Riceviamo e pubblichiamo: “La scelta linguistica dell’articolo uscito stamattina “ Ragazzina di 15 anni violentata da una quarantenne mentre è ubriaca” non è un semplice scivolone stilistico: è l’ennesima dimostrazione di come una parte del giornalismo continui a riprodurre, consapevolmente o meno, una cultura patriarcale che normalizza la violenza sessuale e tenta di attenuarne la gravità spostando arbitrariamente l’attenzione sulla vittima. Come accade troppo spesso nella cronaca di violenza di genere, il pezzo concentra lo sguardo non sull’atto criminale dell’aggressore, ma sulla circostanza della ragazza, suggerendo che la sua condizione — in questo caso il fatto che fosse “ubriaca” — sia un elemento determinante del racconto.
Enfatizzare lo stato di alterazione della vittima non è un dettaglio neutro: è una scelta editoriale precisa, che rientra in un modello narrativo tossico e profondamente sessista. Si tratta di un espediente linguistico che sposta insidiosamente il focus dal reato alla condotta della persona aggredita, alimentando la pericolosa retorica del victim blaming. Si insinua così l’idea che l’aggressione sia stata una conseguenza della sua presunta “imprudenza”, quasi un rischio che avrebbe potuto evitare comportandosi “meglio”.
Questo linguaggio perpetua uno stereotipo antichissimo: che le donne debbano essere sempre sobrie, vigili, prudenti e morigerate per non “meritare” o “provocare” la violenza. Sottolineare l’ubriachezza della vittima significa, di fatto, assolvere l’aggressore, sottraendogli centralità narrativa e responsabilità morale. La vittima viene giudicata, mentre l’autore della violenza scivola sullo sfondo, quasi deresponsabilizzato — un meccanismo che serve a mantenere intatta la struttura del potere patriarcale.
È necessario ribadirlo con forza: non esiste alcuna condizione, alcuna scelta, alcun comportamento della vittima che possa in qualche modo spiegare, giustificare o attenuare uno stupro. Le responsabilità sono sempre e soltanto dell’aggressore. Ogni narrazione che suggerisca il contrario non è semplice cattivo giornalismo: è complicità culturale.
Una cronaca realmente attenta e rispettosa deve rifiutare il linguaggio che alimenta stereotipi misogini e deve piuttosto denunciare con chiarezza la violenza, nominare l’aggressore, tutelare la dignità della persona colpita e contribuire a scardinare la cultura della colpevolizzazione. Continuare a insistere su dettagli irrilevanti della vita della vittima non solo distoglie l’attenzione dal reato, ma alimenta un clima sociale in cui la violenza di genere trova terreno fertile.
Se l’informazione vuole davvero essere uno strumento di democrazia, deve schierarsi apertamente: contro la violenza, contro il sessismo, contro le narrazioni tossiche che ancora oggi mettono sotto processo le donne invece dei loro aggressori”.
Centro Antiviolenza Penelope







