomini armati.
E quella voce, a distanza di otto secoli, non si è ancora spenta.
A ROSA
Piccola Rosa, fragile fiore,
nata nel tempo delle spade e del potere,
avevi soltanto una croce sul cuore
e una voce che non seppe tacere.

Rosa da Viterbo: una giovane, una donna, una Santa (VIDEO)
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