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Violenza giovanile?

di FRANCESCO MATTIOLI-

C’è un subbuglio tra i giovani? A considerare le cronache quotidiane, parrebbe di sì. Ma quando non c’è mai stato? Comunque, del movimentismo giovanile che sta crescendo in Europa parleremo la prossima volta; è un fenomeno che periodicamente torna in primo piano, e meno male che c’é.
Oggi tiene banco un altro tema: la criminalità e la violenza giovanili, che si stanno manifestando oggi fin dai primi anni della adolescenza e ben al di sotto dei limiti che prevedono la punibilità del reo.
Perché il ragazzino armato
Che si tratti di portarsi un coltello a scuola, o di programmare un macello terroristico, non è più una eccezione, è un rituale che si sta accendendo tra i giovanissimi come qualche anno fa toccò ai challenges, cioé alle sfide tra chi rischiava maggiormente la vita, su un traliccio dell’alta tensione, sul tetto di casa, tra i pantografi di un treno in corsa, lungo i binari o in bilico su uno sprofondo. Non esistono dati esaustivi a livello internazionale, ma in Italia, uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) stima che oltre 240.000 studenti tra gli 11 e i 17 anni hanno provato almeno una volta una sfida social pericolosa, con la fascia d’età più esposta compresa tra gli 11 e i 13 anni. Che cosa hanno in comune un ragazzo con un coltello in mano e uno che si arrampica sui tralicci? Che tutti e due compiono cose proibite e apparentemente eccezionali (nel senso di “anormali”), per rafforzare il prestigio del sé di fronte ai propri simili.
Perché questo accade? Per una serie di fattori concomitanti. Non è una graduatoria, ma un elenco. Dettato dalle scienze sociali.
1) L’abbassarsi repentino dell’età in cui il soggetto è di fatto libero di compiere delle scelte autonome. Oggi a 14 anni puoi guidare una vetturetta che corre quanto una Fiat 500 degli anni ’50. Si sarebbe potuto parlare di più precoce “maturazione” se avessimo trattato di autonomia consapevole delle proprie scelte, ma non è esattamente questo quello che avviene: oggi un giovane di undici/dodici anni è soltanto più libero nella sua condotta; libero, perché i tradizionali controlli familiari e istituzionali si attenuano sostanzialmente con l’uscita dalla scuola primaria.
2) L’influenza crescente dei social, che consentono al giovane di godere di una fonte di socializzazione, cioè di apprendimento, di esempio, di raffigurazione, di costruzione di senso, di imitazione estremamente vasta, eterogenea nei valori, nei contesti, nelle forme di validazione del sé. Non c’è più necessariamente un gruppo di appartenenza, per lo più coetaneo e di limitate dimensioni, che governi, indirizzi, circoscriva le scelte del soggetto. Costui può scegliere in assoluta libertà il suo gruppo e i suoi modelli di riferimento, purché assecondino le esigenze empatiche del suo io in una versione globale.
3) La drammatizzazione del “gioco”. Oggi il gioco non è più simbolico e rappresentativo; non c’è più differenza tra gioco e vita reale, perché questa differenza, grazie alla realtà virtuale, si è ormai confusa in un unico messaggio, parte del quale è certamente rappresentato da atti di violenza vincitori, di affermazione autoreferenziale del sé, di rituali attraverso i quali ci si mantiene a qualunque prezzo dalla parte dei vincitori. Un esempio banale. Questa estate, in un bosco pittoresco, un bambino di non oltre cinque anni ha brandito un bastone come fosse un’arma e, rivolto ad un coetaneo consenziente, si è indirizzato verso due cagnolini al grido di “forza, ammazziamo questi cani” con lo stesso tono e le stesse gestualità degli “eroi” dei giochi di ruolo di natura bellica diffusi senza freni e senza limiti sul web. Per la cronaca, il bambino è stato fermato in tempo dai genitori, impressionati e quasi sorpresi da tanta violenza in un esserino alto meno di un metro. Sorpresi…
4) La mancanza di un meccanismo di valutazione in termini di costi-benefici nella ideazione e nello svolgimento di un atto di violenza. In genere, un atto illecito prevede un rischio, una “punizione di qualche tipo, commisurata alla sua gravità. Il minorenne, e soprattutto l’under 14, di fatto non corre pericoli istituzionali tali da sconsigliarlo nei suoi propositi meno commendevoli. Inoltre, è oggetto di “comprensione”, cioè di strategie educative di carattere propositivo che non insistono tanto sul prezzo dell’azione, quanto sulla necessità di riflettere e intervenire sui motivi di tanta devianza. Solo che quella devianza, nella concezione del giovane, non è una vergogna, ma un simbolo di autonomia, di fermezza, di coraggio, insomma di potenza individuale. Così, il linguaggio maturo, costruttivo dell’educatore non è compreso e tanto meno condiviso dal giovane reo. Un giovane reo che, di fronte ai suoi atti di criminalità e di violenza, proprio dalle competizioni sul web ha imparato che il costo dell’azione si misura solo con gli stessi criteri che esaltano il vincitore e mortificano lo sconfitto. Quindi non con gli appelli di natura etica ma con la mera valutazione dei costi pratici della sua scelta.

