di FRANCESCO MATTIOLI-
Sono molti a temere che la A.I. con il tempo proverà a rubarci la libertà e la vita; perché l’informatica e la cibernetica stanno diventando i riferimenti principali di un progresso scientifico che, prima di voler conoscere, esige di produrre utilità e profitto. Ma va separato il grano dal loglio: l’A.I. fa quel che l’Essere Umano le consente, anche se talvolta è in grado di agire oltre quanto previsto. E’ la logica del coltello: non è tanto il coltello il problema, per quanto affilato, ma è chi lo maneggia; anche se qualcuno giunge a temere che prima poi il coltello si maneggerà da solo. In ogni caso, se gli Stati, le istituzioni giungono a ritenere che l’A.I. abbia insiti alcuni pericoli per la convivenza umana, possono sempre intervenire con delle limitazioni, sulla ricerca e sui produttori. E se problemi insorgeranno sarà perché qualche capataz di stato si metterà in testa di usare il coltello in modo sbagliato.
C’è da temere molto di più quella scienza che guarda all’Essere Umano. Genetica e neuroscienze stanno elaborando approcci di ricerca e applicazioni che fanno rabbrividire e che non riguardano le macchine, ma chi le usa e perché le usa, quindi le capacità intellettuali umane, le decisioni, l’assunzione di responsabilità, la caratura motivazionale, l’efficienza comportamentale, la stessa organizzazione sociale della convivenza. In altre parole, l’etica.
Si tratta di discipline benemerite che, nel momento in cui approdano ad una conoscenza più profonda dei meccanismi della vita umana, cominciano a proporre anche strumenti di intervento terapeutico e migliorativo dei meccanismi di funzionamento dell’Essere Umano, sia nel corpo, sia nella mente, sempre più considerata una facoltà non disgiunta dal corpo stesso.
La genetica e le biotecnologie potranno condurre all’eliminazione dei processi degenerativi che sono alla base della disabilità fisica e mentale e alla rimozione di certi ostacoli fisiologici che impediscono al corpo umano di durare più a lungo e in buon efficienza. Lo stesso vale per la bionica. Sembrerebbe una fantascienza ormai alla portata della scienza e del progresso, e probabilmente lo è. Ma quali sono le controindicazioni? Una riguarda il pericolo di passare alla cosiddetta eugenetica, che pensa alla selezione preventiva degli esseri umani secondo criteri di desiderabilità ideologici, piegandosi alla volontà di una leadership di potere che volesse eliminare alcuni tratti fisici delle etnie, oppure creare una frotta di essere forti e resistenti in grado di imporre persino fisicamente un ordine sociale prestabilito. All’eugenetica intendeva ricorre il nazismo su basi razziali per creare un popolo perfetto nell’ottica germanica e perfettamente aderente alle visioni del potere.
E qui intervengono le neuroscienze. Senza addentrarsi più di tanto nei loro progressi, va ricordato che esse oggi sono in grado di descrivere e spiegare i meccanismi mentali umani più sofisticati e la stessa presa di talune decisioni, almeno le più ricorrenti e standardizzate. L’unità di analisi è il neurone. Dal punto di vista biologico il neurone è l’unità cellulare che costituisce il sistema nervoso, cioè il sistema che governa gran parte dell’attività biologica e mentale dell’Essere Umano (e non solo). Situati nel cervello, i neuroni costituiscono un sistema che nell’Uomo si compone di circa 86 miliardi di unità, collocate in aree dedicate alle varie facoltà fisiche e menali dell’individuo. Queste cellule hanno lo scopo di ricevere e ritrasmettere informazioni, grazie a filamenti recettori (dendriti) e trasmettitori (assoni). Il fatto che a noi interessa è questo: quando, nella rete neurale, il neurone riceve informazioni da altri neuroni attraverso i dendriti, crea per una sua stessa natura certe selezioni, certe associazioni e delle rielaborazioni dei dati, che poi ritrasmette via assoni in rete. Tutto ciò arricchisce, dilata, complica la produzione di informazioni che servono sia a guidare il corpo che la mente dell’individuo. Non è chiaro se questo processo basti a spiegare le scelte e le decisioni umane, e quindi abbia a che fare con la creatività o meno, ma certo nella mente umana le reti neurali creano nuove forme di conoscenza e permettono al soggetto di orientarsi e di avviare comportamenti intenzionali e innovativi.