Che fare
Dunque, affinché si ricomponga una sfera etica di controllo del comportamento diventa necessario innanzitutto mostrare la scarsa convenienza a proseguire nel “crimen”, e poi insistere a lungo nella ricostruzione del senso di responsabilità e di convivenza sociale virtuosa e partecipativa. Non si dice assolutamente che si debba agire in senso autoritario, oppressivo e violento – se agisci da nemico, formi un nemico – ma in senso autorevole e intransigente, questo sì.
Resta da vedere il come; noi chiediamo alla società , alle sue componenti primarie e formative, di indirizzare i giovani ad agire in modo civile. Ma in verità l’indirizzo socioculturale ed economico-produttivo del nostro sistema sembra giustificare e assecondare, se non addirittura stimolare, la violenza giovanile: ciò che sembra valere nella società cammina in una direzione abbastanza differente da quella che vorremmo insegnare ai giovani.
Il problema vero è proprio questo: noi insegniamo ai giovani il valore del rispetto, dell’empatia, della tolleranza, della collaborazione, dell’impegno collettivo per una società migliore, ma poi quel che sembra vincere, nell’immaginario dei giovani, nella vita quotidiana intorno a loro, nei messaggi dei media è la sopraffazione, l’egotismo, la rivalsa e la prepotenza.
In realtà, quale mondo stiamo apparecchiando per i giovani? Quante contraddizioni e quanta violenza agitiamo davanti ai loro occhi? Certo, è accaduto anche in passato: varie volte nel ‘900, ma il XXI secolo si rivela veramente il secolo dell’incertezza, come ha sottolineato Bauman. Un’incertezza che non è solo nelle prospettive del presente e del futuro, ma nei criteri stessi con i quali valutare ideali e valori, fornendo esempi e offrendo mete.
Sono in grado le istituzioni, le famiglie, i media di collaborare per bloccare l’accesso dei giovani fino a 13-14 anni ai social, visto che pressoché tutti oggi si esibiscono sui social, qualcuno perfino a quattro o cinque anni d’età? C’è la possibilità di modificare e attenuare il clima sostanzialmente violento e guerresco dei giochi di ruolo che finisce per costituire il background culturale e motivazionale di molti giovani e adulti che ne fanno un uso troppo frequente fino a diventare quasi un dipendenza?
La scuola è in grado di fornire una più profonda “formazione” etica, pur senza rinunciare alla sua necessaria funzione didattica, adattando i suoi metodi pedagogici ai bisogni educativi dei singoli studenti?
I media sono disposti ad autocorreggersi e a mettere in atto propri meccanismi di selezione e controllo degli utenti, nel bel mezzo di una competizione di mercato che in genere non guarda tanto per il sottile?
E soprattutto, la famiglia è in grado di svolgere la sua primaria funzione educativo-formativa e di controllo, pur nel clima di quella assertiva autoaffermazione del sé individuale che eredita dalla nostra società odierna?
Come può accadere, oggi, che un tredicenne si aggiri liberamente per le vie della città alle tre di notte, coltello alla mano o si presenti armato di tutto punto a scuola? Manca il controllo della famiglia? Manca il controllo delle istituzioni? La notte peraltro è diventata la “casa” dei giovani; impossibilitati a muoversi liberamente nelle ore del giorno, di competenza degli adulti, essi eleggono la notte come loro patria, confort zone, approdo, occasione per esprimersi in completa libertà.
Il fatto è che oggi, nel mondo adulto, si parla troppo superficialmente di libertà, che spesso è interpretata come intollerabile e anarchica licenza; di autonomia, che diventa sovente acritica autoreferenzialità; di tolleranza, che si trasforma in egoistico disinteresse.

Due errori opposti
Così, si polarizzano due posizioni, ambedue pericolose.
Da un lato, il ricorso all’oppressione verso un cammino di formazione e di costruzione della personalità delle nuove generazioni, anche in senso innovativo, che ci conduce alle posizioni più misoneiste e violente del conservatorismo e quindi a progetti educativi che mortificano la libertà e il senso di responsabilità dell’individuo, rischiando di creare automi facilmente manipolabili.
Dall’altro, il permissivismo e il lassismo ideologico di un politicamente corretto che per stanare l’autoritarismo perde completamente di vista il pregio dell’autorevolezza, sfugge alla responsabilità di essere guida, creando la polverizzazione del senso della collettività e della condivisione della convivenza.
Forse, se nei salotti buoni dell’intellettualismo si facesse maggior attenzione ai dati offerti dalle scienze sociali, se si fosse capaci di distinguere tra il grano della capacità di applicare regole condivise e il loglio di un intransigente e autoritario potere generazionale, privilegiando un ascolto attivo, sarebbe più facile intervenire in modo educativo.
Educare significa “condurre fuori”, cioè far emergere l’umanità dell’individuo; e con-durre significa andare avanti assieme, condividendo un cammino comune, ma senza deviare dalla strada prescelta e condivisa..