Il fatto che ogni singolo neurone in rete abbia la capacità di rielaborare l’informazione che gli proviene dal sistema di neuroni con cui è collegato direttamente, ha fatto pensare alla possibilità di creare una macchina funzionante allo stesso modo. E’ in tale prospettiva che vanno intesi gli sforzi di riprodurre, con l’Intelligenza Artificiale, i ragionamenti umani, riducendo la loro variabilità soggettiva quando occorre ottenere processi conoscitivi, interpretativi e decisionali pressoché indiscutibili e perciò stesso di grande efficacia, ma allo stesso tempo riservandosi la possibilità di mantenere una certa flessibilità, una maggiore duttilità nelle scelte, insomma una costante capacità di autocorrezione dei fini e dei mezzi. Il che ridurrebbe anche il rischio di non riuscire ad adattare la risposta a problemi che cambiassero d’improvviso il loro aspetto o la loro entità.
Ma anche qui, come per l’eugenetica, la minaccia è dietro l’angolo. Intanto, taluni neuroscienziati si chiedono se lo stesso “libero arbitrio” umano non sia in realtà condizionato dai meccanismi neurali; qualche sperimentatore – si pensi a Benjamin Libet – ne è convinto, anche se per ora le sue ricerche presentano lati oscuri e metodologicamente discutibili.
Ma soprattutto inquieta il movimento scientifico, filosofico e politico-sociale dei cosiddetti transumanisti, molti dei quali sarebbero intenzionati ad intervenire sui processi mentali, attraverso eugenetica, neuroscienze e cibernetica, per migliora non solo l’efficienza e l’adattamento del corpo umano (fino a creare dei cyborg) ma anche e soprattutto la “morale” umana. C’è da chiedersi quale criterio etico verrebbe privilegiato e di quale origine dovrebbe essere, se filosofico, antropologico, culturale, religioso, ideologico. La dinamica del cambiamento, che si lega sul piano sociale al processo di costruzione sociale di senso e sulla modifica condivisa dei criteri di valutazione di certi valori (libertà, uguaglianza, democrazia, efficienza/efficacia, ecc.) ha fondamenta socioantropologiche, quindi storiche, e mal si concilierebbe con una prescrittività scientifica definita una volta per tutte da una consorteria di decisori in camice bianco. E’ esattamente ciò che temono vari critici del transumanesimo, ad esempio Fukuyama e Habermas, e certi autori di romanzi e film di fantascienza, quando prefigurano dei futuri distopici dove tutto funziona egregiamente meno che il senso di unicità, di libertà e di responsabilità decisionale dell’individuo umano. Avremmo dunque un suprematismo elevato a soluzione “scientifica”. E poi, ve la immaginate una bella iniezione di “morale” a quella svergognata di Mary Quant quando inventò la minigonna, o un cordiale TSO per quei cattivi maestri di Marcuse e Kerouac ai tempi del Sessantotto, o per la Thunberg quando accusa i bravi petrolieri di inquinare il mondo? Vi ricordate come finiscono i film “Arancia Meccanica” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”? E perché non pensare a questo meccanismo in mano a certo Islam, decretando il suprematismo religioso, il burka o le sposine di nove anni come la soluzione scientificamente più morale per tutti noi? Chi decide il buono e il giusto? E da quale pulpito?
Per ora altre scienze, come quelle socioantropologiche, ma persino la fisica quantistica, vanno in direzione contraria. Ad esempio, tali approcci scientifici osservano che ogni nostra decisione, anche quella che sembra la più “oggettiva”, è una costruzione associata ad un processo di negoziazione sociale (Berger e Luckman); e che il processo cognitivo a livello scientifico – per come noi possiamo cogliere il mondo fisico – appare provvisorio, probabilistico (Heisenberg) e falsificabile (Popper).
Dunque la posizione transumanistica sembra compiere indebite forzature del pensiero scientifico; ma anche in questo caso si apre un bivio: o si scelgono soluzioni collettive, transnazionali, di selezione e di limitazione delle prospettive di applicazione della ricerca, adottando un consapevole criterio di precauzione, come oggi avviene con l’energia nucleare; oppure chiunque potrà brandire il coltello lontano dal prosciutto e fuori della cucina, scegliendo di usarlo per altri scopi, anche i più oppressivi e violenti.






